5 Settembre 2026 -

MEMORIA DEL LAMPO (2026)
di Riccardo Giacconi

Sibilla, una giornalista radiofonica, arriva in un piccolo paese del centro Italia per realizzare un documentario che spera di vendere a Radio 3. Il soggetto è un brutale fatto di cronaca locale, il barbaro omicidio di una quattordicenne ad opera di un branco di ragazzini, avvenuto nell’estate del 1982. Un evento che ha profondamente segnato la comunità e che ha avuto un’influenza dirimente, per quanto indiretta, anche sulla vita di Sibilla. Riccardo Giacconi, regista cinematografico e artista multidisciplinare, vincitore con il suo ultimo lavoro Giganti Rosse del premio miglior documentario italiano al 41esimo Torino Film Festival, torna così con questo film a raccontarci un lavoro di costruzione artistica che è una ricostruzione del passato. Ritornano scene di letture, registrazioni, montaggi, ripetizioni in senso di rehearsal performativo, attoriale e sonoro, audiovisivo, tutte attività che sono parte di un rituale estetico per la rievocazione di un passato, nucleare e/o collettivo, che è stato oggetto, volontario o contingente, di rimozione. Una continuità drammaturgica e tematica sottolineata ulteriormente dalla presenza in entrambi i film dell’attrice Sibilla Scinti Roger. Le prime sequenze mostrano il lavoro di ricerca della protagonista, la ricostruzione e il montaggio dei documenti, e il film ci pone già un primo, cruciale interrogativo: che cos’è in costruzione di fronte a noi? La trama che abbiamo appena riassunto? Il film stesso? La presunta realtà storica a cui si riferisce? E quindi ancora: che cosa stiamo guardando? Cosa compongono queste immagini? Una fiction? Un documentario?
Presentandosi, non senza ironia, come il making-of di una detection story, o il backstage di un podcast true crime, Memoria del Lampo è il racconto di un’indagine che, nel momento stesso in cui si consegna alle immagini, invece che dispiegarsi si ripiega su se stessa, si complica, esponendo lo spettatore a un continuo slittamento tra la testimonianza oggettivante che l’immagine dovrebbe essere e il suo referente reale che, catturato in quelle stesse immagini, diventa però contraddittorio, sfuggente, opaco. Complice di questa suggestione la regia di Giacconi, osservativa e atona, segue il viaggio di Sibilla con immagini a volte grezze, quasi il film fosse il più classico dei reportage. Un’identità visiva funzionale allo spaesamento generato dal montaggio, che continuamente smentendo sovrascrive, o contraddicendo traduce quelle immagini, approfondendole, cambiandole di segno. Sibilla arriva di fronte a una vecchia casa in mattoni ocra, la casa dove viveva Gianna, la vittima dell’omicidio, ma la sua voce registrata in studio la descrive come «una casa celeste». «Al piano terra c’è uno spaccio di generi alimentari», ma anche quello non lo vediamo nell’immagine. I luoghi reali non riflettono la consistenza del racconto. In un’altra scena, Sibilla parla di una foto di Gianna descrivendo un ritratto che noi però non vediamo, perché lo schermo rimane buio. La voce della protagonista tratteggia un volto, un vestito, una situazione, interpreta un sentimento, come in una sfumata doppia esposizione fotografica tra una memoria in dissolvenza e l’oblio che è l’immagine. Durante un’intervista particolarmente struggente, Sibilla dimentica di registrare l’audio e in fase di montaggio decide di doppiare lei stessa la donna intervistata. Quindi la donna sta raccontando un sogno, ma quella che ascoltiamo è la voce di un’altra donna, l’autrice del documentario (e del film?). Quando ci consegniamo alle immagini non ci appartiene più nemmeno l’intimità del nostro mondo onirico e tutto si trasforma in testimonianza, e quindi in racconto, strumentale, costitutivamente manchevole, e per questo efficace. Per essere ripercorso, il passato deve essere immaginato. Sforzarsi di rammemorare il lampo di un istante perdutosi tra i nuvoloni del tempo è un esercizio di mitologia.

