Continua a rompere qualsiasi possibile rapporto con la frenesia della vita, l’esasperata e silenziosa lentezza del monaco interpretato da Lee Khang-Sheng. Un continuo cammino per il mondo che, nella ricerca di equilibrio di ogni suo singolo passo, dopo la Taiwan dei tre capitoli iniziali No form, Sleepwalk e Diamond Sutra, la Hong Kong di Walker, la Malesia di Walking on water, la Francia di Journey to the West, il Giappone di No No Sleep, ancora Taipei con Sand, poi di nuovo Parigi con il Centre Pompidou di Where e la Washington DC di Abiding Nowhere, arriva ora con gli ottanta minuti di Weichen – Dust nella regione basca, a San Sebastián, per un undicesimo capitolo che all’interno della (anti-)serie Walker è forse (ovviamente a suo modo) in assoluto il più narrativo, e che forse più di tutti gli altri vuole essere esplicito nella sua dichiarazione d’amore platonico, purissimo e totalizzante del regista nei confronti del suo – notoriamente eterosessuale – attore feticcio. Un film, presentato fuori concorso a Venezia83, che parte dal consueto e imperturbabile camminare scalzo di Lee Khang-Sheng per le campagne, la spiaggia e la città rallentando e dilatando il più possibile ogni movimento, e che nel cucirgli attorno i controcampi di chi nemmeno lo vede e di chi invece lo inizia a guardare (e magari, proprio come Tsai Ming-Liang, non può fare a meno di fotografarlo e filmarlo consegnandolo all’eterno) allarga il suo sguardo ad altre parabole di solitudine e di silenzio fra le quali non è un caso che a riconoscere e a immortalare l’attore, e quindi in qualche modo a rivendicare con le immagini il loro amore nei suoi confronti, siano sempre e solo quegli uomini che nella vita e nella realtà non gli sono mai interessati, mentre le donne da sempre oggetto del suo desiderio finiscono inevitabilmente per posare ogni volta lo sguardo da qualche altra parte senza mai notarlo proprio mentre deflagra extradiegetica e malinconica una canzone d’amor perduto. Come se il gigantesco autore nato in Malesia ma assolutamente taiwanese, attraverso la messa in scena con (non) attori di situazioni laconiche, simboliche e ben specifiche da alternare alle reali reazioni dei passanti casualmente colti dalla sua macchina da presa, volesse segnare ancora una volta un confine fra la carne e lo spirito in cui non c’è più spazio per la malizia proprio come non c’è alcuna necessità della parola, ma solo un interstizio da riempire con il linguaggio universale di un sentimento più forte e più profondo di qualsiasi lussuria, spinto verso un livello emotivo ed artistico ben superiore alla sessualità. Un legame di affetto e di reciproca appartenenza che ogni volta si sublima nello sguardo innamorato di una macchina da presa per ricomporsi commovente su uno schermo, nella lama di luce che squarcia il buio di una sala cinematografica proprio come, nel finale di Dust, una lama di luce squarcerà il buio della grotta in cui finalmente si incontrano il monaco di Lee Khang-Sheng e il giovane Anong Houngheuangsy già co-protagonista di Days e da anni predestinato a raccoglierne il testimone, dopo essersi lambiti senza mai intrecciare le loro parabole di solitudine negli Stati Uniti del precedente Abiding Nowhere.
È ancora una volta il Sutra del Diamante a introdurre il cammino del monaco sin dai suoi esordi ispirato al mitico Xuanzang che fra il 629 e il 645 d.C. percorse a piedi oltre diecimila chilometri sulla Via della Seta, con una citazione che riporta al Tathagata appellativo con cui Buddha “definisce la natura ultima della realtà e di se stesso, intesa come una condizione libera da ogni illusione, etichetta o ego”. Una forma di saggezza fatta di ascetismo e flemma assoluta, in cui rifiutare i ritmi del mondo per imporre il proprio, calmo, sereno e immutabile nel volto e nella dilatazione massima di ogni gesto, in un eterno viaggio a piedi che nella sua assoluta lentezza cerca sempre un contatto fisico con il terreno, con la terra, l’asfalto e la sabbia, mentre la gente “vera” che guarda o non guarda il monaco e il suo lentissimo moto perpetuo trasforma l’atto stesso del mettere in scena e girare in esperimento sociale da ripetersi in giro per il mondo sulla curiosità e sull’empatia, sull’avere oppure non avere tempo e voglia di notare gli altri e di provare a comprenderli, e quindi sulla società e sul suo rutilare contemporaneo. Compresa, questa volta, un’inedita macchina a mano fra il pubblico di un concerto metal, in cui tutti sono in qualche modo soli in mezzo alla folla, e nell’ondeggiare a tempo delle teste nessuno sembra minimamente fare caso al monaco che cammina al rallentatore in mezzo a loro. Solo con uno sguardo dalla finestra qualcuno inizierà finalmente a vederlo, per poi cercare in qualche modo un contatto o per lo meno una connessione che vada al di là dell’ormai solito sguardo stupito degli astanti di fronte a una stranezza, ma che trasformi l’intensità dei silenzi e della messa in scena in un reale modo di comunicare direttamente emozioni e sentimenti. È in questo senso che forse più ancora delle altre volte non è semplicemente un setting, la città di San Sebastián, ma una vera e propria (in)consapevole co-protagonista non solo simbolica di Dust con le sue scogliere a picco sul mare e con le sue vetrine del centro, con le sue tavolate di campagna e con i suoi intrecci di scale mobili, con i suoi sentieri nei boschi e con i suoi animali che a loro volta sembrano voler entrare in connessione con quel cammino rallentato e mistico sotto alla tunica arancione, ma soprattutto con i suoi volti solcati dal sole e dagli anni che fissano il vuoto o che fumano una sigaretta nel buio. Una piccola città che al caos puro delle precedenti metropoli contrappone questa volta una via di mezzo spartita fra centro urbano e Natura, in cui l’umanità trova ancora i suoi sprazzi e forse la lentezza del monaco crea un contrasto leggermente minore rispetto ai ritmi di vita, ma soprattutto in cui trovare un punto di sintesi fra mondi differenti da cui asciugare sempre di più il cinema di Tsai Ming-Liang verso l’essenzialità assoluta di uno sguardo commosso nel silenzio. Una mappatura che l’autore, fra manipolazione del tempo, simboli e (de)contestualizzazioni, porta ancora una volta avanti con magniloquenza poetica e spaventosa eleganza, innestando ogni singolo passo del monaco e ogni suo controcampo fra chiaroscuri e rifrazioni, acquitrini e mareggiate, alberi secolari e statue che sembrano sospese come la memoria materica di un intero mondo impossibile, che Lee Khang-Sheng attraversa come un’Odissea (ultra)terrena ed estatica alla costante ricerca di un momento di purezza, di essenzialità, di incanto, di tenerezza, di amore. Di sublime.
Marco Romagna