11 Luglio 2026 -

LITTLE POEMS IN PROSE (2026)
di Radu Jude e Andrei Rus

Il 24 novembre 2024 la Romania viene chiamata alle urne per il primo turno delle elezioni presidenziali. A dispetto dei favori della vigilia il primo ministro uscente Marcel Ciolacu, socialdemocratico, incappa in una clamorosa sconfitta, mentre a darsi appuntamento per il ballottaggio previsto per il successivo 8 dicembre saranno la liberale Elena Lasconi e, inaspettatamente, il candidato indipendente sovranista di estrema destra Călin Georgescu, addirittura avanti di quattro punti percentuali sulla sfidante con oltre 2 milioni di voti e quasi il 23% delle preferenze. Un risultato troppo sorprendente per non apparire sin da subito strano, impossibile, e che fra aperte accuse di brogli e svariate proteste di piazza contro lo spauracchio neofascista non può che destare immediata l’attenzione della magistratura costituzionale sulle modalità – che nel giro di pochi giorni si scopriranno effettivamente irregolari e in gran parte coordinate e finanziate da Mosca, ingerenza straniera che porterà all’annullamento dell’intero processo elettorale prima ancora che si possa tenere il secondo turno – della massiccia, aggressiva e tutto fuorché trasparente campagna elettorale svolta da Georgescu su TikTok. Un vero e proprio sistema coordinato di hashtag lanciati a pioggia, follower comprati, pubblicità occulte quando non subliminali e viralità manipolatoria in tutta evidenza contraria a qualsiasi norma elettorale di par condicio, con decine e decine di video rilanciati non solo da influencer prezzolati ma anche da migliaia di account falsi e bot IA di ogni tipo, volti a gonfiare a dismisura le interazioni con il fine di ingannare gli algoritmi e di apparire più volte in ogni singolo scroll a prescindere dagli interessi degli utenti. Una pratica elettorale, e più in generale pubblicitaria, chiaramente del tutto illegale e proprio per questo come anticipato scoperta e fermata per tempo dalle autorità competenti, ma che a prescindere da quel ballottaggio che non si sarebbe mai tenuto rimane anche la prima dimostrazione pratica delle reali potenzialità di TikTok e delle nuove forme di comunicazione attraverso i social, in tutta l’evidenza della loro pericolosità nel direzionare l’opinione pubblica travestendo la propaganda elettorale, la demagogia e il più becero populismo da impresa sportiva o da falso peplum – in attesa che qualcun altro inserisse i prompt per generare l’oscena Gaza beach oppure i trailer di una guerra dichiarata per capriccio… – per poi farla spuntare a tradimento fra un balletto, una salsiccia, un cane che non ubbidisce perché «gli ho insegnato a non essere schiavo» e una delle mille possibili versioni di Dragostea din tei.

È questo, in perfetta coerenza con il suo cinema al tempo stesso politico e teorico, di denuncia sociale e di esplorazione linguistica transmediale, di analisi (quando necessario anche impietosa) del presente e di sempre spiazzante stratificazione comunicativa, l’aspetto della vicenda che più interessa Radu Jude. Al punto che non è affatto un caso che, nei trentacinque minuti di questo Little poems in prose, realizzato in co-regia con il critico cinematografico rumeno Andrei Rus e presentato al FID di Marsiglia 2026 dopo l’anteprima al New York Film Festival, non sia in alcun modo necessario raccontare la storia delle elezioni presidenziali 2024 e del loro annullamento. È più che sufficiente lasciarlo come antefatto sostanzialmente relegato alle note di regia e al fuori campo (o per lo meno ai suoi limiti, dissimulato all’interno del mosaico di immagini riutilizzando le sue stesse armi di mimetica nel flusso), che fa da trigger di un discorso ben più ampio e assai più complesso con cui, attraverso un’antologia di filmati TikTok montati come un Blob (che poi sin dalla sua nascita nient’altro è che una quotidiana Verifica incerta) di stupidità umana e decadimento culturale, studiare dall’interno e riproporre su grande schermo i meccanismi dei social video, la natura dei contenuti, le associazioni con cui vengono proposti sulle bacheche. Un’operazione, quella di montare esclusivamente found footage per interrogarsi sullo stato socioculturale delle cose e sul funzionamento linguistico e manipolatorio di ben specifiche forme di comunicazione, che di fatto permette a Radu Jude di aggiornare alla contemporaneità dei social e dei nuovi media web quello che due anni fa era stato il suo lavoro sulle pubblicità passate all’improvviso dagli anni Ottanta sotto Ceaușescu ai Novanta della nuova sostanziale dittatura del Capitale nel già strepitoso Eight postcards from Utopia, e che fra un’improbabile esibizione del tutto priva di talento e un ritorno (in)consapevole agli albori del cinema con la brevità fulminante della comica slapstick mette insieme i cinque minuti di notorietà di Andy Warhol (che ormai non sono più cinque minuti, ma potenzialmente un’intera vita recitata pochi secondi e un singolo gesto alla volta) con l’esplorazione di un’intera forma estetica, fino a trovare l’ennesimo, lucidissimo e come di consueto geniale affresco dello stato delle cose. Un’analisi al tempo stesso divertentissima e feroce, che passando per la consueta e implacabile ironia sorniona dell’autore passa in rassegna l’autorappresentarsi di una nazione e di un intero mondo contemporaneo sempre più convintamente sospinto verso la deriva, e che messo di fronte al baratro anziché frenare spinge ancor di più sul pedale dell’acceleratore.

