Che sia un poster, una pallina da tennis o un dirigibile che sorvola Los Angeles, ogni trovata di marketing escogitata dal team pubblicitario dietro la promozione di Marty Supreme recita due parole, solitamente in maiuscolo: «DREAM BIG». Pur nella sua semplicità, è un motto più che mai intraducibile, «sognare in grande» non dà l’idea. La parola «DREAM» in una sola sillaba racchiude mille significati, più o meno come i nostri «sogni»; ma il motore aspirazionale dietro i desideri degli statunitensi, il vero sogno tutto maiuscolo, è l’American Dream, ciò che li ha portati a «colonizzarci il subconscio» come diceva Wenders in Nel corso del tempo. Da intendersi non solo come l’ingranaggio del governo degli Stati che tengono in scacco mezzo mondo da Hiroshima in poi, non solo come il punto d’arrivo del suo Presidente quotidianamente protagonista delle nostre testate, ma anche e soprattutto una scintilla pronta a esplodere dentro ogni cittadino statunitense. È da qui che nasce Marty Mauser. Ispirato a Marty Reisman, newyorchese fino al midollo, nato e morto a Manhattan, ebreo Ashkenazita e campione mondiale di Ping Pong nel ’58 e nel ’60; uno che se l’è sfangata fregando il prossimo e che si è appassionato al suo sport per fuggire da esaurimenti nervosi precoci. Marty Mauser è un’invenzione di Josh Safdie e Ronald Bronstein, e ‘ça va sans dire’ il protagonista di Marty Supreme, uno dei film americani ad alto budget più colmi di idee degli ultimi anni. In questo personaggio e nella sua storia ambientata negli anni ‘50 sono catalizzate le ossessioni di tutto un secolo, i fantasmi ereditati dal Dopoguerra e l’individualismo del mondo che verrà. Il percorso del personaggio e, di conseguenza, la struttura del film sono costruiti su un ribaltamento di aspettative dello spettatore che però non è un colpo di scena né una presa in giro, bensì il più semplice e onesto dei patti: la prima scena del film sembra un depistaggio rispetto alla trama, ma è la direzione finale in cui stiamo andando.
Impossibile non entrare nel dettaglio del succitato prologo, anche per ritornare e approfondire gli autori del film: Marty Supreme si apre su una giornata qualsiasi di un Marty Mauser (Timothée Chalamet alla sua miglior interpretazione) che non sta facendo quello che vorrebbe nella vita. Vende scarpe in un negozio di amici di famiglia nel quartiere ebraico di New York, ed è molto bravo nel farlo. La sua ragazza (Odessa A’zion), fingendosi una cliente, lo va a trovare per una sveltina. Nel retrobottega, un amplesso diventa una concezione. Dai baci animaleschi e goffi tra i due si passa a un render computerizzato di uno spermatozoo che nuota velocemente verso l’ovulo. L’ovulo, con un’ulteriore transizione, diventa una pallina da ping pong. Dalla partita che è la vita, a una partita qualsiasi della vita, Marty Mauser esprime il suo sogno. Propaga la specie, ed è il migliore a giocare a ping pong. O quasi.
Marty Mauser, si deve sapere, è anche un grande affabulatore. Quando comincia a parlare il suo chiacchiericcio inarrestabile non dà filo da torcere. Ogni sua azione, ogni sua parola, alla fin fine, anche se non è relativa al ping pong ha come finalità il ping pong. L’anno scorso Challengers ci aveva mostrato una contemporaneità priva di sesso, in cui l’agonismo del tennis diventava allegoria, sostituto dalla comprensione intima più profonda delle relazioni umane, o forse come una plastica distrazione dalla brutale onestà del desiderio. Ma Bronstein/Safdie rappresentano una dimensione umana diversa da quella di Guadagnino/Kuritzkes, un senso del desiderio primordiale che mette il sesso e la relazione in sottofondo a obiettivi più grandi (o apparentemente tali), vere e proprie trasmutazioni di implicite de-realizzazioni esistenziali, culturali, etniche. In quest’ambito, centrale è l’ebraismo di Bronstein, Safdie, Reisman/Mauser/Chalamet, messo in relazione con l’ambientazione appena successiva alla seconda guerra mondiale con esiti e concetti… inattesi. Tra i rivali di alto rango ai campionati di ping pong, uno dei più vicini a Mauser per esempio è l’unico altro campione ebreo di livello, è l’ungherese Béla Kletzki, interpretato da quel Géza Röhrig che un decennio fa aveva infuocato gli schermi del mondo nel Figlio di Saul di László Nemes dando un volto alla storia inenarrabile dei Sonderkommando nei campi di concentramento, mentre l’orrore rimaneva perlopiù fuori campo rispetto al suo sguardo scavato da un trauma