12 Settembre 2026 -

LET US THROUGH DEAR ANCESTORS (2026)
di Lav Diaz

Sono come un sedimento direttamente innestato nel terreno di cui sono fatte le Filippine, i mucchi di cadaveri abbandonati del cinema di Lav Diaz. Un continuo susseguirsi di corpi senza vita e cicatrici storiche che, strato dopo strato, memoria dopo memoria, rimozione dopo rimozione, impregnano e letteralmente compongono l’essenza stessa di un Paese da secoli martoriato dall’alternarsi di ogni possibile forma di tirannia e di sopruso nei confronti del popolo. È impossibile non imbattercisi, quando si inizia a scavare. Dai recenti morti della “guerra al narcotraffico” di Duterte a quelli degli oppositori politici del trentennio del dittatore Marcos, i cui figli sono oggi rispettivamente e inquietantemente vicepresidente e presidente, e poi ancora fino in fondo per arrivare a quelle salme adagiate nel 1521 sulla spiaggia di Mactan con cui già Magalhães era tornato indietro di cinque secoli per giungere alla colonizzazione spagnola come primaria origine del Male. Ora, di nuovo in un rigorosissimo 4/3 ma ritornando dopo la rara parentesi a colori al consueto bianco e nero iper-contrastato cifra stilistica più tipica di Lav Diaz, Let us through, dear Ancestors sembra volerne realizzarne una sorta di seguito ideale in cui poco meno di cent’anni dopo, nel 1617, gli spagnoli già sono presenti e spadroneggiano nelle Filippine, di fatto divise fra i domini incontrastati di tendenzialmente malvagi sacerdoti encomanderi che, alla forzata “evangelizzazione” con cui di fatto impongono la cancellazione di intere parti della cultura locale, affiancano un’autorità terrena pressoché assoluta, un potere oppressivo, tirannico, sociale e non di rado pure sessuale.
Non è affatto un caso in questo senso che, fra i diversi co-protagonisti di un film corale e forse più che mai denso nelle linee narrative che si intrecciano lungo le sue (sole) due ore e mezza, Dungwen sia uno dei (tanti) figli (nemmeno troppo segreti) disseminati in giro dal mefistofelico Padre Enciso. Meticcio, «non del tutto indigeno ma mezzo spagnolo», e quindi in qualche modo più tutelato dei suoi compagni, eppure proprio come le stesse Filippine figlio di uno stupro, di un inganno, dell’ipocrisia di chi manda a morte gli uomini e poi sfoga i propri appetiti sessuali con le vedove. Il prete-padrone, dopo non essersi mai interessato a lui per tutta la sua vita, lo manda a chiamare perché con i suoi uomini trasporti attraverso chilometri e chilometri di giungla un pesantissimo quantitativo di marmo necessario per ultimare la costruzione della chiesa – che poi a ben vedere è a sua volta un futuro stupro del territorio, così lontana sia dalla cultura panteistica locale sia dalla (non) urbanistica delle capanne di legno –, in un viaggio che non potrà che rivelarsi l’ennesima spirale di morte e disperazione diaziana, l’ennesimo umanissimo dolore nell’inevitabilità della tragedia, l’ennesima distesa di salme di contadini innocenti inghiottite dalla polvere e dal silenzio. Ma pure l’ennesima commovente dignità morale nella sconfitta, l’ennesimo atto di ribellione accettandone le conseguenze, l’ennesimo consapevole (anti)eroico sacrificio. L’ennesimo amico che si carica letteralmente sulle spalle un compagno di viaggio avvelenato, tentando invano fino all’ultimo di salvargli la vita, magari in parallelo con l’ennesimo fratello sconsolato nella sua malattia mentale che lo ha fatto rimanere puro come un bambino mentre, urlando e piangendo, porta in braccio il corpo ormai inerte dell’amata sorella.

