15 Maggio 2026 -

TANGLES (2026)
di Leah Nelson

«Qualcun altro potrebbe serbare una memoria differente degli eventi. Ma così è come li ricordo io», dichiara apertamente Tangles al termine del suo folgorante incipit di incubi e magica immaginazione dell’infanzia. Una centralità assoluta del punto di vista, quello dell’illustratrice e fumettista Sarah Leavitt, che parte dai suoi incubi da bambina e dal suo ricordo fantastico di una madre eroica, armata di una torcia elettrica diventata spada laser per sconfiggere i mostri che durante la notte emergono dalla carta da parati, per poi raccontare senza filtri gli anni di malattia e la morte della genitrice concentrandosi appunto sulla percezione personale degli eventi, sulle conseguenze emotive e fattuali del loro precipitare sulle famiglie e sui caregiver, sui pensieri sotto stress che prendono vita fra la dolcezza della memoria e l’inevitabile cupezza dell’immaginazione (e di conseguenza del proprio stile di disegno) quando si vede un proprio affetto sfiorire giorno dopo giorno. È per questo che – per quanto non stupisca affatto leggere, nelle note di regia con cui la giovane animatrice canadese Leah Nelson accompagna la prima mondiale del suo commovente lungometraggio d’esordio fra le Séances Spéciales del 79esimo Festival di Cannes, come la sua idea di dare vita alle tavole e allo stile di disegno dell’omonima graphic novel autobiografica di Sarah Leavitt sia nata proprio durante un periodo nel quale anche lei era impegnata in modo totalizzante e disperato ad assistere un caso di demenza in famiglia – era fondamentale che il film conservasse la peculiarità (anche) sfacciatamente queer di quel ben preciso punto di vista e di quelle ben precise direzioni nel fantasticare (perfino negli annunci delle hostess in volo) della protagonista e autrice del fumetto, opera personalissima e al contempo (già) universale in cui trovare (e ora restituire per fare nuovamente ritrovare su uno schermo) un’immediata immedesimazione e forse in qualche modo un senso di conforto. Nasce da questa necessità espressiva e umana, forse più ancora che da un generico senso di rispetto, la scelta di Leah Nelson di mantenere anche nella sua versione animata quel bianco e nero in toni di grigio delle tavole originali, aggiungendo giusto qualche sprazzo di colore in pochi dettagli che sottolineano la poetica delle emozioni e lavorando a mano in lunghi anni di animazione 2D su un character design necessariamente meno stilizzato di quello della graphic novel ma allo stesso modo essenziale, tutto sommato fedele nell’adattare al movimento sia i personaggi al centro della narrazione, sia l’evolversi sempre più verso una crudezza dark dello stile di disegno delle illustrazioni della protagonista, passate nel frattempo dai volantini di lotta LGBT alle copertine delle riviste locali per poi essere commissionate in pianta stabile dal prestigiosissimo New Yorker. Una traiettoria a ostacoli d’amore e di morte (o meglio, A Story About Alzheimer’s, My Mother and Me, usando il sottotitolo del fumetto), intrisa di pastoie della vita ma anche di malizia e della lesbo-sfrontatezza emancipatoria del ’99 e dei primi anni Duemila, lungo cui il disegno non è solo talento, lavoro e rivendicazione politica ma appunto intima memoria e personalissima via di fuga in cui affrontare di petto la paura e la disillusione, la frustrazione e le rinunce, la rabbia ed il dolore, ma anche per annotare le vibrazioni emotive degli (ultimi) momenti di gioia insieme e dell’ironia con cui rispondere in qualche modo ai momenti di maggiore sconforto, fra inaspettati slanci poetici (il matrimonio della sorella, il coraggio di riprendere in mano la propria vita, e infine la dedica finale non più alla memoria di una madre ma a quella della compagna Donimo rimasta vicina a Sarah Leavitt lungo tutto il suo percorso e oltre, finché morte non vi separi), e le inevitabili lacrime che a più riprese inumidiscono furtive gli occhi di chi guarda.

