31 Agosto 2025 -

UN ANNO DI SCUOLA (2025)
di Laura Samani

È ancora una volta una questione di sensibilità, il cinema di Laura Samani. Un cinema piccolo e apparentemente semplicissimo e invece incredibilmente intenso, potente, vorticoso nel rappresentare la vita e gli struggimenti dell’anima fino alla pura vertigine degli slanci poetici di un bacio oltre i vetri oppure di un fazzoletto che passa di bocca in bocca; ma soprattutto un cinema di sguardo, di rifrazioni, di suggestioni esistenziali e di ben precise sensazioni meravigliosamente femminili, personalissime nel proiettare in una storia-altra i propri pensieri e le proprie ossessioni di donna. Al punto che non stupisce affatto che, dopo la natura brulla e la religiosità di fine Ottocento (solo apparentemente “lontana”) del già straordinario esordio Piccolo corpo, la trentacinquenne autrice triestina scelga proprio il 2007-2008, ultimo suo anno di liceo e data del suo esame di maturità, come momento in cui riadattare le vicende, le dinamiche umane e nomi dei personaggi diciottenni immaginati dallo scrittore giuliano Gianni Stuparich nel suo racconto Un anno di scuola. Un’opera letteraria, già messa in scena nel ’77 da Franco Giraldi nell’omonima miniserie televisiva, uscita per la prima volta nel 1929 e originariamente ambientata nel 1910 primo storico anno in cui le scuole pubbliche di Trieste furono aperte anche alle ragazze, e che Laura Samani introietta e fa sua spostandola all’epoca esatta in cui aveva la stessa età dei personaggi, immaginando una studentessa svedese new entry e ovvia tempesta ormonale in una classe ITIS di soli alunni maschi al posto dell’unica studentessa di quasi un secolo prima e per il resto seguendo le medesime dinamiche di spaesamento, attrazione, volontà di essere accettata, innamoramento e delusione del romanzo, aggiornate a una generazione fa nella medesima maestosità dei palazzi degli scorsi della “Vienna sul mare”. Per un’opera seconda di travolgente bellezza, apparentemente diversa per genere, tono, coralità e ambientazione questa volta urbana e invece perfettamente in continuità con il miracolo e con le vibrazioni emotive dolci e strazianti di Piccolo corpo. Un film che non assomiglia a nulla della contemporaneità italiana e che sembra invece guardare semmai verso il più illustre cinema di ragazzi francese dalla Nouvelle Vague di François Truffaut ai romanzi di formazione di Céline Sciamma, e forse proprio per questo incorniciato da quegli strepitosi movimenti di macchina speculari e opposti che aprono e chiudono il film in una perfetta parabola che non è circolare ma al contrario di evoluzione collettiva, prima verso l’istituto e poi, nove mesi e infinite rivoluzioni emotive dopo, finalmente via verso il futuro e la vita da adulti. «Benvenuti all’ultimo primo giorno di scuola» dice per riaccogliere i suoi studenti la professoressa, prima che Un anno di scuola, presentato nella sezione Orizzonti dell’82esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia e per ora di gran lunga fra i maggiori colpi al cuore dell’edizione, passi attraverso le stagioni ma soprattutto le emozioni dei ragazzi, i loro traumi e le loro (sfiorate) tragedie, mentre la bella Fred(erika) arriva come un turbine a cambiare per sempre le vite dello sprezzante (ma fragile) Pasini, del gentile Mitis del timido e brillante Antero, dall’iniziale e reciproco non capirsi all’integrazione e all’amicizia, fino agli abissi dell’immaturità e della disillusione, all’umiliazione inaspettata e al senso di distacco e di perdita, ma pure all’ultimo e dolcissimo ritrovarsi e riuscire a perdonarsi, a comprendersi, a ringraziarsi per essere stati a vicenda pedine fondamentali del percorso di crescita, e a non potersi in alcun modo dimenticare.