Non è un caso, del resto, che fra i video-selfie di Bobita presi di peso dall’account dell’attrice protagonista Ilinca Manolache per puntellare Do not expect too much from the end of the world e le mille divagazioni formali di Dracula, piattaforme come TikTok e Instagram siano già da anni un importantissimo spunto di interesse per Radu Jude, più volte utilizzate come cartina di tornasole dell’oggi e come linguaggio per immagini per sua natura diretto, effimero e ancora tutto da esplorare. Magari, come qui, salvando centinaia di video dall’oblio di ‘fine storia’ per riorganizzarli un percorso sì necessariamente ondivago eppure dalla direzione perfettamente chiara, lungo cinque capitoli numerati che non hanno bisogno di titoli ma semplicemente di immagini scaricate dal web, nelle quali trovare e innestare una declinazione nuova e popolare dei Piccoli poemi in prosa già teorizzati negli ultimi anni di vita da Charles Baudelaire e poi raccolti postumi ne Lo spleen di Parigi per raccontare quello stesso (apparente) disordine caotico e provocatorio, quello stesso senso di vuoto esistenziale e quella stessa ironia che si mette alla ricerca di nuovi fiori del male nella corruzione della modernità, in un analogo andamento del tutto privo di lirica ma al contempo, attraverso il montaggio, ritmato e potente come la poesia. Prima di tutto c’è un mondo apparentemente bucolico, fatto di cavalli, galline e naïvetée umana, di vecchi bevitori e di omofobie ancora radicate, di scheletri umani di plastica riempiti di prosciutti e di danze tradizionali in cui non far cadere le brocche dal capo. Poi c’è l’emergere del pop che forgia e scolpisce gli immaginari condivisi, da Halloween ai Minions, dal Titanic passato ormai da anni da tragedia a fenomeno di costume (e ora più che mai simbolo dell’affondamento progressivo dell’intera civilità) alla già citata Dragostea che, a distanza oramai di ventitré estati dall’uscita, rimane in tutto il resto del mondo la prima icona (forse nemmeno esattamente invidiabile) a cui viene in mente di associare la Romania. Si procede così con il tentativo, inevitabilmente goffo e vano perché solitario o peggio ancora solo un’altra maschera social(e), di una ribellione, al colonialismo immaginifico quegli stessi simboli culturali ora da trasformare in satira così come alle storture più evidenti di una nazione a trazione anziana e patriarcale, che fra un nulla di fatto e l’altro forse esacerbano ancor più le ingiustizie incattivendo chi detiene il Potere e che, dietro all’immagine di rispettabilità, forse non è mai cambiato dai tempi di De Sade e del Pasolini di Salò. Tanto che nella penultima parte deflagra senza più autocensure il sesso, si libera la volgarità, emerge definitivamente il fallocentrismo di una salsiccia, in attesa del gran finale che – sempre ammesso che le immagini abbiano mai raccontato davvero la verità – apre definitivamente ai video generati in Intelligenza Artificiale, alla menzogna visiva ormai del tutto scoperta eppure – quasi, ma chissà per quanto poco ancora – indistinguibile dal reale. Una corsa a perdifiato verso la quintessenza dell’immagine fraudolenta, fasulla, priva di etica, manipolata con lo scopo di manipolare chi la guarda, rigorosamente concentrata in pochi secondi e in un’azione che diventa meme e quindi nuovo elemento iconico con cui influenzare un immaginario popolare. Come un virus di cattiveria e falsità che ritorna alle forme espressive dei primi(ssimi) del Novecento per farne propaganda occulta con la quale infettare l’opinione pubblica degli anni Duemilaventi e trasformarla in piccola droga da cui non ci si riesce a staccare, parlando direttamente alla pancia e ai più bassi istinti con associazioni di idee, montaggi delle attrazioni e messaggi che sanno perfettamente come infiltrarsi nella matassa di un medium e attraverso le sue sequenze arrivare ovunque, apparentemente innocue e invece in potenza molto più pericolose di quanto la razionalità e forse perfino il cinema stesso abbiano mai potuto immaginare.

Marco Romagna

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