6 Settembre 2026 -

OASE (2026)
di Jannis Lenz

Si prendano come punta dell’iceberg le polemiche delle ultime edizioni Berlinale. Due anni fa, nel 2024, Basel Adra e Yuval Abraham appena premiati per No other land parlano espressamente di apartheid e genocidio dal palco del Palast per definire la situazione a Gaza e l’occupazione della Cisgiordania, provocando l’immediata reazione di diversi politici tedeschi fra cui il sindaco di Berlino Kai Wegner pronto a bollare i loro discorsi come antisemiti e pro-Hamas. Quest’anno, nonostante nel frattempo l’intero mondo non abbia potuto fare a meno di mobilitarsi sempre più per la questione palestinese, la situazione si ripete se possibile esacerbata al momento del discorso analogo di Abdullah al-Hatib freschissimo vincitore di Perspectives con Chronicles from the Siege, con il Ministro dell’Ambiente Carsten Schneider che abbandona indignato la cerimonia di premiazione dando il LA a una lunga polemica cresciuta fino all’aperta minaccia – poi rientrata probabilmente in seguito a una qualche imposizione che in quanto tale è di per sé l’opposto della missione culturale su cui ogni kermesse internazionale fonda la sua ragion d’essere e il suo stesso senso – di rimuovere dall’incarico la direttrice artistica Tricia Tuttle non per gli effettivi demeriti della sua gestione, ma per non aver saputo censurare la libera espressione di un artista su un palco che per statuto è nato ed esiste proprio per dare voce alle minoranze disallineate, per fornire una vetrina in cui portare alla luce ciò che è sommerso, per fare uscire ciò che il Potere – e in questo caso l’intera politica tedesca, in un fronte comune che va dai cristianodemocratici più conservatori ai socialdemocratici più progressisti – preferirebbe che restasse nei suoi coni d’ombra. Non per una questione di malignità, sia ben chiaro, ma per un cortocircuito storico-culturale, in cui il senso di colpa atavico dell’intera nazione per gli orrori del nazismo, unito a un’impostazione formativa da sempre votata al pragmatismo e per questo piuttosto rigida nei protocolli, tende a non amare i toni di grigio e a preferire l’ipocrisia a volte fredda e cieca di una posizione inattaccabile (e quindi prona) rispetto a una dialettica che, giustamente, faccia i necessari distinguo fra ebraismo, sionismo e le politiche criminali del governo (sempre più) canaglia israeliano per entrare realmente nel merito. Ora, il sorprendente Oase con cui Jannis Lenz dopo una carriera più che decennale nei corti esordisce al lungometraggio non c’entra assolutamente nulla con i fatti della Berlinale né tanto meno con la questione palestinese. Non c’è nemmeno una fra le tantissime bandiere israeliane che fino a un paio d’anni fa (ora molto meno, a riprova che anche il popolo tedesco a differenza dei suoi governanti sta aprendo gli occhi) ricoprivano i balconi delle città, e non c’è nemmeno uno dei tanti giovani ragazzi con la kefiah che è invece possibile incontrare negli ultimi tempi in giro per le stazioni della metropolitana. È però la stessa identica Germania quella che il film analizza e problematizza lungo il suo scorrere. Una Germania complessa, difficile, auto-ingabbiatasi nella propria forma mentis in un momento storico di (in)gestibili contraddizioni che continuano a emergere sempre più evidenti da sotto il tappeto. Una Germania di alienazione, di emarginazione e di repressione, di conflitti generazionali e di barricate ideologiche, di senso di vuoto e di risoluzioni nette e crudeli per problemi ben più ampi e stratificati. Una Germania che non riesce più a distinguere le vittime dai carnefici, perché «l’unica cosa che conta è che gli altri ragazzi si sentano sicuri», ed è molto più facile guardare con sospetto e poi allontanare e abbandonare a se stesso un ragazzo che reagisce in maniera violenta alle continue frustrazioni del bullismo, trasformandolo nell’apparente mostro che non è e che non è mai stato, piuttosto che comprenderne le ragioni e cercare di risolvere il (reale) problema (sociale) a monte che lo affligge e che gli logora i nervi.

