Il titolo ha già una connotazione militare. Camouflage sembra suggerire come, sotto certe condizioni, l’indossare una maschera possa essere una strategia non solo per per difendersi da un aggressore ma anche per proteggere la propria intima essenza. Questa è la prima intuizione dell’esordio al lungometraggio di Mykyta Gibalenko, classe 1993, nato a Melitopol, la cui generazione si trova tutt’ora nel mezzo di un trauma sia storico che generazionale senza precedenti. Camouflage, infatti, lavora soprattutto all’incrocio fra due dinamiche, una intima e una politica, in un contesto storico nel quale mai queste due realtà sono state così esasperatamente messe alla prova, dove l’atto di Resistenza sembra risiedere nella difesa di un’identità che ancora non è stata trovata. La pellicola si sviluppa, inizialmente, come una semplice storia di immigrazione che copre circa due anni, nella quale il protagonista Vitaly (Artur Aliiev), sembra incarnare delle tematiche tipiche di questa tipologia di racconto: la fuga da una situazione familiare opprimente, la ricerca di un futuro migliore in un paese straniero e più sviluppato, le difficoltà di integrarsi. Arrivato con ben poche prospettive a Monaco di Baviera, Vitaly trova quindi rifugio all’interno di una compagnia di teatro studentesca. L’indossare, nel senso letterale, una maschera lo porta quindi a sollevarsi dalla realtà che lo opprimeva, a costruire un’immagine di se stesso che sembra essere davvero sua. Tuttavia, lo spettro della guerra in Ucraina incombe; il film si apre proprio con una didascalia che annuncia: 2021 – 398 giorni prima dell’invasione. Lo scoppio del conflitto obbliga la famiglia di Vitaly (ora soprannominato Vito dagli amici tedeschi) a raggiungerlo, obbligandolo a riprendere dei ruoli che ha sempre cercato di rifiutare: quello di fratello, di figlio, e di cittadino ucraino. La metafora pare piuttosto chiara, ma il film riesce trovare una particolare forza grazie alla sua capacità di rimanere al confine preciso fra due dimensioni apparentemente diversissime fra loro: lo smarrimento esistenziale, e la concretezza della guerra. Infatti, le dinamiche familiari diventano immediatamente un riflesso dello scontro più ampio. La madre di Vitaly, cresciuta sotto il dominio sovietico, parla russo in casa, e quasi fa fatica a interagire in ucraino con i clienti del call center per cui lavora. Sua sorella, inoltre, è ben più legata alle sue origini, e non riesce a perdonare l’espatrio del suo fratello maggiore, vissuto da lei come un abbandono. La fragilità dell’ambiente familiare pare diventare un’analogia della condizione in Ucraina, afflitta dal dramma di un’identità nazionale e popolare ancora tutta da realizzarsi, e che in più viene messa sotto attacco da circostanze esterne, incontrollabili dai più. Interessante sotto questo aspetto è come non esista un esplicito rimando né a Putin né all’esercito russo, come se l’identità dell’invasore fosse irrilevante. Da un lato, questo porta la pellicola a ribadire una dignità intrinseca, indipendente dal contesto, ai suoi protagonisti e quindi, più in generale, al loro popolo, ma allo stesso tempo i conflitti e le contraddizioni interne vengono più direttamente evidenziate.
Camouflage, presentato all’83esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia nel concorso parallelo di Giornate degli Autori, pare così suggerire che è proprio nella fragilità e nella delicatezza dei rapporti interpersonali, nell’affrontare direttamente questi conflitti inestricabili, che si possono trovare una forza e una dignità inesauribili. La sensazione di speranza è irrimediabilmente smorzata dall’amara consapevolezza di traumi insuperabili, di rimpianti irrisolvibili, e di maschere mai del tutto convincenti. Vitaly è infatti affetto da balbuzie, come a indicare un’incapacità pregressa a esprimersi, mentre i suoi tentativi di imparare il tedesco tramite audiolezioni hanno quasi il sapore della preparazione di un attore a un ruolo non adatto a lui. Una dialettica fra dimensioni incompatibili che è rappresentata molto lucidamente anche sotto l’aspetto formale del film. Camouflage confina le immagini nel formato 4:3 che sembra suggerire una visione sempre parziale e incompleta. Più che una sensazione di claustrofobia, il film sembra ribadire una dimensione nascosta, delle cose non dette e nascoste all’interno delle bande nere che incessantemente circondano le immagini. Inoltre, la camera a mano negli interni si contrappone alla camera fissa degli esterni, spesso con l’aggiunta di uno zoom quasi impercettibile, nuovamente suggerendo un accostamento fra la fragilità di una situazione personale con la minacciosa estraneità del mondo fuori dalla famiglia. Ciò che rompe l’equilibrio di questa dialettica sono gli inserti di repertorio, notiziari e riprese dal cellulare degli attacchi, utilizzati ben oltre lo scopo di stabilire un contesto. Diventano invece parte integrante della costruzione drammaturgica, andando a rappresentare il costante stato di agitazione dei protagonisti, attraverso un lavoro sull’audio che ha quasi il ritmo di una sinfonia della distruzione. Questi frammenti digitali caotici e disorientanti sono dunque inseriti in un film dalla precisa ricerca formale, e a loro volta esasperano un concetto alla base di tutta l’opera: il caos della realtà prevale sempre sopra ogni cosa, anche sul tentativo di creare una narrazione “ordinata” e coerente. Sebbene lo scopo di Camouflage si esaurisca proprio nella costante rielaborazione dei concetti sopra esposti, lasciando poco spazio ad altre forme di interpretazioni, è innegabile che poche siano le opere capaci di tradurre in maniera così lucida le proprie idee in immagini, di coniugare la dimensione privata e politica di un insieme di personaggi comuni, la cui vite normalmente restano sullo sfondo delle dinamiche storiche. Mykyta Gibalenco, dunque, si impone già con una voce forse ancora poco personale, troppo legata alle esigenze di comunicare “qualcosa” attraverso la sua opera, ma sicuramente abbastanza matura da comprendere come quel “qualcosa” possa essere trasmesso attraverso un linguaggio che ha sempre fatto del non detto la sua forza. L’atto di filmare, e quindi di selezionare qualcosa da inserire nell’inquadratura escludendo il resto, diventa così il mezzo perfetto per rappresentare il dramma di persone immerse in una realtà dai contorni mai definiti, e costantemente desiderose di trovare un appiglio in una qualche rappresentazione di sé che possa “tracciare” una sicura linea di demarcazione. Camuffarsi diventa quindi un modo per tracciare dei confini, ma pare che siano proprio questi ultimi ad essere la causa del conflitto. Camouflage sembra suggerire che l’accettazione di una realtà caotica sia il primo passo per una riconciliazione, con la propria famiglia, con il proprio passato, con il proprio Paese, e infine con se stessi.
Marco Baratta