17 Febbraio 2026 -

MASAYUME (2026)
di Nao Yoshigai

È vero, nella sua doppia anima sospesa fra la ricerca linguistica del videodiario sperimentale e la normalizzazione del documentario di osservazione non è particolarmente difficile trovare qualche squilibrio. Eppure viene quasi naturale ritrovarsi a difendere un film magari imperfetto ma personalissimo e di cuore come Masayume. Un film vissuto in prima persona da Nao Yoshigai, prima ancora che semplicemente girato, che in un’affascinante babele di materiali e di linguaggi eterogenei porta sullo schermo la disperazione di un distacco e la necessità di un’elaborazione, l’amore di una figlia e la filosofia di un (im)possibile ritrovarsi, la cupezza invernale di una depressione e la ritualità di un percorso (di Fede) zen al termine del quale risvegliarsi insieme alla Natura nel disgelo di una nuova primavera. Un film sulla centralità del corpo e della mente, ma anche dello sguardo e del cuore, fatto come si diceva di rappresentazioni simboliche e di semplice osservazione del quotidiano, di immagini in movimento e di fotografie che si rincorrono ora placide e ora subliminali, di parole (pensate, scritte in sovrimpressione, pronunciate, messe in discussione, recitate, mancanti) e dei suoni (il gorgogliare di uno stomaco vuoto, il bosco, le pentole sul fuoco, il riso che nel mortaio si trasforma in altro) di un notevolissimo sound design. Ma soprattutto un film fatto di gesti e di intime confessioni, di stravolgimenti esistenziali e di tenere memorie su nastro magnetico, di dolorose riflessioni e di vibranti ossessioni da trasformare in seducenti intuizioni formali di ripresa e di montaggio, con cui l’artista e performer giapponese – già (letterale) anima degli ultimi due lavori di Kaori Oda, qui direttrice della fotografia – si mette a nudo nella sua crisi personale affrontata a 34 anni dopo la morte della madre. Un picco depressivo dal quale uscire sì attraverso il periodo di ritiro in monastero che Masayume filma nella sua parte più puramente documentaria fra meditazioni collettive, esercizi di bilanciamento e preparazioni culinarie con cui i partecipanti sono invitati a risanare il proprio corpo e la propria anima, ma anche e forse soprattutto attraverso il cinema unico possibile modo per reincontrare la madre in una vecchia immagine o nella memoria dell’acqua di una nuova dissolvenza incrociata, al termine di un percorso di catarsi che passa da una ciotola di riso e da una nuova comunione con la Natura, dallo stesso scatto dalla finestra ripetuto uguale ogni giorno nello spogliarsi autunnale degli alberi e da un palcoscenico sul quale accettare l’aiuto a ritornare progressivamente vivi, da un disegnino a matita animato fotogramma per fotogramma e da un Super8 della città innevata, dalla materia tattile di una foresta e dalle elaborazioni digitali degli enzimi dello stomaco che trasformano il cibo in energia pura per gli uomini e per la Terra. Una parabola sentimentale di sofferenza e di rigenerazione che Nao Yoshigai, a partire dal titolo che in giapponese indica grossomodo l’avverarsi nella realtà di ciò che vediamo in sogno, somatizza nelle immagini e nella loro multimodalità di foto, video, audio e testo come se fossero un unico grande viaggio onirico dentro se stessa e dentro il suo grande senso di vuoto da riempire, fra la convivialità curativa del cibo e i pochi chicchi di riso da offrire come saba alle anime degli antenati che ancora vivono nei fantasmi affamati e negli animali, fra i sutra di ringraziamento e le meditazioni notturne, fra un monaco come maestro di vita e l’esercizio costante per riacquistare l’autocontrollo e quindi il potere su se stessi e sulla capacità di percepire il mondo.

