«Oggi sua maestà ha performato alla grande, è stato ben istruito» si dicono ridacchiando quegli orwelliani massoni dalla testa d’asino (quando non direttamente di maiale) che con le loro divise militari affollano i salotti buoni del comando. Di lì a poco uno sciame di zanzare meccaniche spargerà sulla folla, ingenua e festante per la fasulla libertà di un giorno e ancora inebriata dal farisaico discorso del sovrano che l’ha convinta che le ricchezze degli oligarchi del capitalismo di Stato siano parte di un benessere condiviso, uno spray che cancellerà la memoria dell’intero popolo privandolo così dell’identità, della volontà e della giustizia, per ridurlo nuovamente a decenni di schiavitù senza lasciargli nemmeno la consapevolezza di essere oppresso. Uno squarcio di feroce ed inequivocabile satira politica con cui Magic Atlas affonda gli artigli direttamente nella carne del Sistema dell’immaginario Impero del carbone di Luocha per scavare con le armi della distopia e della retrofantascienza steampunk all’interno chiaramente della Cina – elefante nella stanza mai esplicitamente nominato ma ovvio riferimento dell’artista e animatore Sun Xun, nativo di Fuxin e ora abile nel tenersi al di fuori delle maglie della censura locale facendo risultare la (in gran parte auto)produzione del suo film come singaporiana – ma in generale di ogni dittatura e forse pure, per inevitabile estensione, di ogni apparente democrazia occidentale regolata dal Capitale. Un ritratto impietoso dei gangli più oscuri e animaleschi del Potere – e del loro continuo e impunito perpetrare iniquità e violenza attraverso un progresso tecnologico che diventa tecnocrazia e nuovo mezzo di prevaricazione del popolo – che è in realtà solo la più esplicita fra le infinite intuizioni di un monumentale esordio al lungometraggio che per l’animatore cinese fondatore dello Studio π è per molti versi già il lavoro di una vita, figlio di una gestazione più che decennale e della collaborazione (specialmente in periodo Covid) di colleghi da ogni parte del mondo ad aggiungere un proprio tocco alla sua babele sperimentale di tecniche e stili su tavola e xilografia. Un vero e proprio atlante magico, come suggerisce il titolo, in cui le inesauribili possibilità dell’animazione e i mille possibili mondi di un multiverso dimensionale che poi nient’altro vuole rappresentare che le reincarnazioni della filosofia zen diventano, nelle mani di Sun Xun, il consapevole grimaldello con cui scavare nella Storia e nel suo senso, alla ricerca di un tesoro inestimabile come la memoria e come la consapevolezza delle manipolazioni, o forse più semplicemente come la purezza incorruttibile e fanciullesca del senso di meraviglia di fronte a uno spettacolo per gli occhi in costante ed eterno mutamento. Allo stesso tempo percorso e unica possibile meta di un viaggio polimorfo nell’inchiostro e nelle sue potenzialità che in qualche modo, fra il bianco e nero e le macchie di colore, fra la china e la grafite, fra le pennellate e gli intagli nel legno/matrice, è speculare al viaggio dei protagonisti nella società e nelle sue storture, e costantemente si trasforma in un’ininterrotta sfida tecnica e visiva all’impossibile, in un perfetto amalgama di stili e di idee, nell’esperienza mesmerizzante di una visione cinematografica che non accetta alcun tipo di confine né di forme predeterminate.
