18 Maggio 2026 -

PAPER TIGER (2026)
di James Gray

Per la sesta volta nella sua carriera selezionato per il Concorso del più grande festival al mondo, quello che si svolge ogni anno a Cannes alla metà di maggio, James Gray questa volta potrebbe finalmente aspirare a quel riconoscimento che solo una delle due partecipazioni veneziane gli ha invece conferito (la miglior regia per l’esordio Little Odessa, in un particolarissimo triplo ex-aequo con il Peter Jackson di Creature del cielo e il Carlo Mazzacurati de Il toro). Paper Tiger, nono lungometraggio per il cinquantasettenne autore newyorkese di origini ebraiche/ucraine, è l’ennesimo capitolo dell’unione tra presente e passato che ha sempre rappresentato la linea guida principale del suo percorso, insieme agli altri due leit-motiv: i rapporti familiari visti sia come ingombrante legacy che come occasionale rifugio e il radicamento/sradicamento di comunità emigrate negli States in cerca di un pezzettino di Sogno americano. Qui si torna anche in territori di genere, segnatamente il noir con un pizzico di gangster-movie, come nei tre film con cui aveva inaugurato la sua carriera a cavallo tra gli anni Novanta e Zero: il già citato Little Odessa, The Yards e I padroni della notte. Ma i livelli di lettura e apparentamento tra loro delle opere di Gray sono molteplici, ed ecco che questo nuovo lavoro, ambientato nel suo natìo Queens, può anche rappresentare un ideale secondo capitolo dopo il precedente Armageddon Time, una rilettura degli Stati Uniti reaganiani in cui il piccolo James ha vissuto la sua adolescenza e prima giovinezza: lì era il 1980 e la paura dell’apocalisse nucleare faceva da sfondo quasi naturale alla quotidianità, qui è il 1986 e la reaganomic edonistica ha ormai avvelenato i pozzi, facendo dell’accaparramento selvaggio l’unica ragione di vita socialmente apprezzata.
Gray ci introduce alla sua parabola morale con due colpi di pura classe nei primissimi secondi, che instradano subito la lettura di quanto avverrà successivamente: dal nero iniziale emerge un testo, una citazione dall’Agamennone di Eschilo, «Che sia ricchezza senza lacrime; abbastanza per l’uomo saggio che non chiederà altro»; dopo l’inserimento nella tradizione, nel grande romanzo della storia umana sempre uguale e sempre diverso nel corso dei secoli, arriva la contestualizzazione precisa di tempo e spazio. Nella prima inquadratura, un canneto impedisce la vista per più di metà del fotogramma e solo una cosa si staglia all’orizzonte, le Torri Gemelle. Come fa il grande cinema d’autore, un’immagine multistrato: la vista è offuscata e solo il simbolo del capitalismo selvaggio, il World Trade Center appunto, collega la periferia del Queens alla New York metropolitana. Proprio in quel canneto si svolgerà il sanguinoso pre-finale, e specularmente la macchina da presa si alzerà per guardare le piccole miserie morali a cui abbiamo assistito per circa due ore di proiezione per sottolinearne l’insignificanza da uno sguardo finalmente esterno, contestualizzante, teso a rimettere ogni cosa al suo posto. Possiamo anche ribadire un’ovvietà: l’abbattimento del simbolo stesso del commercio globalizzato avvenuto l’11 settembre del 2001 è stato davvero, retrospettivamente, il turning point che ha immediatamente traghettato il XXI secolo appena cominciato verso la ridefinizione dei rapporti di forza emersi e stabilizzati dal secondo dopoguerra in poi e oggi, venticinque anni più tardi, siamo immersi nella guerra fredda e calda insieme che condurrà chissà dove. Al principio di una storia che apparentemente parla di piccoli avvenimenti e di piccoli uomini, Gray la instrada immediatamente nel contesto generale e ci dice che le valanghe nascono sempre da una serie di smottamenti di minor intensità, come solo i grandi cineasti sono capaci di fare.