Non è affatto un caso in tal senso che Oase, presentato all’interno della selezione ufficiale dell’83esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia nella sezione Orizzonti, si apra sugli esercizi vocali della scuola-coro della giovane Maja. Come se quelle prove di dizione con cui amalgamare i suoni di più studenti in un’unica voce senza dissonanze nient’altro fossero che il simbolo di un tentativo di omologazione, di appiattimento a una prassi che non si può permettere nemmeno un semitono di differenza o un timbro più pronunciato pena la caduta dell’intero muro sonoro, e per ovvia conseguenza l’antonomasia del sentimento di oppressione provato dai teenager a cui viene richiesto di conformarsi alla società abbracciandone in maniera acritica anche le più evidenti storture. Ragazzi che si sentono inascoltati tanto dall’insensibilità e dall’inadeguatezza dell’istituzione familiare quanto dal fallimento di quella scolastica e pedagogica che al massimo riesce a frugare negli zaini degli studenti e a organizzare un inutile (o meglio, perversamente utile…) corso antiviolenza in palestra – ed è sotto questo aspetto estremamente intelligente Jannis Lenz, nella sfaccettata coralità del suo film, a farle confluire nel personaggio sempre più in tilt del padre vedovo di Lukas che è anche insegnante tanto del figlio quanto del suo amico «violento» Andy –; istituzioni che mosse da un oramai distorto senso della protezione ma in realtà assenti quando è ora di affrontare le contraddizioni preferiscono controllare, proibire e magari pure perpetrare consapevolmente un’ingiustizia contro il singolo, confondendo ancora una volta i ruoli di vittima e carnefice pur di trasformare la pietra dello scandalo in capro espiatorio e così di salvare la facciata di «bene comune» e di «sicurezza». È per questo che mentre gli adulti si scambiano video virali di cellulare in cellulare – il primo in cui Andy minaccia rabbioso un manipolo di compagni di classe scatenando il j’accuse a genitori e insegnanti, e il secondo suo prequel del quale invece a nessuno interessa realmente scoprire gli autori ma che si preferisce di fatto insabbiare, in cui lo stesso Andy viene ridicolizzato e filmato nudo da quegli stessi compagni di classe mentre cerca goffamente di recuperare i suoi vestiti appesi a sei metri d’altezza – ai ragazzi non resta che ritagliarsi qualche spazio di fuga, a fumare insieme marijuana in un salotto deserto o a giocare a war game sparandosi a vicenda i marker gialli nel bosco, per somatizzare nei segni e nel dolore del corpo quella loro angoscia esistenziale e poi trovare in un abbraccio e nella reciproca presenza quel calore umano che la superficialità, l’individualismo e l’ipocrisia della società hanno anestetizzato fino all’asfissia. Del resto che cosa sono appunto l’americano Andy, figlio di un soldato statunitense che non vede mai e anticipato dalla sua nomea di rabbioso perché reagisce alle (continue) provocazioni, l’orfano di madre Lukas che invece subisce senza fiatare tutte le angherie psicofisiche dei compagni di classe (e come anticipato l’inadeguatezza di un padre-insegnante sempre più patetico fra una partita a Guitar Hero e un “compito” morale da assegnare al figlio come una nota sul registro) senza mai reagire né riuscire a difendere pubblicamente gli altri, e infine Maja che ha addirittura cambiato scuola pur di evitare certe dinamiche ma ne ha trovate altre forse in realtà non così dissimili, lasciata in pratica sempre da sola a casa da genitori in carriera che evidentemente non hanno abbastanza tempo per occuparsi di lei, se non tre emarginati incompresi e soli, che in un rapporto di amicizia e di riscoperta della carne sempre sul filo del desiderio senza mai diventare realmente sessuale cercano a loro modo, insieme, di resistere a un mondo crudele di precarietà e facciate? Immersi in un senso di provvisorietà e di superficialità sociale che è lo stesso non solo di quelle armi in realtà poco più che innocue con cui giocano a fare i machi capaci di difendersi da soli, in grado di provocare al massimo un livido che dopo poco andrà via, ma anche e soprattutto di quell’ossessione con cui costantemente si filmano e si riguardano cercando un proprio sguardo e un proprio modo più giusto e più umano di vedere le cose, continuando però a registrare sempre sopra alla stessa cassetta miniDV che costantemente cancellano e ripassano. Consapevoli di lasciare sul nastro magnetico un breve ricordo che è un’immagine a sua volta effimera e sempre cangiante, a breve non più riproducibile, ma forse proprio per questo finalmente “loro”, pura, libera espressione e consapevolezza di dover bastare a se stessi. Un’immagine attraverso cui opporsi, difendersi, unirsi, sfiorarsi senza (più) paura. Un’immagine attraverso cui frugare negli interstizi della verità e affrontarne direttamente a muso duro gli aspetti più dolorosi. Un’immagine che è l’unica vera arma nelle loro mani. Un’immagine con cui rifiutare di sentirsi complici, fra un morso, uno sparo e un abbraccio.

Marco Romagna

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