13 Luglio 2025 -

FUCK THE POLIS (2025)
di Rita Azevedo Gomes

«Ao fim do dia
quando o róseo edifício dos banhos
fica magoado de som
e o paredão do mar se confunde
com as sirenes que se derramam ao longe
restam as ruas estreitas dedicadas aos
pintores de ícones
perto de Kunkapi, o bairro mais pobre –
a sinagoga, paredes meias, nunca foram
ricos os judeus da cidade
a cintar todas as casas, ao modo de
um fosso, a Rua de Minos abre singela
passagem para o Bairro das Luzes
Vermelhas
Alexia, Anna e também Maria
aguardam nas suas casinhas de prazer
fantasias de qualquer realista –
na parede, a negro – fuck the polis»
João Miguel Fernandes Jorge, Rua Doménikos Theotokopoulos

Sta già in quel titolo apparentemente provocatorio e dal tono magnificamente fuorviante, preso di peso dal finale di una poesia di João Miguel Fernandes Jorge che già a propria volta aveva fatto suo il gioco di parole di un graffito scritto «su un muro, in nero» da qualche parte a Creta, la prodigiosa capacità di stratificazione di Rita Azevedo Gomes e del suo nuovo e magnifico Fuck the Polis, presentato in prima mondiale nel concorso principale del 36esimo FID Marseille e freschissimo vincitore del sempre interessante Festival provenzale. Un film produttivamente minuscolo, apparentemente semplice come un videodiario di viaggio, e invece straordinariamente complesso nel suo insistito e personalissimo sfaccettarsi in mille forme e in mille meta-riflessioni sulla vita, sulla malattia, sulla morte, sull’arte, sulla poetica, sul tempo e sullo (sconsolante, ma non per questo meno vitale) stato delle cose nel mondo. Come una sorta di mosaico di immagini e di fonti multiformi fra il cinema, la letteratura, la musica, il teatro, la poesia, la Storia e la danza, in una costante variazione del tempo e del punto di vista che solo verso la fine disvelerà le più intime e sincere motivazioni del viaggio come una vera e propria Odissea personale fra il prima e il dopo, fra la verità e il racconto in prima o in terza persona, fra chi legge e chi ascolta in silenzio senza smettere nemmeno per un momento di riconoscersi, e magari di commuoversi. “Um filme falado”, come lo avrebbe definito Manoel De Oliveira, brillantemente sospeso nel tempo e nello spazio, nel quale la realtà, la letteratura, la musica, l’architettura e il cinema costantemente si inseguono in un viaggio che sono almeno due viaggi ma più probabilmente tre, quello prima che fosse troppo tardi della persona apparentemente terminale di ieri, quello al contrario serafico e riflessivo fra musica e libri della persona sana di oggi che ritorna negli stessi luoghi accompagnata da una piccola e polifonica troupe di amici-attori-tecnici, e non certo in ultimo quello del personaggio fittizio che nel frattempo ne ha tratto ispirazione per diventare altra arte. Fra la bellezza delle immagini (o magari l’aberrazione di un file corrotto così come sono corrotti il cinema e il mondo, o ancora il ‘tradimento’ intrinseco di un falso archivio costruito girando oggi il passato in Super8) e l’incanto multilingue delle parole che si inseguono sulla carta e poi nell’aria, fra il passato della Grecia come culla della civiltà e il presente di crisi economiche e ipercaotiche urbanizzazioni, fra il tempo dei bilanci e l’eterno work in progress che può essere il cinema. Ma pure fra la percezione e il frammento di memoria, fra l’inquadratura dal mare e una danza leggiadra di camion che fanno manovra per essere imbarcati, fra una statua di Artemide e il vecchio footage di un concerto per le vittime di un incendio. Come parti inscindibili di un’unica storia e di un’unica poesia in cui quel letterale vaffanculo alla città(-Stato), invero così distante dalle atmosfere raffinate, dolcissime e purificatorie del film, suona al contempo come una liberazione dalla malattia e come l’urgenza di viaggiare, ma anche come un aperto atto d’accusa verso il gorgo apparentemente irreversibile di agonia a cui si è autocondannato un mondo già tornato a correre agli armamenti, in cui forse solo nella riscoperta del senso più primigenio di un luogo e nelle radici di una cultura millenaria si può ritrovare almeno un momento di catarsi.

