«Quando ho girato La libertad, nel 2001, l’Argentina stava attraversando una terribile crisi. Sono passati venticinque anni e il Paese non è migliorato molto, anzi forse è addirittura peggiorato» dichiarava già lo scorso dicembre Lisandro Alonso nel corso di un’intervista rilasciata alla rivista Kolapse[1]. È molto facile che gli sia nata probabilmente proprio da qui, dal rendersi conto che quel fondo che sembrava essere stato toccato con le dimissioni di Fernando de la Rúa in seguito al crollo economico e alle rivolte di piazza di Buenos Aires in realtà non era ancora nulla rispetto all’avvento dell’ultradestra di Javier Milei e della sua motosega, l’idea di dare un seguito al suo primo e straordinario lungometraggio (o meglio di farne un remake aggiornato, in parte perfettamente identico e in parte profondamente diverso) con questo nuovo La libertad doble, nel quale ritrovare dopo un quarto di secolo esatto (passando per i suoi ruoli secondari in Fantasma e Jauja) il boscaiolo Misael Saavedra e la sua quotidianità di comunione quasi simbiotica con la Natura, per guardarlo compiere le stesse identiche azioni del tempo ma con il corpo più vecchio e più stanco, e poi per costringerlo a cambiare radicalmente gli equilibri della sua vita (o forse no, è solo una questione di responsabilità da qualche parte fra l’egoismo e la più pura e dolorosa empatia) nel momento in cui a causa della nuova crisi il nosocomio in cui è ricoverata da tanti anni la sorella gravemente malata di mente dovrà chiudere per mancanza di fondi, e i pazienti verranno dimessi e affidati a ciò che resta delle loro famiglie. Un film, presentato di nuovo sulla Croisette di Cannes non più in Un Certain Regard come nel 2001 ma questa volta nella Quinzaine (al tempo des Réalisateurs, ora già da anni ribattezzata des Cinéastes) che già nel 2008 aveva consacrato Lisandro Alonso selezionando il suo Liverpool, con il quale dopo le divagazioni soldatesche del già citato Jauja e l’intreccio metafisico di luoghi e vicende differenti di Eureka il cineasta argentino torna al suo slow cinema più estatico e contemplativo, e guardandone una porzione apparentemente sospesa, laterale e insignificante – che dopo venticinque anni ha ancora bisogno di andare alla cabina per telefonare, e che ripete ogni giorno come un rito gli stessi gesti – racconta il suo Paese e le sue profondissime contraddizioni.
Eppure, per quanto lo sguardo di Alonso sia sempre il medesimo e sempre straordinariamente affascinante in ogni singola inquadratura e dilatazione, e per quanto la prima parte del film che in sostanza ricalca il primo La libertad dalla cena di pollo a torso nudo di fronte al fuoco fino al lavoro di ascia e (moto)sega nella foresta (e poi ancora al pick-up prestato dal vicino) metta sul piatto premesse potenzialmente molto interessanti riguardo il cambio di tempo e di prospettive di un’intera nazione che sembra avere perso ogni speranza di guarigione, questa volta il procedere sembra essere meno brillante e a fuoco che in passato, un po’ troppo appoggiato sulle capacità seduttive del formalismo e con meno basi solide di senso, forse un po’ troppo di pancia e un po’ troppo poco di testa nel condurre al suo (bel) finale ambiguo e doloroso senza però costruire un reale evolversi delle dinamiche del rapporto fra i fratelli, né per la ricerca di un nuovo punto di equilibrio nel momento in cui l’arrivo di lei, imprevedibile e curiosa come una bambina, farà perdere a lui il controllo sui propri tempi e sui propri spazi. C’è solo, appunto, la contrapposizione fra lo stravolgimento della quotidianità di Misael e il senso di meraviglia della sorella Micaela (interpretata dalla grande attrice Catalina Saavedra che, a dispetto del medesimo cognome, nella vita nulla ha a che fare con il non-davvero-attore protagonista Misael) mentre nel suo vagare per i boschi riscopre l’esperienza tattile e il senso di simbiosi con gli animali, gli alberi e il sole dopo quindici anni (con in mezzo qualche evasione) in manicomio. Fino a quando lo stesso Misael, sospeso fra la responsabilità e la libertà, ma soprattutto fra l’individualismo e un amore più forte del possesso (dipende da come la si vuole vedere…), dopo averla inseguita e cercata solo fino a un certo punto quando una crisi psicotica di lei la farà allontanare alla ricerca di una stazione che di certo non è nei paraggi sceglierà deliberatamente di abbandonarla al suo destino, o forse esattamente all’opposto di lasciare finalmente anche a lei la sua personalissima libertà e di riprendersi contestualmente la propria, in quell’esistenza isolata e autosufficiente che non ha bisogno di elettricità né di acqua corrente ma al massimo di una batteria per la sega e di un paio di pile per la radiolina.
