Arriva al terzo capitolo la collaborazione ormai ventennale tra la cineasta britannica Sophie Fiennes (figlia d’arte e sorella dei più noti attori Ralph e Joseph) e il filosofo e poliedrico intellettuale sloveno Slavoj Žižek, fautore di un ripensamento del marxismo, con il radicalismo critico che incontra Lacan e Hegel. Dopo le “guide perverse” al cinema (2006) e all’ideologia (2012), questa volta ci si concentra sulle utopie, di vecchia e nuova concezione, usando sempre sequenze di film celeberrimi come modalità pop di divulgazione. Žižek “entra” come le altre volte nei film, si posiziona all’interno di scenografie ricostruite che ne richiamano il momento saliente scelto per la disquisizione, e fa scaturire da questa sequela di momenti un discorso magari non sempre unitario e coerente, ma di sicuro sfaccettato e portatore di teorie sempre interessanti da esperire anche quando le sua interpretazione (qualche volta succede) sa di appiccicaticcio e piegato ai propri voleri. Questo nuovo capitolo di più lunga e complessa preparazione per ammissione degli stessi coinvolti, presentato in anteprima mondiale fuori concorso alla Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia 2026 nella sezione ormai ridenominata Venezia Open, arriva in un momento complesso del mondo e della/delle società e quindi prova a incidere (ancora più) in profondità la carne e il sangue della cultura occidentale e dello stato delle cose, A.D. 2026. Il metodo speculativo dell’intellettuale originario dei Balcani ma ormai cittadino del mondo (insegna o ha insegnato a Lubiana, Londra, Seul e in quasi tutte le università statunitensi della Ivy League) rimane il medesimo, per chi ha avuto modo di vedere i due documentari precedenti o di sfogliare qualche suo saggio: una lunga requisitoria con i film chiamati a fare da pezza d’appoggio per rinforzare alcuni passaggi, in fin dei conti un crito-film che predilige l’approccio psicanalitico post-freudiano alla mera critica cinematografica.
The Pervert’s Guide to Utopias parte dal cuore di tenebra, da Coppola che sposta in Vietnam il racconto di Joseph Conrad ambientato in Congo, da Apocalypse Now insomma; prima con un’illuminante analisi sul cambio di paradigma che il Kurtz interpretato da Brando porta alla definizione del Male (Male non più come conseguenza dell’ignoranza, ma come perversione culturale) e poi riportando il tutto nella Repubblica Democratica del Congo odierna, vero e proprio incubo a cielo aperto tra bande armate e signori della guerra. Un Paese devastato dal colonialismo belga (milioni di morti durante il regno del sanguinario Leopoldo II) e ora importante per i minerali estrattivi da lavoratori sottopagati e fondamentali per i componenti dei nostri cellulari, PC e tablet. Ogni teoria di consumo etico, in sostanza, è inficiata da questo gigantesco rimosso, ogni attivismo digitale sconta questo peccato capitale. Se i ragazzini non vengono impiegati nell’estrazione diventano milizie al soldo di questo o quel cacicco, drogati per fargli perdere l’istinto di sopravvivenza e mandati a combattere con un fucile in mano già dall’età di dodici anni. Tutta questa requisitoria ha un unico possibile punto di caduta: l’asservimento capitalista fa sì che lo sfruttamento coloniale continui imperterrito, mentre dall’esterno viene percepita una finta indipendenza. Il capitalismo si configura, dunque, come una potenza colonialista multinazionale. Niente di particolarmente nuovo, ci mancherebbe, ma esposto con linguaggio divulgativo e con un’ironia di fondo che non si trasforma mai in cinico sarcasmo. Ci si sposta, poi, su V per Vendetta, diretto da James McTeigue nel 2005, prodotto dalle sorelle (allora ancora fratelli) Wachowski e tratto dal pluripremiato graphic novel di Alan Moore e David Lloyd. Film rimasto nella memoria collettiva per la maschera indossata dall’anarchico protagonista V (Hugo Weaving), presa poi come simbolo da qualsiasi movimento barricadero o sedicente tale formatosi negli anni successivi e per la chiusura, quando il popolo britannico, oppresso da una dittatura in un prossimo futuro, arrivava ad occupare il Parlamento. Ci ricorda qualcosa? Capitol Hill naturalmente, e l’invasione degli adepti MAGA del 6 gennaio 2021, in occasione della proclamazione a Presidente di Joe Biden. Quel tipo di invasione, dunque, è invisa o consustanziale al potere costituito? D’altra parte Steve Bannon, l’ideologo della prima fase trumpiana, era uno sceneggiatore di mediocre talento e grande appassionato di cinema… Il segmento dedicato a Trump si allunga ancora di più, naturalmente, con un discorso (dei tanti) delirante analizzato passaggio per passaggio, e ogni passaggio arriva a demolire una consuetudine o pratica centenaria del Paese formatosi proprio con una rivoluzione riuscita contro i britannici.