All’inizio è un ferro da stiro dimenticato per uscire a curare il giardino, è una porta di cui non si sa più far scattare la serratura, è la negazione dell’evidenza da parte di una famiglia non ancora pronta ad accettare l’evidenza della malattia. Poi è una sparizione, è l’ennesimo incubo pop-art dell’attesa, è l’immaginare tutte le possibili ipotesi mediche come un giro di roulette al casinò: è una diagnosi di morbo di Alzheimer con cui necessariamente fare i conti, fra la lucidità di una madre non più invincibile che progressivamente si allontana fino a perdere tutto e i sacrifici (ma anche le sacrosante necessità di evadere dalla pressione costante) di marito e figlie nel prendersi cura di lei nel momento del bisogno. Eppure, anche se Tangles non vuole fare particolari sconti sulle diramazioni dolorose della malattia e della morte (i messaggi deliranti sulla segreteria telefonica e le nottate in piedi a fissare il nulla, i bagni caldi con cui prendersi cura della malata e i sensi di colpa per essere crollati esausti sul divano anziché farle da sponda nel letto, le crisi di nervi quando non guarda e la corsa per non farla investire quando esce all’improvviso di casa, e poi il taglio della ciocca di capelli da conservare quando il suo elettrocardiogramma diventerà piatto), a intrecciarsi alla vicenda con inaspettata vitalità e intrinseca forza politica c’è anche la parabola di passione e d’amore (nato) eterno e più forte anche di qualsiasi periodo d’attesa con la motociclista Donimo, c’è anche il percorso di ascesa artistica dell’autrice protagonista come una riflessione sul senso stesso di prendere in mano una matita e fermare lo schizzo di un’impressione, e c’è anche la contrapposizione (passando perfino per la conversione religiosa verso l’ebraismo di una sorella che sembra essere egoista e precipitosa e che invece introduce un nuovo e magnifico elemento nella famiglia) fra il Maine dei Leavitt, di larghe vedute negli orizzonti ben più ristretti di uno Stato conservatore, e la California progressista del lavoro e della comunità LGBTQ diurna e notturna, ben più libera e accettata fra le redazioni e le discoteche, fra le motociclette e l’aperta provocazione erotica, fra gli incontri occasionali e una rivoluzione culturale da mettere in atto. Elementi che Leah Nelson, sviluppando il progetto sotto l’ala produttiva di Seth Rogen (anche doppiatore, insieme a Bryan Cranston, Julia Louis-Dreyfus e la crema dei comici ebrei statunitensi) nello studio Giant Ant del quale è co-fondatrice, innesta in un’animazione rigorosamente per adulti, ancora più dello splendido e quasi perfettamente apparentabile In waves con cui, vedendoli a distanza di poche ore, Tangles non può che formare una sorta di dittico in cui le industrie animate francesi e americane, in due esordi di talentuose registe donne, compiono in sostanza la medesima operazione su due graphic novel con molti alleli in comune. Un’animazione fatta lì di surf come metafora di vita oltre la morte con cui cavalcare le ondate di disperazione, e qui invece di (omo)sessualità, memoria, disegno, agnosticismo, stile pungente, dolori della vita e digressioni incubali nell’immaginare il peggio o magari nell’illudersi ancora che sia tutto uno scherzo di cattivo gusto, fra la frustrazione dell’impotenza e la liberazione di una bestemmia gridata con tanto di dito medio al cielo quando non c’è più nulla da fare, come un guanto di sfida a un destino sadico e ingiusto, come estremo tentativo di trovare un colpevole sul quale almeno sfogare le proprie lacrime e un vaffanculo che si sa già che non troverà mai risposta, ma che in qualche modo sembra fare stare meglio. Dopo, rimarrà lo spazio solamente per i ricordi, per un sentimento che non si estingue, per una fotografia ritrovata come ultima e inaspettata benedizione proprio quando si sta partendo per una nuova vita felice. Una storia di più di vent’anni fa e passata di mano e di forma da un’autrice all’altra, eppure sempre attuale in ogni affetto, in ogni disegno, in ogni agonia. In ogni sconfinamento onirico in cui (re)immaginare se stessi e chi si ama, e dare ancora una volta corpo e contorni in carboncino a un ricordo dolce e struggente perché non possa mai più andare via.

Marco Romagna

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