Sibilla si aggira per il paese armata di alcuni microfoni collegati a un attaccapanni di sottile fil di ferro. Lo regge di fronte a sé, come se quello strano strumento, somigliante a uno stendardo pagano o a uno scettro da cerimoniale magico, ne anticipasse le mosse o la guidasse, funzionando come un bacchetto da rabdomante. «Attrezzi da acchiappafantasmi», li definiscono a un certo punto nel film. Un microfono traduce le tracce del mondo in frequenze, il caos delle sensazioni e delle memorie in frasi ascoltabili, leggibili, più e più volte. Anche la testimonianza più parziale acquisisce un’illusoria cogenza nell’atto della sua registrazione. «Diane, 11 e 30 di mattina del 24 febbraio. Sono quasi arrivato a Twin Peaks. Diavolo, non avevo mai visto tanti alberi in vita mia!»; Sibilla come l’agente Cooper (anche lui indagava sull’omicidio inspiegabile di una ragazza, una soppressione la cui brutalità riportava alla comunità qualcosa di archetipico, primordiale e premorale, e per questo così raggelante) affida il suo orientamento investigativo all’incontestabilità di una traccia sonora (e visiva?). Ma oggi le immagini non sono più quello che sembravano. Invece di guidarci alla conoscenza di un mondo altro, di una storia lontana, certificano l’impossibilità di contatto, una distanza incolmabile: il montaggio delle tracce è solo un’illusione fantasmatica, un dialogo impossibile con i fantasmi. Non dobbiamo fidarci di quello che guardiamo, di quello che ascoltiamo, perché fa tutto parte dell’ennesima finzione. Memoria del Lampo ha una sceneggiatura e rispetta tutti gli stilemi del genere investigativo di riferimento (compresa la sequenza inquietante del contatto tra la “detective” e il possibile carnefice, qui un anziano misterioso e schivo, accompagnato da un minaccioso cane da guardia) ed è firmata dall’attrice protagonista insieme al regista. Perché infine, anche Sibilla non è mai stata Sibilla ma Sibilla(2): un personaggio, un doppelgänger, un soggetto da copione e con un preciso arco narrativo. In un momento cruciale confermiamo il sospetto che dietro questa indagine ci sia un movente personale. La storia dell’omicidio di Gianna per Sibilla(2) è un affare di famiglia. Quella ragazzina infatti era sua zia, la sorella di sua madre.
Infine, Sibilla(2) vuole registrare una prova dell’esistenza dei carnefici di Gianna, ma sta interrogando un paese che ha dovuto elaborare un trauma moltiplicato per tre, perché all’omicidio è seguita la problematica costruzione di una diga che ha creato una prima ondata spopolamento e poi è arrivato il terremoto a dare il colpo di grazia. La ragazza sta andando a caccia di voci tra le macerie e un fatto di cronaca scioccante ma piccolo piccolo si è perso nel precipitare drammatico della storia di quel luogo. Il cinema può intervenire solo come movimento tellurico contrario, un terremoto in rewind, un sisma della memoria che ricostruisce dai detriti in un atto di preservazione che dipende paradossalmente da un incrinare, screpolare, l’individualità della memoria tramuta la forza unificante della narrazione. Colmo dell’ironia, a Sibilla(2) viene rimproverato proprio di non essersi messa abbastanza di fronte al suo documentario, di esserci poco, di non essersi esposta a sua volta alla violenza di questo terremoto («Sembra che vuoi nascondere la sua figura»). Nel finale, la macchina da presa cattura un fuggevole sguardo in camera che ci esprime un pudore, un malcelato imbarazzo per quella voglia infantile e irrefrenabile che ci stimola a dare forma alle cose, svelando o interpretando il mistero e l’ecatombe che è la memoria. Ricordandosi, e ricordandoci, che fare film è un’attività catastrofica.

Leo Canali

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