Facciamo ancora un paio di esempi, senza voler anticipare in toto un contenuto particolarmente lutulento e ricco di suggestioni. Si parla del grande cineasta russo Andrej Tarkovskij nell’ultima fase della sua carriera, quella di Nostalghia e Sacrificio, concentrandosi soprattutto su quest’ultimo: è proprio il sacrificio personale e apparentemente insensato la base per una nuova rinascita dell’umanità (in questa sede non si può far altro che semplificare estremamente) e, non a caso, questo assunto è alla base di tanto cinema americano d’ispirazione “democratica” recente, si vedano lo Shyamalan di Bussano alla porta e persino l’estremo sacrificio di Iron Man nel finale di Avengers: Endgame. Abbandonare gli interessi di bottega, personali, familiari, per abbracciare con un gesto il mondo intero. Gli spunti sono innumerevoli: L’anno scorso a Marienbad di Alan Resnais come più grande film mai realizzato sulla post-umanità, sull’after-non-si-sa-bene-cosa; i due Blade Runner come capisaldi della nuova soggettività robotica, specie il 2049 di Villeneuve preso come spunto per il discorso forse più contemporaneo di tutti, gli androidi coscienti di esserlo non sono più ribelli ma integrati nel sistema, maggiore consapevolezza porta paradossalmente a maggiore acquiescenza; le figure orrorifiche contrapposte col Dracula manipolatore e gli zombie manipolati, il tutto sublimato in White Zombie (1932, Victor Halperin) dove il Dracula più famoso della storia, Bela Lugosi, interpreta proprio quel dottor Legendre che usa schiavi zombificati per far funzionare il suo mulino, una delle rappresentazioni più forti di ogni tempo sullo sfruttamento capitalista. Si scopriranno misconosciuti film di Preston Sturges e si rifletterà sull’equivalenza, nel nome e nel pensiero, tra Rick Deckard e René Descartes/Cartesio. Si compirà, insomma, un viaggio tra cinema e speculazione intellettuale foriero di mille spunti di discussione e si planerà, infine, sul pianeta Melancholia di Lars von Trier, con uno spericolato quanto indovinato confronto tra la Kirsten Dunst/Justine Tautou del film e Greta Thunberg, autrice nel 2019 («come osate?») di uno dei più incisivi discorsi pubblici del XXI secolo. Il compito di Sophie Fiennes è quello di dare compiuta forma cinematografica a questo flusso indistinto, ma la coppia è ormai talmente rodata da restituire l’impressione di stare ammirando una band al terzo album che ormai si capisce con uno sguardo. Proprio con la musica chiudiamo l’analisi: Žižek si dichiara appassionato di rock classico e invita ad “appoggiare” sulla silenziosa scena finale di Jeanne Dielman, 23, quai du Commerce, 1080 Bruxelles di Chantal Akerman la suite In-a-Gadda-da-Vida degli Iron Butterfly, unendo la perversione musicale che le note distorte portarono alla composizione al gesto violentemente rivoluzionario di Jeanne. Stando MOLTO attenti a non rimanere eternamente fossilizzati sulle rivoluzioni del passato, anche musicali, e trasformarsi pian piano in conservatori.
Donato D’Elia