Passa attraverso gli sguardi maschili e le battutine (in)consapevolmente di retaggio patriarcale di una generazione già “antica” sull’unica donna, Un anno di scuola. Passa, come si diceva, attraverso i giochi di attrazione e di seduzione, attraverso il dispetto e il desiderio, attraverso il segreto e il disvelamento. Passa attraverso un bacio alla frontiera appena smantellata con l’ingresso in Schengen della Slovenia, e passa attraverso le mani che si stringono in segreto nei corridoi. Passa attraverso i prati sopraelevati e le canzoni da ubriachi lungo le Rive della città, passa attraverso l’occhio indiscreto e ferito di Carnevale e poi la stanza d’ospedale di chi si è innamorato e vede scelto un amico, passa attraverso una Vespa parcheggiata in classe e una bruciatura a stampo con l’accendino con cui condividere almeno per qualche giorno un dolore e un segno di fratellanza sulla pelle. Ma soprattutto passa attraverso una sincerità antropologica assoluta evidenziata dalle espressioni dialettali che si alternano all’italiano e all’inglese (e a qualche momento in svedese fra Fred e il padre assunto a Trieste come manager dei licenziamenti di un’importante ditta locale) con cui i personaggi mescolano linguaggi e comunicano e cercano di capirsi, mentre il particolare (della vicenda, delle sue stratificazioni, della Trieste di frontiera fra Italia, Mitteleuropa e Balcani) costantemente si universalizza nell’inevitabile identificazione con almeno uno dei quattro ragazzi protagonisti o più probabilmente elementi di tutti e quattro, semplicemente straordinari nelle prime apparizioni sullo schermo dei giovani non (ancora) professionisti Stella Wendick, Pietro Giustolisi, Giacomo Covi e Samuel Volturno magnificamente diretti dalla regista giuliana in un piccolo e dolcissimo viaggio nei fremiti e nei turbamenti dell’adolescenza. Laura Samani, strabordante per emotività e per capacità di rappresentare l’intimità guardandola sempre dalla giusta distanza, li racconta e li filma con la macchina a mano e con più d’una brillante soluzione di montaggio fra un auricolare condiviso e il primo sfiorarsi delle labbra, fra le confessioni di obbligo o verità e la tenerezza di una prima (per lui) volta che parte dalla penombra e sfuma nel fuori campo, per poi risvegliarsi felici insieme e dissimulare ancora per non competere, per non ferire, o magari più semplicemente perché non è e forse non sarà mai il caso di ufficializzare un rapporto ancora tutto da capire, da esplorare e magari da contraddire. Il resto non è tanto la scuola ma quello che intorno all’ultimo anno di scuola sta attorno, la simpatia, le battute scorrette fra amici, i baci appassionati o di sfuggita, i giochi più o meno erotici, le birre in lattina da bucare e bere alla goccia e qualche canna fra la spiaggia e i locali, o ancora i boati da stadio quando esce fuori un’ora di buco, il negozio-rifugio in cui ritrovarsi protetti da una saracinesca e il «fabbro fabbro vaffanculo» con cui rammaricarsi del fallito attentato al portone del liceo e quindi necessariamente dover entrare. Ma pure le ansie, le simulazioni d’esame, le incomprensioni, le gelosie, gli scontri fisici, una scritta inqualificabile su un muro, un’assenza prolungata nel dolore, una foto di classe senza riuscire a sorridere. Elementi di un’immersione in un fiume di sensazioni brucianti e in un ben preciso momento della vita e della Storia recente, in cui le principali vicende socio-amorose di Stuparich si rinnovano e riecheggiano in tutt’altro contesto per ragionare, senza più il malinconico incombere della Grande Guerra ma esattamente all’opposto per spiccare il volo verso il futuro, sul maschile e sul femminile, sugli anni Duemila, sul desiderio, sul sospetto, sul tradimento, su una porta che rimane chiusa, sul rompersi insanabile di un idillio, su un’intera generazione. Sul miracolo della vita e del cinema. Sulla bellezza e sul dolore della gioventù, messa in scena e poi guardata in 1,66:1 da un talento cristallino, purissimo, palpabile, preziosissimo, semplicemente commovente nella sua poetica delicatezza.

Marco Romagna

“Un anno di scuola” (2025)
102 min | Drama | Italy / France
Regista Laura Samani
Sceneggiatori Giani Stuparich, Laura Samani, Elisa Dondi
Attori principali Stella Wendick, Giacomo Covi, Pietro Giustolisi
IMDb Rating N/A

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