29 Agosto 2025 -

AGON (2025)
di Giulio Bertelli

L’idea che i Giochi Olimpici abbiano una vocazione sociale e pacifica ha radici profonde. Nell’antichità, la “tregua olimpica” era un principio fondamentale che, durante il periodo di celebrazione, imponeva la sospensione di tutti i conflitti tra le città-stato greche. Questo rituale, sebbene affascinante e idealistico, non è mai stato pienamente replicato o rispettato nell’era attuale. Al contrario, la storia dei Giochi moderni dimostra che non solo la tregua non è stata osservata, ma che in più occasioni i Giochi stessi sono stati interrotti e/o strumetalizzati. Basti pensare alle edizioni del 1916 (sospesa per la Prima Guerra Mondiale) e del 1940 e 1944 (annullate a causa della Seconda). Questo evidenzia come l’ideale olimpico abbia spesso dovuto cedere il passo alla cruda realtà dei conflitti globali. E oggi? Mentre il mondo si prepara per i Giochi fittizi di Ludoj 2024, la società è alla deriva e l’agone – competizione solenne di forza o d’ingegno presso i Greci e i Romani antichi – attraversa le vite di tre atlete in una contemporaneità diversa assai. Il confine labile tra realtà e finzione, come quello spesso indecifrabile che intercorre tra vittoria e sconfitta. Lo sport come lente per analizzare la condizione umana post-storica in un mosaico che riflette le complessità della performance agonistica, oggi sempre più lontana dagli ideali classici, spesso legata a puro tecnicismo di prestazione, fisicità sempre più estremizzata e tecnologia altrettanto dilagante. Giulio Bertelli sceglie due attrici per interpretare ruoli di finzione, mentre una vera campionessa olimpica di judo, Alice Bellandi, interpreta se stessa. Questo contrasto intenzionale aggiunge un ulteriore livello di ambiguità, costringendo lo spettatore a interrogarsi sulla natura della verità e della rappresentazione. Il film segue il loro percorso di preparazione e competizione in tre discipline storicamente legate all’arte della guerra: il tiro a segno, la scherma e il judo. Queste donne non sono solo protagoniste delle loro rispettive specialità, ma sono anche un simbolo delle complessità che caratterizzano l’alto livello agonistico oggi. Forse fin troppo alto, oltre i limiti dei corpi.

AGON, presentato a Venezia82 in concorso della 40esima Settimana Internazionale della Critica, analizza le sfide e le contraddizioni che queste atlete devono affrontare in un contesto dominato da pressioni politiche, dinamiche sociali, progressi tecnologici e limiti fisici. Prendendo spunto da figure storiche di guerriere e strateghe come Giovanna d’Arco, Cleopatra e l’ufficiale di cavalleria russa Nadezhda Durova, il film offre una prospettiva inedita su come questi sport, nati come addestramento militare, si siano evoluti fino a diventare professioni e forme di intrattenimento globali (sperando che mai si possa tornare indietro, anche se il crinale pare purtroppo segnato). Un qualcosa che esplora il paradosso di queste discipline, nate in tempi di conflitto ma poi trasformatesi in sport di pace. In un’epoca in cui anche il mondo dei videogiochi è diventato una forma di competizione (e presto – già dopo L.A. 2028 – il C.I.O. stesso potrebbe aprire agli “e-sport” almeno a livello dimostrativo), AGON suggerisce che l’essenza dello sport competitivo continua a evolversi, riflettendo le trasformazioni della nostra società. Proprio come Bertelli evolve il linguaggio cinema dal (falso) documentario fino alla distopia, dal processuale all’immateriale del videoludico, dalla vittoria olimpica all’infortunio. Un’opera audace e a tratti difficile da afferrare, un tentativo di scavare nelle derive dell’animo (e del corpo) umano attraverso un linguaggio che aspira a essere poetico e universale ma specialmente teorico e programmatico verso un futuro difficilmente leggibile. Si perde in un labirinto di ambizioni quasi astratte ed esperienziali, tecniche, in certi momenti impenetrabili. Un occhio anonimo in un viaggio attraverso un paesaggio tanto desolato quanto il suo animo in una lotta interiore di quadri statici, quasi pittorici, ad erigere un muro di simboli e allegorie che, anziché illuminare, oscurano il significato anche di ciò che nell’oggi possa ancora essere lo sport. Come la clessidra che appare ossessivamente sullo schermo, i cavalli che corrono in un vuoto senza tempo, le inquadrature di particolari dal peso metafisico. La fotografia è notevole, con giochi di luce e ombre che creano atmosfere oniriche e quasi palpabili. Ogni singola inquadratura è studiata al millimetro, quasi a rischio di un perfezionismo formale che oltrepassi il messaggio da comunicare.