Una conclusione enigmatica con cui, come si diceva, La libertad doble ammanta il proprio titolo di differenti possibilità di lettura, da una parte possibile doppia libertà per i due protagonisti non (più) condizionati (dallo Stato, dagli psicofarmaci, dall’altro) e finalmente pronti a vivere quel (tanto/poco) che resta seguendo esclusivamente i propri desideri e le proprie necessità, e dall’altra doppia (fase di) libertà per uno solo di loro che egoisticamente, apaticamente, crudelmente come del resto fa l’Argentina, sceglie di disinteressarsi della sorella non del tutto autosufficiente per ricominciare quella sua vita solitaria e rurale che, nell’ambiguo emergere della sua faccia nascosta, non può che rivelarsi anche fredda, distaccata, inumana indifferenza. È, come si diceva, una questione di come la si vuole vedere fra la responsabilità e l’irresponsabilità, fra l’insensibilità e l’empatia, fra il massimo egoriferimento e la massima generosità. Fra le ambiguità e le contraddizioni che Lisandro Alonso innesta nei chiaroscuri di un volto impassibile e nel muoversi delle figure nel paesaggio, nelle calde saturazioni contrastate e magmatiche della fotografia in 35mm, nello (strepitoso, va detto) sound design fatto di voci della Natura e delle dissonanze dei motori. In un rapporto privilegiato con la Natura, in cui il tempo scorre nei pianisequenza in campo lungo fra un albero da abbattere e un tronco da levigare, come un rituale al tempo stesso materico e spirituale, ancestrale, istintuale, straordinariamente puro e oggi come ieri libero nella sua naïveté. Elementi di un’autorialità, appunto, come sempre estremamente affascinante nel suo sguardo prezioso e nell’intensità di ogni sua immagine, nella sua indiscutibile capacità affabulatoria, nel suo senso misterico e primigenio che si innesta da qualche parte fra la percezione e l’inconscio. Non è tuttavia dall’estetica delle immagini, che nasce la parziale delusione di fronte a La libertad doble. Quello che questa volta sembra mancare, o per lo meno sembra essere meno forte di altre volte, è l’urgenza espressiva che nei migliori lavori di Lisandro Alonso le aveva sempre sapute rendere così vive e crepitanti, stratificate, parlanti come significato e non come mero significante. Realmente politiche, non solo nel riflesso di un’eco lontana. Sarebbe però troppo severo, e in fin dei conti sbagliato, bollare La libertad doble semplicemente come un passo falso o un film banale, perché non è assolutamente un lavoro non riuscito, e anzi in fin dei conti non sono pochi gli elementi di fascino, così come il discorso di doppiezza (personale, sociale, dell’Argentina di ieri e di oggi) che emerge non è nemmeno pochissimo. Il fatto, molto semplicemente, è che da Lisandro Alonso, dal suo immane talento, dalla sua capacità di stratificazione, dalla sua profondissima spiritualità, era probabilmente legittimo aspettarsi qualcosa di più. E anche di fronte a un bel film è difficile non rimarcarlo.
Marco Romagna
