4 Settembre 2026 -

LA CITTÀ DEI VIVI (2026)
di Edoardo Gabbriellini

Al momento dell’autopsia sul ventitreenne Luca Varani, ragazzo di vita scelto a caso e poi barbaramente torturato e ucciso il 4 marzo 2016 a Roma solo per vedere l’effetto che faceva, emersero tutta una serie di dettagli raccapriccianti su come i suoi aguzzini Marco Prato e Manuel Foffo, dopo avergli estirpato le corde vocali e avergli minuziosamente rotto le dita e i denti, gli avessero inferto più di cento fra coltellate e colpi di martello, costringendolo e con una disumanità che nessuna neurodivergenza o abuso di alcool e cocaina potrà mai in alcun modo giustificare a una morte lenta, disumana e dolorosissima. Una morte assolutamente «insensata» e aggravata dai futili motivi, sopraggiunta dopo ore di sofferenza e oggetto al tempo di una morbosa caccia mediatica al più macabro particolare dell’abisso del Male che Edoardo Gabbriellini, nel trarre dall’omonimo romanzo (e poi podcast) di Nicola Lagioia il suo quarto (e ancora una volta bellissimo) lungometraggio da regista La città dei vivi, non è assolutamente un caso che decida di lasciare del tutto fuori dal campo, elidendo completamente il momento dell’omicidio e di fatto relegando ai minimi termini cinematografici anche i due assassini che erano al centro del libro ma che non meritano spazio narrativo e approfondimento psicologico su uno schermo, per concentrarsi invece sulla vittima e sui suoi affetti, sui suoi genitori che nulla conta fossero adottivi, sulla sua ragazza di sempre Marta Gaia, ma anche sui suoi chiaroscuri di menzogne, ludopatia, sotterfugi e prostituzione omosessuale con cui in qualche modo sopravvivere, messi in scena con sguardo mai giudicante ma anzi al contrario umanissimo e dolente nel raccontare le periferie, le relazioni sociali, e infine un lutto impossibile da elaborare. Un film, presentato in selezione ufficiale all’83esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia nella sezione Orizzonti e fra pochi giorni programmato anche a Toronto, meravigliosamente spiazzante nel promettere un crime su uno dei casi di nera più scabrosi e chiacchierati degli ultimi anni per scegliere invece di scartare lateralmente sulla strada programmaticamente anticlimatica di un raffinato (melo)dramma di (de)formazione e di riflessione politica e morale, che sin dalla scelta di affidare il ruolo del padre a Valerio Mastandrea già attore per Gabbriellini in Padroni di casa sembra guardare direttamente a Claudio Caligari e alla profondissima dignità sentimentale dei suoi ultimi messi di fronte all’indifferenza e alla crudeltà del mondo. Scavando all’interno del proletariato (non solo) del quartiere La Storta, La città dei vivi dipinge così un affresco accorato e lucidissimo della realtà di una Roma sotterranea e meno battuta, quella più desolata e coatta dei quartieri fuori Raccordo che parlano solo romanaccio stretto fra uno scatto d’ira e una reazione violenta, quella di chi fa il vento dopo aver mangiato e non pagato un hamburger, quella dei ragazzi (eternamente) sul muretto con una canna in bocca, quella dei lavoretti occasionali in nero e delle scuole serali da prendere e abbandonare a piacimento, quella di vecchi porci alla ricerca di ragazzini e di marchette con cui portare a casa in gran segreto qualche spicciolo. Quella che indifferente, o forse semplicemente rassegnata al suo degrado, continua a fare finta di nulla per non mettersi a piangere.