Il film di Giulio Bertelli, a sua volta velista professionista, analizza lo sport contemporaneo, mettendone in discussione l’essenza stessa rivelando un mondo dove i valori tradizionali, come la competizione leale e la condivisione, sono stati sostituiti da un’ossessiva ricerca di perfezione individuale. Dove conta unicamente la prestazione pura, il poter superare un concetto di limite. Dove l’assolutezza del gesto tecnico non deve essere mai fine a se stessa (e dunque forse anche meravigliosamente poetica), ma solo funzionale al risultato. Le protagoniste si muovono in un ambiente isolato, in cui i contatti umani sono ridotti al minimo e il rapporto con il corpo e la mente è mediato da tecnologie avanzate; una metafora della condizione umana dell’oggi dove l’individualismo estremo che permea il mondo agonistico è un sintomo di una società sempre più frammentata e sull’orlo di una catastrofe in cui anche il ruolo – e soprattutto il senso stesso – dei Giochi sarà sempre più messo in discussione. Le ambizioni personali e la necessità di raggiungere a tutti i costi gli obiettivi prefissati sembrano essere le uniche motivazioni rimaste, mettendo da parte il concetto di partecipazione e di spirito comunitario, valori che un tempo erano al centro dell’ideale olimpico. Non esiste nulla più di De Coubertin (nonostante i suoi stessi limiti e di quelli dei suoi tempi) né di che cosa i Giochi siano stati. La distopica Ludoj 2024 è qualcosa oramai fuori dalla stessa storia, pensando a ciò che è stato. Nonostante le interruzioni causate dai conflitti mondiali, il conto delle Olimpiadi non si è mai fermato: anche nei periodi più bui, l’ideale olimpico continuava a vivere. Dopo una pausa di dodici anni, i Giochi tornarono nel 1948 a Londra, simboleggiando una rinascita collettiva. In quell’edizione, la fiamma olimpica fu portata da ex-soldati, un gesto potente che rappresentava la ricomposizione delle fratture lasciate dalla guerra e la riunificazione dei popoli. E ora cosa potremmo affermare? Nel secondo dopoguerra, l’evento sportivo divenne spesso un palcoscenico per manifestazioni politiche. I boicottaggi incrociati degli anni Ottanta sono un chiaro esempio di come i Giochi venissero usati come arma nella Guerra Fredda. Oltre alle controversie politiche, la storia olimpica è segnata anche da eventi tragici, come il massacro di Piazza delle Tre Culture a Città del Messico nel 1968, avvenuto poco prima di un’edizione che sarebbe diventata un simbolo di rivoluzione sociale e sportiva, con atleti come Dick Fosbury e Tommie Smith (con Carlos e pure Norman) che sfidarono le convenzioni. Quasi sessant’anni sono passati allora, lo saranno ai prossimi Giochi estivi californiani. Difficile dunque pensare a ciò che questo film pone davanti ai nostri occhi, anche legato allo sviluppo stesso dell’immagine sportiva dell’olimpismo (quella che va da Leni Riefenstahl a Kon Ichikawa per citarne i due più significativi insomma) sempre più definita, rigorosa, qualitativamente ineccepibile eppure così emotivamente neutra. Quello che ne emerge in fondo è uno spaccato disilluso, un’ossessiva ricerca di perfezione solitaria che poi è la stessa di un immagine che sta sempre più virando verso una artificiosità (intelligente o meno?) in cui anche la creazione cinematografica è atto di solitudine e minuziosa preparazione. Una visione critica e caustica del contemporaneo, insomma. Un’indagine visiva sulla pressione dell’eccellenza e la perdita dell’innocenza nel mondo competitivo. Un oggetto misterioso senza dubbio da vedere.

Erik Negro

“Agon” (2025)
Drama, Sport | Italy / France / United States
Regista Giulio Bertelli
Sceneggiatori Giulio Bertelli, Pietro Caracciolo, Luigi Alberto Cippini
Attori principali Yile Yara Vianello, Alice Bellandi, Sofija Zobina
IMDb Rating N/A

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