È in sostanza un gioco di specchi, il meccanismo con cui i 74 minuti di Fuck the Polis trasformano la vita, e a ben vedere un’intera filmografia, in nuova narrazione e nuova auto-meta-riflessione. Da una parte, come già accennato, il viaggio nelle Cicladi di Rita Azevedo Gomes organizzato in fretta e furia nel 2007 quando, evidentemente sbagliando, le avevano diagnosticato una malattia terminale e pronosticato pochissimo tempo residuo a disposizione, e dall’altra questo secondo viaggio/νόστος del 2022 da guarita e perfettamente sana, ma non con meno urgenza di filmare e di vivere una Grecia che è già cambiata e inesorabilmente sta cambiando, mentre a causa del turismo e del cambiamento climatico rischia perfino in parte di sparire sotto l’innalzarsi del livello dei mari. Lo stesso gioco di specchi per il quale da una parte si vede, fisicamente, la stessa regista portoghese che si auto-documenta, e dall’altra si sente nelle parole e nello spirito, fuori campo ma sempre presente, il già citato amico e scrittore João Miguel Fernandes Jorge. Un rapporto di presenza/assenza che segna in sostanza una nuova Correspondência(s) nemmeno troppo a distanza, incarnazione stessa di quella correspondência fra il cinema (in particolar modo portoghese) e la letteratura come lettura pubblica o privata, come citazione, come meta-riflessione, come rapporto dialettico attraverso il quale allargare il punto di vista. Una correspondência iniziata quasi per caso durante una serata a cena, con lei a raccontare a lui le verità più intime di quel suo viaggio, e proseguita qualche tempo dopo con il romanziere e poeta impegnato a regalare alla regista la prima copia di A Portuguesa, trasposizione di quei suoi racconti personali nella fantasia di un racconto con cui citare apertamente un titolo dell’amica per narrarne e riviverne la storia in quella di Irma. Un personaggio fittizio ma non troppo, che dalle pagine si (ri)affaccia ora nel cinema ibrido e intelligentissimo di Rita Azevedo Gomes attraverso lo straniamento delle voci diegetiche ed extradiegetiche che – straubianamente, brechtianamente – leggono le pagine dei libri e delle poesie accompagnando questo suo viaggio mai solamente geografico, ma che continuamente si stratifica metafisico, esistenziale, politico e pan-culturale, insieme sofferto e straordinariamente liberatorio. Un viaggio (nello spazio e nel tempo) a più voci, fra tracce, formati, forme d’arte, linguaggi e senso stesso della bellezza e del vivere (ancora); fra l’archivio e la macchina da presa che passa di mano fra la regista e i suoi giovani accompagnatori, fra l’atemporalità sospesa del super8 e il digitale, fra l’alta e la bassa definizione, fra il bianco e nero ed il colore, fra (i vari livelli del) passato e (le possibili interpretazioni del) presente e del futuro. Ma soprattutto come si diceva fra le immagini e le parole (rielaborate, scritte, rilette), fra l’esperienza umana e il racconto (personale, trasposto, metaforico), fra la persona Rita (Azevedo Gomes) e il personaggio Irma che ne proietta su carta l’ombra e la luce, e che ora si riproietta nuovamente nella persona e su uno schermo. Con quattro ragazzi, una ragazza, una regista-protagonista-(auto)narratrice che si filma e si (ri)legge, un disco molto spesso in riproduzione e una pila di libri da citare e vivere insieme, fra il portoghese, l’inglese, il francese e il greco antico e moderno, fra l’urna greca di John Keats e l’Estate di Camus, fra la danza ancestrale e quindi eterna della gru γέρανος e l’hic et nunc della voce angelica di Maria Farantouri (forse in mi bemolle? Del resto anche questo è a suo modo un meta-film-set in cui il cinema avviene in diretta…). Fra Silo, Delo, Mykonos, le statue antiche nei musei e i campi di papaveri; fra lo schermo di un cellulare e un incontro di persona, fra le tradizioni identitarie che si ripetono sempre uguali da millenni e l’amicizia pura di un viaggio in van tutti insieme verso Atene, dove le soggettive in super8 disvelano ancora una volta il dispositivo nel controcampo di un’oggettiva in digitale. Da un annuncio di morte diventato poi vita alla spasmodica ricerca degli ultimi barlumi di vita in un mondo già morto e che sta di nuovo morendo, attraverso uno sguardo dolce, magnetico, poetico, commovente, purissimo, fuori dal tempo e da qualsiasi prassi. Per un cinema apparentemente impossibile e inafferrabile, complesso e ponderato nelle sue stratificazioni quanto straordinariamente istintivo, naturale e genuino nella sua programmatica incompiutezza sempre tesa a un costante (ri)costruirsi strada facendo. Un cinema intimo, levigato, personale e umanissimo, e proprio per questo così dolce e prezioso. Da prendere come un balsamo per l’anima, per sentirsi più leggeri e inevitabilmente migliori.

Marco Romagna

“Fuck the Polis” (2025)
74 min | Drama | Portugal
Regista Rita Azevedo Gomes
Sceneggiatori Rita Azevedo Gomes, Regina Guimarães
Attori principali Bingham Bryant, Maria Farantouri, Rita Azevedo Gomes
IMDb Rating N/A

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