Assoluto fiore all’occhiello della sezione Cineasti del Presente del 79esimo Locarno Film Festival, Magic Atlas fa così deflagrare sullo schermo una letterale bomba a grappolo di tecniche d’animazione e di possibilità formali e di visione, che costantemente si scambiano e non di rado si mescolano su più livelli dello stesso fotogramma a dare una forma sempre diversa alla fantasia o forse sarebbe meglio dire alla capacità di vedere e di re-immaginare un mondo-altro e fuori dal tempo. Un intero universo immaginifico che parte dal bianco e nero delle stampe xilografiche della tradizione orientale, illustrazioni di samurai e di cavalli intagliati nel legno e poi riportati su carta o su ardesia, per arrivare fino alla psichedelia e ai cromatismi cangianti di uno schermo nello schermo passando per il carboncino dei dragoni e per i pastelli delle pitture rupestri, per il morphing delle figure e per più di un movimento di macchina impossibile, per il disegno a matita e per i contorni di gesso, per Metropolis e per Star Wars, per il cubismo di Guernica e per gli orologi surreali di Dalì, per l’icona pop di Topolino e per l’illusionismo di Houdini, e poi ancora per lo stesso fiume di gente già miniatura del Fairytale di Sokurov e per il ticchettio di un proiettore che ribadisce ancora una volta la capacità affabulatoria del cinema. Un approccio che alla metafora politica affianca un affascinantissimo, magnetico, magnificamente ipertrofico studio teorico del medium e della sua capacità di stupire, come se nella continua mutazione delle forme, dei materiali, degli stili e dei colori Magic Atlas si volesse innestare da qualche parte fra la staticità e il movimento per trovare nella più assoluta libertà espressiva la propria definitiva forma di lotta e di Resistenza. Del resto, a ben vedere, che cos’è se non una forma di lotta e di resistenza il viaggio per i mondi che il film sogna e mette in scena, con quella mappa del tesoro che il misterioso viaggiatore in mongolfiera/dirigibile e tuba ottocentesca regalerà in un imprecisato futuro al ragazzino orfano e unico immune all’amnesia per continuare la sua missione in questa vita oppure nella prossima? E, più a monte, che cos’è l’utilizzo del disegno animato se non un tentativo di recupero di quella memoria primordiale che nella trama e nel regno allegorico del film viene impunemente cancellata e considerata offesa contro la morale? E poi, ancora, che cos’è la scelta di realizzarlo principalmente a mano – e magari su umile carta di giornali tedeschi degli anni Cinquanta e Sessanta, proprio come quelli già fondale di Shock of time con cui nel 2006 Sun Xun aveva mosso i suoi primissimi passi nel cortometraggio e nell’animazione ragionando sulla manipolazione delle informazioni durante la Guerra Fredda – se non una risposta analogica, materica e rigorosamente umana agli automatismi ipertecnologici e sempre più robotizzati dei potenti? Scelte ben precise con cui l’artista cinese, in un progetto nato con il finanziamento di un milione elargito dal mecenatismo della gallerista miliardaria australiana Judith Neilson e poi cresciuto a dismisura portando Sun Xun a vendere una sua opera alla volta fino a superare ampiamente i cinque milioni di dollari di budget, pone da una parte la contemporaneità sociale sospesa fra passato e futuro e dall’altra l’eternità del buddismo che calcola il tempo semplicemente come passaggio di stato e di vita, e fra macchine volanti retrofuturistiche, binocoli, armi, reti, uomini, animali, un carcere, una condanna ingiusta, un pozzo, un maestro e infiniti cambi formali con cui ripercorrere la storia delle tecniche animate e del cinema tout-court guarda dalle parti di Masaaki Yuasa per dipanarsi come ottantacinque minuti di ipnosi e continuo stupore. Un percorso (onirico) nelle immagini che è tanto socio-politico quanto spirituale, e che nello scorrere mutaforma e violento di una narrazione violenta e intelligentemente enigmatica si fa ampiamente perdonare qualche passaggio forse un filo più farraginoso inglobandolo nelle ambizioni ben più stratificate e complesse di un eterno mistero dell’esistenza nel quale ogni possibile risposta apre a un’infinità di altre domande destinate a rimanere insolute, e proprio per questo capaci di scavare così in profondità nell’uomo, nel mondo che lo circonda, in un intero Sistema di asini antropomorfi da smascherare direttamente nell’esercizio oscuro del loro Potere. Fino a trovare il senso stesso del cinema e di un disegno che prende vita e si mette a raccontare una storia, libero e senza limiti fisici né tanto meno di immaginazione, come il necessario rinnovarsi di quell’inspiegabile magia senza la quale tutto il resto non sarebbe mai (stato) possibile.
Marco Romagna