C’è come si diceva il perverso Padre Enciso, perfetto villain diaziano con i suo concetti distorti di conversione e di catechesi come metodo di controllo sul popolo, un prete/dittatore assoluto padrone della sua chiesa in costruzione in nome della quale reprimere e sterminare chiunque osi opporsi e continuare a credere ai suoi culti panteistici. C’è come si diceva Dungwen, uno dei suoi tanti figli (il)legittimi coercitivamente costretto ad accettare la sua proposta per amore della famiglia e dei figli, e ci sono gli amici di quest’ultimo destinati a cadere uno per uno mentre lo accompagnano fedeli nella sua missione impossibile. C’è il bandito Bari-Bari che sembra quasi una presenza fantasmatica e che invece si rivelerà fin troppo umano, da qualche parte fra Robin Hood e un Giuda Iscariota al soldo del Potere con tanto di 30 denari e iconografia dell’ultima cena, e ci sono gli ultimi depositari della tradizione pagana e popolare – esplicitamente questa volta la guaritrice Babayeng Indimatandong, figura sacra venerata ancora oggi e qui costretta da Padre Enciso al carcere e a un’orribile morte di stenti – che non potranno in alcun modo reagire all’abuso e al sopruso della “civilizzazione” occidentale che farisaica e maligna li dipinge come «demoni» mentre esattamente come un demone si ostina a comportarsi. C’è poi quel suo fratello mai cresciuto che non potrà far nulla per salvarla e che riporta a una lunga tradizione diaziana di malattia e di ritardi mentali come somatizzazione di un sentimento e purezza di un dolore emotivo, c’è l’architetto (pre-hippy) anglo-spagnolo Alejo Smith che progressivamente si rende conto dell’orrore coloniale ma è troppo europeo per combatterlo e per ripulirsi la coscienza si limiterà ad andare via voltando le spalle, e infine c’è il popolo degli ultimissimi anziani e delle donne rimaste vedove e poi a turno manipolate e circuite dal diabolico prete sessuomane, che alle incarnazioni degli spiriti e degli Antenati del titolo a cui ancora i bambini chiedono il permesso di passare hanno ormai imparato a sostituire il segno della croce, atterrite dalla paura instillata di un peccato che non riescono a identificare. Personaggi e vicende che Lav Diaz interseca in un film più che mai diretto e incazzato, che combatte la tirannia e la religione brandita come pura arma di oppressione e ineludibile origine del Male sferrando un attacco al cristianesimo coloniale che, nella pur politicissima filmografia del regista, nemmeno con il Padre Tiburcio di Century of birthing che non a caso a sua volta si opponeva a una sciamana locale si era mai fatto così esplicito e frontale, quando necessario anche ai limiti del blasfemo o per lo meno del punk fra un altare usato come giaciglio, la distruzione della capanna consacrata e una croce gettata via in segno di disprezzo.
Elementi non a caso materici di un film, presentato come ultima gemma del ricco e non competitivo Venice Open dell’83esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, fatto di corpi, di oggetti-feticcio, di riti antichi vietati, di sbarre in cui rinchiuderli e di faticosi passi nel fango; un film a sua volta profondamente materico nella profondità della giungla spesso set ideale del cinema di Lav Diaz ma mai come questa volta vera e propria co-protagonista incontaminata e fuori dal tempo, così profonda e tattile nei suoi chiaroscuri che non a caso il gigantesco autore filippino sceglie, come già nel bellissimo When the waves are gone e nella seconda parte di Essentials truths of the Lake, di fotografarla in un abbacinante 16mm vivo e quasi palpabile nel rumore puntinato della sua grana. Un’immagine di per sé vibrante con cui guardarla in pianosequenza in inquadrature rigorosamente fisse e spaventosamente eleganti nei loro campi lunghi pensati rigorosamente per l’esperienza cinematografica su grande schermo, e forse nel suo cinema mai così rapide nell’alternarsi per dare ritmo alle narrazioni – a volte forse pure un pelo troppo quando con più respiro sarebbero state con ogni probabilità ancora più efficaci, si veda lo sguardo in macchina di Babayeng Indimatandong sì straordinario per intensità, ma che fa lo stesso rimpiangere la durata di quello molto simile di Florentina Hubaldo, CTE. Non ha senso tuttavia fermarsi in questa sede a rimpiangere i più miracolosi capolavori XXL e in miniDV di Lav Diaz, anche perché la sua ricerca di maggiore compattezza viene ormai da lontano, sin dai tempi delle quattro ore scarse di The Woman who left che all’unica partecipazione dell’autore nel concorso veneziano fu Leone d’Oro, e ancor più da Genus Pan e dall’unica versione a oggi disponibile di Magalhães che già avevano compresso le durate fino a 150 minuti. Del resto, questo suo cinema giocoforza un pelo meno lancinante ma inevitabilmente più fruibile non è in alcun modo meno radicale o di compromesso, ma una consapevole evoluzione del suo stile, e in questo Let us through, dear Ancestors scorre perfettamente asciutto e potente, umano, politicissimo, non fraintendibile, sublime, trascinando come un novello Heremias lungo i suoi dagherrotipi in movimento quella sua slitta carica di marmo (il materiale alieno della chiesa in costruzione, ma probabilmente non a caso anche quello delle lapidi) come un bianco simbolo della violenza e del sangue in cui ogni brandello di una Storia innaffiata di lacrime finisce inevitabilmente per affondare le proprie radici. Andando sempre più a fondo, Lav Diaz la dissotterra, la analizza, ne fa narrazione e commovente trasporto umano, come la radiografia dolorosa di una terra martoriata che ciclicamente soffre dei corsi e ricorsi degli stessi meccanismi perversi, ma che su uno schermo sa ancora esplodere nel suo eterno grido di battaglia e di infinita (R)esistenza.

Marco Romagna

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