14 Febbraio 2026 -

HANGAR ROJO (2026)
di Juan Pablo Sallato

Dove nel 2010 Pablo Larraín aveva optato per il cavalletto, lo schermo panoramico e il colore, Juan Pablo Sallato sceglie quasi al contrario un rigore claustrofobico solo poco più largo del 4/3, i tagli di luce del bianco e nero e il nervosismo intrinseco della macchina a mano, con cui cercare un proprio linguaggio personale da qualche parte fra i pedinamenti di nuca dei fratelli Dardenne, i primi piani angosciati e diretti di Cassavetes e la scelta etica dei diaframmi aperti per sfocare l’orrore già di László Nemes ai tempi de Il figlio di Saul. Eppure, al di là delle differenti (e altrettanto legittime) direzioni formali decise dai due diversi registi, è innegabile un certo grado di parentela fra questo Hangar rojo, gran bell’esordio al lungometraggio di Sallato presentato in apertura della sezione Perspectives alla Berlinale 2026, e quel Post mortem con cui ormai 15 anni fa Larraín, dopo Fuga e Tony Manero, riuscì a consacrare definitivamente la propria carriera. Non solo, banalmente, per la provenienza cilena di entrambi gli autori, non solo per l’inevitabile vicinanza tematica (e politica) di due film che trattano da due differenti punti di vista ‘laterali’ il colpo di Stato militare dell’11 settembre 1973 con l’omicidio del presidente Salvador Allende e l’inizio della dittatura di Pinochet, e nemmeno solo per un modo tutto sommato analogo di raccontare la paura, la tensione e il dilemma morale attraverso i silenzi, gli sguardi persi nel vuoto e l’apparente assenza di emozioni. Quello che più di tutto lega indissolubilmente Hangar rojo a Post mortem è il suo inevitabile innestarsi nel solco segnato dal primo e grande cinema di Larraín, come un figlio che segue a modo proprio le orme di un padre, come un’eredità che passa di mano, come se un maestro avesse aperto una nuova via all’intero cinema nazionale e ora, tanto più di fronte al suo evidente cambio di autorialità (o per dirla in maniera più brutale di fronte al suo declino), i suoi allievi più brillanti e indipendenti la ripercorressero per raccoglierne il testimone e portarla avanti, rilanciarla, farla propria realizzando quei film che il caposcuola non vuole (o non sa, o magari per qualche motivo produttivo non può) più fare.

Si snoda lungo un arco temporale di poco più di ventiquattr’ore, Hangar rojo. Dalla sera prima del colpo di Stato, con il ritorno a casa dell’ignaro capitano dell’aviazione Jorge Silva ex-paracadutista ormai responsabile della logistica nella scuola ufficiali di Santiago, all’intera giornata iniziata trovando all’improvviso il “proprio” istituto trasformato in una camera di tortura, e proseguita con l’ordine dei superiori di diventare lui stesso, fedelissimo di Allende e nonostante il ruolo nell’esercito da sempre vicino agli ambienti di sinistra, aguzzino dei numerosi prigionieri umiliati, minacciati, seviziati, interrogati e magari uccisi a sangue freddo dai militari semplicemente per le loro idee politiche. Fino all’inevitabile crisi di coscienza, fino alla ribellione scegliendo deliberatamente di sacrificare la propria libertà pur di salvare delle vite innocenti, fino all’umanità straziata del crollo nervoso in lacrime nell’unico momento di fronte alla moglie, e fino alla dignitosissima accettazione delle conseguenze con quella lunga detenzione, con quelle ripetute torture subite dagli ormai ex-colleghi e con quell’esilio a vita dal Cile che riemergeranno dal pudore del loro fuori campo solo nelle didascalie finali. Chiusura di una storia vera, apertamente dedicata al capitano protagonista morto nel 2024 e qui ottimamente incarnato da Nicolás Zárate con più di un occhio (giusto per tornare ancora una volta a Post mortem) alle interpretazioni più in sottrazione di Alfredo Castro, che come si diceva Juan Pablo Sallato mette in scena con una straordinaria precisione formale, magari linguisticamente rivolta più al recente passato che non al futuro del cinema ma non per questo meno coerente in uno sguardo evidente e già definito, o meno efficace nel rappresentare l’impotenza e il dilemma interiore di un uomo solo di fronte a un orrore troppo più grande di lui. Costretto per ruolo e per imprese precedenti a eseguire ordini criminali contro i propri ideali e contro la propria morale, contro la propria coscienza e contro i propri principi. Perfettamente conscio di essere già nel mirino dei suoi superiori, e per questo di non potere in alcun modo discutere la loro parola e il loro sanguinario entusiasmo anticomunista.