Gira attorno ai concetti di casualità e predestinazione, La città dei vivi. Lo dichiara subito, sin dalla sequenza iniziale, in cui nell’orfanotrofio di Sarajevo Luca viene scelto fra tre possibili bambini dai coniugi Silvana Agostini e Giuseppe Varani che lo porteranno a Roma, esattamente come in seguito i suoi due aguzzini sceglieranno senza alcun motivo e senza alcuna possibilità di scampo proprio lui come vittima designata del loro omicidio sadico e perverso. Anche il controcampo del resto, con la macchina da presa di Edoardo Gabbriellini che sposta il suo sguardo sugli altri due piccoli in lacrime, disperati mentre vengono rimessi temporaneamente in una cesta ignari del paradosso di essere loro i fortunati appena sfuggiti al crudele destino di una morte giovane e orribile, a ben vedere nient’altro è che una sliding door del fato, che nel caos di due opzioni scartate prefigura altre due possibili sorti alternative e probabilmente allo stesso modo ineluttabili nei disegni della (s)fortuna. Solo il primo fra i tanti panoramici guardarsi attorno e ridefinire il punto di vista di un film che di fatto nasce proprio come grande controcampo umano della desolazione, fondato sulla scelta non solo di evitare di spettacolarizzare ma di non mostrare proprio l’evento tragico che tutti conoscono e che tutti si aspettano, per indugiare al contrario sulla sincerità delle partite di briscola tutti insieme in famiglia e sull’amore reciproco con la fidanzata; e poi ancora sul rapporto complice e affettuoso con un padre venditore ambulante di dolciumi, sui dialoghi al parchetto con gli amici di una vita, sulla promessa a se stessi che prima o poi quel diploma arriverà, sui litigi per orgoglio dopo i quali chiedere scusa, su una vasca da bagno e su una casa da cercare insieme, fino all’incontro casuale con una vecchia compagna di scuola alla quale finire per svelare proprio all’ultimo qualcosa in più di sé. Un film quindi non tanto sull’omicidio, già affrontato in modi diversi da Gabbriellini sia di sguiscio in Padroni di casa sia ben più di petto (ma sempre lateralmente, in un film ben più su verità e menzogna) in Holiday, ma su una vita che arriva dal nulla e che finisce insensatamente nel nulla, e che all’interno di quella vita non tenta in alcun modo di negare le ombre ma cerca in realtà la luce, l’affetto, gli abbracci, i piccoli sprazzi di gioia e sincerità quotidiana che riescono in qualche modo a squarciare il velo della desolazione e a riaccendere, nonostante tutto, almeno un barlume di speranza e di umanità. È per questo che, dopo aver lasciato il delitto fuori campo per guardare al lavoro della fidanzata che ovviamente nulla poteva immaginare per poi ritornare nella casa della mattanza solo con una stanza insanguinata oramai vuota e il corpo esanime ai piedi del letto dei suoi bidimensionali assassini, e avere così chiuso il triste finale “di Luca Varani” con una dissolvenza a nero, il regista toscano non può (ancora) lasciare soli gli altri personaggi, ma con lo stesso profondo rispetto e se possibile ancora maggiore delicatezza torna al loro lutto e ai loro legami puri e ormai indissolubili, all’arrivo dei Carabinieri dagli attoniti genitori per chiedere l’identificazione in obitorio e a un dialogo fra la fidanzata e sua madre attraverso una finestra che non ha bisogno di parole udibili ma solo dell’intensità di una disperazione, e poi ancora all’ultimo messaggio vocale riascoltato a ripetizione, a una telefonata insensata come l’omicidio in cui sfogarsi raccontandolo a un vecchio conoscente (ancora una volta scelto a caso) che a stento si ricorda di aver conosciuto la giovanissima coppia, a una cena tutti insieme in cui definitivamente aprire gli occhi e magari teneramente scambiarsi il tiramisu con ‘il suocero’. Fino alla nottata in cui Marta Gaia torna a dormire a casa dei genitori di lui in quella stanzetta che era stata loro (silenzioso) nido d’amore, di fronte a quella loro foto insieme ancora e per sempre appesa al muro, a sentire ancora l’odore dell’amato su una maglietta per poi infilarsela e non lasciarla più. Elementi anche apertamente poetici, e senza dubbio teorici nella gestione del visibile, dei limiti dell’inquadratura e del fuori campo, di un’operazione rischiosissima ed estremamente coraggiosa, con ogni probabilità commercialmente suicida e anche per questo magnifica, che anziché sfruttare la notorietà di un travolgente successo letterario ribadendone gli spunti su uno schermo sceglie di stravolgerne completamente la prospettiva e i toni per rifiutare il Male e anzi credere fino in fondo nella dolcezza e nello strazio dell’umano, e da lì guardare il mondo che si apre ai limiti del campo con occhi amorevoli e venati di lacrime. A questo punto, dopo quattro film uno più bello dell’altro, serve davvero ancora qualche indizio per iniziare a considerare Edoardo Gabbriellini un autore definitivamente grande? O forse sarebbe semplicemente ora di rendersene conto?

Marco Romagna

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