Secondo il mito greco fu il re di Creta Minosse, deciso a vendicare l’uccisione del suo figlio legittimo Androgeo, ad imporre alla citta di Atene il tributo di sette ragazzi e sette ragazze scelti ogni anno fra i migliori della città, da condurre al Labirinto di Cnosso per darli in pasto al mostruoso Minotauro. Un numero di persone da sacrificare, quattordici, che Andrey Zvyagintsev nel suo Minotaur che non ha bisogno di mostri mitologici ma solo dell’ineluttabile rinnovarsi del loro senso metaforico fa intelligentemente riecheggiare nelle richieste da parte del sindaco ai dirigenti d’azienda locali, chiamati entro pochi giorni a stilare una lista di altrettanti dipendenti da mandare come carne da macello sul fronte fratricida di quella guerra in Ucraina che nei gangli di Potere di una Russia-labirinto tenuta da quasi trent’anni in ostaggio dal neo-Minotauro Vladimir Putin si preferisce chiamare «operazione militare speciale». Una metafora limpidissima, evidente, con cui il regista russo finalmente ritornato dietro alla macchina da presa (dall’estero, girando in Lettonia, dove si è ormai da anni autoesiliato in dissociazione dal regime) e alla vetrina del concorso principale del Festival di Cannes ben nove anni dopo da Loveless e dopo essere passato per un long covid che lo ha tenuto per lungo tempo sospeso fra la vita e la morte, ancora una volta punta i fari del suo cinema sull’abisso e sulla marcescenza morale di quel suo Paese natale irrimediabilmente corrotto, che commette ogni giorno i suoi efferati crimini (di guerra) apertamente e alla luce del sole perfettamente conscio che anche se evidenti a tutti non potranno che finire prima o poi in qualche vicolo cieco nei dedali del Potere e rimanere impuniti, esattamente come al suo interno i tanti (livelli di) Minotauri dalla borghesia alla politica alla magistratura alle oligarchie – e non solo quel presidente/dittatore elefante nella stanza mai esplicitamente nominato se non con la sua foto ufficiale in municipio ma costantemente presente nel mostruoso e labirintico stato delle cose – possono tranquillamente commettere crimini con un oggetto contundente così come con i dati inseriti su un pdf, certi che basterà l’ennesimo piccolo scambio di favori per assicurarsi che verranno prontamente insabbiati.
Una dinamica che procede in parallelo e sostanzialmente identica nel macro di uno Stato così come nel micro di una storia apparentemente come tante altre di corna e di raptus omicida, e che Zvyagintsev immagina e mette in scena fra la dichiarata ispirazione allo Chabrol di Stéphane – Una moglie infedele e la sostanziale mancanza di coscienza e di anche minimi dubbi morali che alberga in un Sistema classista e corrotto, ben felice di utilizzare i propri privilegi da ricco che può permettersi di uccidere il povero e di mandare intenzionalmente a morire in guerra l’unico che sapeva del tradimento da parte di sua moglie con uno squattrinato fotografo – dell’omicidio lo sa anche la polizia, ma per quello basta far fare una telefonata… –, per poi godersi le vacanze non certo a caso a Creta insieme alla fedifraga. Del resto, se il protagonista Gleb di certo non è Teseo ma nient’altro che un ulteriore Minotauro fra i Minotauri, la sua bellissima e superficiale moglie Galina che gli dice di volere «vivere» ma che non ha mai avuto intenzione di rinunciare ai suoi soldi e al suo stato sociale non è certo Arianna, ma a sua volta un (seducentissimo) mostro di menzogne, di creme per il corpo e di gioielli, una perfetta regina della medesima partita di scacchi troppo frivola perché la sua relazione adulterina di sesso e fotografie di nudo possa segnare una reale crisi affettiva, etica e coniugale, ma solo il vacuo autocompiacimento estetico di chi si sente bella e desiderata, e che poi sceglierà di fingere di non avere capito per ritornare fra le braccia e nell’impunità del marito. Una parte attiva e centrale della deriva verso la miseria morale e del concorso di colpa condiviso che converge in un dedalo sociale, appunto, che è di natura patriarcale ma conveniente e felicemente accettato anche dalle donne di rappresentanza (per lo meno finché non verranno cambiate per altre con le tette ancora più sode), e in cui non è affatto un caso che sembrino potersi salvare solo gli innocenti prima mandati al massacro fra i singhiozzi preventivi delle madri, e poi pronti a tornare come un volto su un cartello che celebra l’eroismo dei caduti per cercare altri giovani ragazzi da mandare a morire dopo di loro.
È quindi uno sguardo più che mai impietoso e disperatamente incazzato, quello che l’esule Zvyagintsev riserva alla contemporaneità suo Paese. Uno sguardo che si cristallizza nella ben precisa scelta di ambientare la vicenda proprio nel 2021 di inizio conflitto come simbolo dolorosissimo del tradimento perpetrato da una patria nei confronti dei suoi figli, con i carri armati che dagli schermi dei televisori arrivano a passare per le strade della città mentre i vari piani del Sistema in buona sostanza non toccati (o ancora peggio arricchiti) dalla guerra scaricano a pioggia gli ordini e le responsabilità a chi sta sotto, fino ad arrivare al popolo impotente e che si può costringere a partire, oppure a incolonnarsi nelle lunghe file di auto per fuggire oltreconfine. Eppure, come testimoniato dalla sua intera filmografia – ma sarebbe una mera questione di lana caprina in questo ben preciso momento storico mettersi a fare confronti e classifiche con i vari Il ritorno, Leviathan e Loveless: l’urgenza politica (e quindi espressiva) ed il rigore nella messa in scena sono i medesimi – nasce da ben prima la sua denuncia cinematografica della putrescenza morale della Russia oligarchica e putiniana. Una Russia ancora fondata sul mito dell’uomo forte (emblematica in tal senso la sequenza in cui Gleb insegna al figlioletto la giusta decisione con cui rispedire al mittente il bullismo scolastico, ma pure l’uscita in triplice coppia dei coniugi con due colleghi del protagonista nella quale discettare quasi esclusivamente di virilità) e sulla profondità delle reti di conoscenze, nella quale dalla piccol(issim)a borghesia in su l’unica lotta sembra essere diventata quella per il mantenimento dello status quo e del Potere, e al contempo dell’immagine pulita e ordinata che si proietta all’esterno, a costo di non guardare in faccia nulla e nessuno, nemmeno un vecchio amico e uomo di fiducia, e nemmeno la necessità di fare un lavoro pulito e senza lasciare impronte digitali perché tanto non verranno nemmeno cercate. È così che, da qualche parte fra il melodramma e thriller, fra la denuncia politica e l’opera morale, fra un cadavere sul fondo del fiume e un blocchetto di fotografie da buttare nel fuoco per siglare il patto di silenzio di chi ha perfettamente capito cosa è successo e ha accettato di continuare a fare finta di nulla, Minotaur rilegge da lontano (ma in realtà nemmeno troppo) il mito classico del mostro e del sacrificio per scandirlo secondo una prospettiva amara e personalissima di impliciti parallelismi, con cui ancora una volta fotografare la Russia contemporanea nel suo orrore quotidiano dal volto gentile e magari, con la potenza del cinema, essere quel filo che consentirà prima o poi a un qualche Teseo di liberare il labirinto di un Paese da quella creatura che la infesta su più livelli, mezzo uomo e mezzo toro quasi sempre invisibile, eppure costantemente in agguato e sempre più rabbioso.
Marco Romagna