«Sono un ufficiale dell’esercito, sono qui per eseguire gli ordini», ripete non a caso ossessivamente Jorge Silva quando qualcuno gli chiede che cosa ne pensi della situazione in corso. L’unico modo per non mentire né ai colonnelli né a se stesso, manifestando di fatto la sua contrarietà e il suo orrore di fronte all’omicidio del Presidente e alle vessazioni nei confronti dei suoi sostenitori senza però dire nulla di esplicito e direttamente compromettente. Un po’ come se, a vedere il “suo” hangar rosso trasformato da palestra per i giovani piloti a luogo di detenzione e tortura di prigionieri inermi e faccia a terra, privati di un bagno e di qualsivoglia dignità, si fosse reso conto sin da subito che solo spingendosi fino a un certo punto avrebbe potuto prima o poi fare qualcosa per loro. O forse semplicemente smarrito nella contraddizione fra il proprio senso del dovere e il proprio senso etico, politico, critico e morale; in qualche modo bloccato nel vivere in diretta un trauma apparentemente privo di possibili soluzioni, da un lato apertamente invitato a usare minacce trasversali verso madri, mogli e figli degli arrestati negli interrogatori, e dall’altro ormai incapace di guardarsi allo specchio, o semplicemente di guardare a quella violenza che Sallato non ha bisogno di mostrare al di là di qualche rapido cambio di fuoco, senza farsi schifo. Pentito di non aver voluto credere a quella soffiata sulla probabilissima imminenza del golpe che gli era arrivata per telefono la sera prima da qualche anonimo amico partigiano, ma ormai troppo esposto per potere semplicemente accettare di salire clandestinamente su un aereo e darsi alla fuga. Del resto basta un momento di esitazione da parte di un giovane soldato nell’estrarre la pistola e freddare alle spalle un prigioniero che tenta di allontanarsi, perché le alte sfere militari inebriate dal potere gridino alla codardia e al tradimento; basta un minimo dubbio sulla reale opportunità di un’esecuzione di massa da parte di un pari (alto) grado perché il comandante in capo passi alle minacce di rimozione e di vita; basta una sola giornata per trasformare una recluta chiacchierona e un po’ naïf nel suo sogno di volare e nei conati di vomito di fronte ai primi morti in una sorta di automa insensibile che non (si) pone più domande. Ma può bastare anche un solo istante per giungere alla redenzione. Può bastare un solo gesto di altruismo potenzialmente suicida per cambiare per sempre la (propria, altrui) Storia. Può bastare un solo guizzo di dignità umana, con cui sentirsi di nuovo liberi e vivi come negli istanti di caduta libera subito prima che sia ora di aprire il paracadute. Può bastare una risposta sincera e ritardata per ritornare definitivamente all’umanità, alla consapevolezza di avere ragione, alla coscienza serena di chi sa di aver agito per il giusto, senza che importi più nulla di che cosa potrà succedere una volta che si sarà richiusa quella maledetta porta.

 Marco Romagna

“Hangar Rojo” (2026)
Drama | Chile
Regista Juan Pablo Sallato
Sceneggiatori N/A
Attori principali N/A
IMDb Rating N/A

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