Da una parte c’è l’assoluta pulizia del digitale, e dall’altra c’è la granulosità vibrante delle fotografie – disperate e magnifiche – scattate in pellicola 35mm da Nao Yoshigai proprio nei suoi giorni di depressione più soffocante. Da una parte c’è la perfetta cura estetica e fotografica di una notte che diventa progressivamente mattina, e dall’altra ci sono le rifrazioni, le sfocature, i movimenti strisciati, le linee, i contrasti, i primi scatti dei rullini parzialmente bruciati dalla luce, la pura impressione e la pura bellezza. Da una parte ci sono i volti reali delle persone colte nella flagranza del loro vivere, e dall’altra ci sono le parole delle loro storie, dei loro traumi, dei loro errori, delle loro dipendenze e del loro senso di smarrimento che diventano dialettica e narrazione all’interno di una più ampia narrazione visiva, verbale, sonora, gestuale e testuale. Da una parte c’è la consapevolezza filosofica che «ogni fiocco di neve cade esattamente nel punto in cui deve cadere», e dall’altra c’è quell’osso lanciato in mare o forse nell’ignoto Spazio profondo in attesa di potersi di nuovo incontrare nel sostentamento alla vita altrui e nella guarigione della stessa Terra. Da una parte c’è un flusso di pensieri che scorre come parole in sovrimpressione, e dall’altra c’è una spiritualità che non cerca un’impossibile salvezza ma semplicemente una nuova prospettiva da cui ricominciare a guardare e a guardarsi sotto un’altra luce. Ma c’è anche e forse soprattutto la perfezione assoluta di ogni singolo movimento rituale, al centro di questo secondo lungometraggio che Nao Yoshigai, dopo una manciata di corti e l’esordio oltre il muro dell’ora nel 2021 con Shari, presenta all’interno del Forum numero 56 come di consueto organizzato dal Kino Arsenal e annesso alla 76esima Berlinale. Quei gesti netti e precisi con cui preparare giorno dopo giorno quel cibo sano parte fondamentale dell’allenamento e del percorso di guarigione interiore, quelli con cui pregare e quelli con cui offrire i piccoli sacrifici quotidiani alle anime che non hanno ancora trovato la serenità per abbandonare questo mondo, quelli con cui lasciarsi vestire e rimettere in piedi in una vera e propria coreografia condivisa e a loro modo anche quelli fuori campo con cui scattare le fotografie e poi montarle come un fiotto ininterrotto, fluido come se fosse un film muto anche quando non necessariamente consecutivo. Quei gesti con cui (ri)scoprire l’intero proprio corpo come (ancora/di nuovo) vivo proprio nella consapevolezza che «nella vita umana non c’è alcun valore» al di là del suo ruolo nell’equilibrio generale del mondo, grazie alla regolare pratica quotidiana e alla permeabilità più assoluta alle emozioni, grazie alla sincera condivisione di un disagio e di un percorso al tempo stesso personale e collettivo verso una nuova serenità; grazie a quei ripetuti sguardi verso il monte Fuji come un ritorno al ventre o forse sarebbe meglio dire a un seno materno, al quale ancora attaccarsi e a cui essere sempre pronti a donarsi come nuovo nutrimento – latte eri e latte ritornerai. Del resto, non solo in Masayume, nulla realmente si crea e nulla realmente si distrugge ma tutto si trasforma, diventa nuova energia e nuova immagine ancora tutta da esperire, passa come un’anima da un corpo all’altro e da una forma all’altra come costantemente si riplasmano sullo schermo le infinite potenzialità linguistiche del mezzo cinema, mentre il cuore di una giovane autrice non ha paura di aprire alla sua più straziata intimità, al suo senso di vuoto, alla sua ricerca di un nuovo bilanciamento. Al ritrovare proprio nel profondo di una nuova simbiosi della Natura quella madre andata via troppo presto, sentirla ancora e per sempre vicino nell’acqua, nelle foglie, nei pesci, nella terra, nell’aria, nel vento, e forse proprio così darle finalmente la possibilità di trovare la sua meritata pace.

Marco Romagna

“Masayume” (2026)
110 min | Documentary | Japan
Regista Nao Yoshigai
Sceneggiatori N/A
Attori principali Nao Yoshigai
IMDb Rating N/A

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