Ma cosa racconta, dunque, Paper Tiger? Di due fratelli, Irwin (Miles Teller), ingegnere sposato con Hester (Scarlett Johansson) e con due figli, Scott (Gavin Goudey) e Ben (Roman Engel), che prospera tranquillo nella suburbia e nella classica casetta unifamiliare su due piani con giardino; e Gary (Adam Driver), ex poliziotto che usa i contatti maturati nel suo lavoro precedente per far soldi, un uomo (a detta del fratello) dal “tocco magico”. Ecco che quindi Gary coinvolge Irwin in un affare che frutterà al secondo diecimila dollari sull’unghia e poi chissà, la valutazione ambientale per la bonifica di un canale che permetterà a quel lotto di diventare edificabile e frutto, dunque, di una futura speculazione. C’è un “piccolo” problema: bisogna aver a che fare con un imprenditore russo e i suoi dipendenti, germe di malapianta destinato a fruttare illegalità. Ma l’apparente ingenuità con cui i due fratelli si mettono a trattare con questi loschi figuri, e che appare inspiegabile ad uno spettatore del 2026, non deve far dimenticare che siamo quarant’anni indietro, e la malavita proveniente dall’Unione Sovietica è ancora sotterranea e non ha nemmeno avuto (nella modalità classica di alfabetizzazione popolare dell’industria culturale USA) un sottogenere cinematografico specificamente dedicato come nei successivi decenni. Gli americani sono/si sentono padroni del mondo e l’avversario sovietico è dipinto dalla vulgata e dalle istituzioni come uno scemotto arretrato e manipolabile: naturalmente non è così, e i Nostri pagheranno carissime le conseguenze delle loro scelte scellerate. Irwin vive appieno la vita piccolo borghese che si è costruito, e nei minuti iniziali l’atmosfera in casa è gioviale, si ride e si scherza, prima dell’arrivo del benvestito e pieno di soldi “zio Gary”, che quando viene invitato a cena porta lui un catering stellato a deliziare i commensali. Da lui arriva la proposta che si dovrebbe ma non si può rifiutare, i figli di Irwin hanno lo zio come idolo, il mondo dice che è lui la persona di successo, che bisogna puntare ad avere di più, che accontentarsi è un’attività antiamericana in piena regola nei terrificanti anni Ottanta, oggetto oggi di un superficiale nostalgismo teso a sottolinearne solo alcuni aspetti, come sempre si fa quando si ricordano tempi che non sono più.
L’unica con i piedi saldi a terra è proprio Hester, una Johansson in sottrazione che sembra divertirsi un mondo ad interpretare una moglie dell’epoca, bigodini in testa per vaporizzare i capelli (dai bomber alle spalline negli anni Ottanta bisognava sembrare PIU’ GRANDI di quello che si era, l’opposto della cultura del benessere e della magrezza della contemporaneità) e un buon senso poco ascoltato in una società che ancora si affidava alle donne solo fino alla porta di casa. Sarà però proprio il suo incondizionato amore per la famiglia a far rinsavire il marito, e a dare la stura ad un finale sentimentale e commovente, che affida ancora una volta ad un’immagine (una complessa dissolvenza che unisce riflessi e avvicina distanze grazie ad un raffinato effetto ottico) la sintesi del discorso, la quintessenza del Cinema. Se Teller è funzionale al suo grigio everyman coinvolto in giochi più grandi di lui, è Adam Driver che per l’ennesima volta si prende il film sulle spalle e lo attraversa con passo deciso, per chi scrive il miglior interprete maschile del cinema americano contemporaneo per distacco unito all’incommensurabile DiCaprio. Chi è, dunque, la tigre di carta del titolo? Gary/Driver, intriso di sbruffoneria e sopravvalutazione delle proprie capacità? Gli Stati Uniti, all’apice della hybris che porterà di lì a poco alla dissoluzione del nemico sovietico e all’illusione di cui siamo tutti stati vittime, consapevoli o inconsapevoli, della “fine della Storia” per il mondo occidentale e i suoi satelliti/sudditi? O forse la matrice culturale ebraica e il grande errore di ancorare la fondazione di uno Stato d’Israele teso ad impedire per sempre una nuova Shoah ai testi sacri e all’impossibile progetto di un pezzo d’Europa incuneato nel Medio Oriente, che possa vivere in pace e prosperità? Di sicuro non lo si rivela la Russia nel corso dell’opera, se non come sottovalutazione tragica delle effettive capacità vista dagli occhi dell’americano medio. Più probabilmente è tutto questo insieme, nell’accezione di qualcosa che appare una cosa e invece si rivela un’altra quando si va a guardare più da vicino, superando la superficialità. Un film, in sintesi, in cui si possono rintracciare tracce del miglior Michael Mann dei suoi neo-noir metropolitani, dello Scorsese che tratteggia da par suo i quartieri popolari newyorkesi, di Melville e dei suoi implacabili meccanismi narrativi. Ma soprattutto qui c’è James Gray in purezza, con tutte le sue ossessioni e caratteristiche d’autore instillate su un film “largo”, fruibile da ogni tipologia di pubblico, bigger-than-life, che da un ventaglio di Polaroid a un’inseguimento nel canneto, passando per un’auto regalata in lacrime e per una malattia con cui vivere internamente e in silenzio il male di famiglia, attraversa il Sogno/incubo americano, l’errore, il sacrificio e il senso di colpa con un racconto teso e dal ritmo incalzante, dolorosamente predeterminato, e proprio per questo così poetico e struggente.

Donato D’Elia

“” ()
N/A | N/A
Regista N/A
Sceneggiatori N/A
Attori principali N/A
IMDb Rating

Articoli correlati

AMARGA NAVIDAD (2026), di Pedro Almodóvar di Nicola Settis
LE VERTIGE (2026), di Quentin Dupieux di Marco Romagna
LUCY LOST (2026), di Olivier Clert di Marco Romagna
HOPE (2026), di Na Hong-jin di Donato D'Elia
TEENAGE SEX AND DEATH AT CAMP MIASMA (2026), di Jane Schoenbrun di Marco Grifò
THE MAN I LOVE (2026), di Ira Sachs di Marco Grifò