perpetuo. È il volto ideale per l’aneddoto che racconta Mauser a inizio film durante un’intervista, mentre scherza coi giornalisti sull’Olocausto (sparando sentenze quali «il mio successo è la prova del fallimento di Hitler» o «in questo campionato farò a Béla quello che Auschwitz non è riuscito a finire di fare»), e rievoca la più surreale delle storielle che potrebbe aver sentito dai campi di concentramento – che non ha vissuto neanche da lontano. Racconta una storia di paura e desiderio, di aspirazione e sofferenza, di disgusto ed erotismo involontari; una tragedia più o meno volontaria, come il mondo in cui Mauser esiste, costantemente modificato dalle sue azioni rovinose. Questo perché, sì, Marty Supreme è un film sull’American Dream, e in modo più letterale un film sul ping pong, ma è soprattutto il racconto ravvicinato di un antieroe che compie una sequela di irresponsabilità una dopo l’altra. In un flusso ansiogeno che non lascia respiro Chalamet, genuinamente trasformato in apoteosi-mostro di sé, diventa l’unico volto possibile di quella personalità ambiziosa, pretenziosa, narcisista, egomaniacale, fiduciosa che si può avere solo in gioventù e che si anela ad avere per tutta la vita. Ma questa stessa ambizione causa una catastrofe dopo l’altra. Qual è il prezzo dell’ambizione? E perché dovrebbe comunque non valerne la pena?
Il testo del film, presentato in anteprima lo scorso ottobre al New York Film Festival e ora in uscita in sala in Italia, esplode dallo schermo con una ricchezza tematica giustificata dalla continuità di trovate di messinscena dell’autore della regia, che crea naturalmente una condizione di immedesimazione e annullamento dello schermo (e dell’incredulità) tale da far respirare i temi della narrazione come dovrebbe essere nel grande cinema narrativo – “grande” di qualità e di dimensione allo stesso tempo, che è raro. Il budget è aumentato, e il mondo attorno lo rende visibile, ma l’idea di messinscena è la stessa di Uncut Gems – Diamanti Grezzi, il precedente lungometraggio di finzione di Josh Safdie in co-regia col fratello Benny, ormai anche attore e sceneggiatore di rilievo all’apice di Hollywood (forte di collaborazioni con Nolan, PT Anderson, Nathan Fielder). Un film che pure si apriva, dopo un prologo sconnesso e desertico à la Esorcista, con una metamorfosi computerizzata di organi interna che trasformava il brillare di une gemma preziosa nella colonoscopia del protagonista, un altro disperato in eterna lotta col fato. Josh ha lavorato strettamente con Benny e il loro montatore Ronald Bronstein (anche co-produttore, e co-sceneggiatore, a volte attore, e sua volta regista – di Frownland – e marito di un’attrice/regista – Mary Bronstein, di Yeast e If I had legs I’d kick you) per quattro lungometraggi tra i più unici e interessanti del cinema americano di quel decennio (2009-2019, da Daddy Longlegs, di cui è anche protagonista, ad appunto Uncut Gems), una saga di pseudo-realismo sotto anfetamine che dal racconto intimo/mumblecore di una paternità è passato a cercare un grado di realismo con cui definire i rapporti familiari e amorosi nelle vite dedite alla tossicodipendenza o al crimine, fino a poi cercare di perfezionare una forma narrativa avvolgente per cui far coincidere (sub?)consciamente l’esperienza dello spettatore con l’angoscia perpetua del vivere di personaggi insostenibili, dei quali Marty Mauser è lo zenit. Josh aveva già fatto un film senza Benny, l’esperimento a basso budget The pleasure of being robbed (2008), ma era talmente distante da questo ritmo senza freni consolidato negli ultimi anni che qualsiasi testata giornalistica ha annunciato Marty Supreme come l’esordio in solitaria di questo regista brillante. I fratelli hanno smesso di fare cinema assieme dopo soli dieci anni, e nel separarsi si è creato (volontariamente?) un dialogo tra i loro “esordi” alla regia. Benny ha appena vinto a Venezia il Leone d’Argento per la miglior regia per The Smashing Machine, anch’esso progetto a tema sportivo, incentrato su un wrestler interpretato da Dwayne “The Rock” Johnson. Chi scrive è dell’opinione che il tentativo di biografia pseudo-sentimentale (volutamente) sciatta di quest’ultimo film sia meno efficace del lungometraggio oggetto di questa recensione, ma è innegabile, al netto di giudizi personali che non sono e non devono essere il punto, che il film di Benny parli di accettazione della sconfitta mentre quello di Josh del nulla (o del tutto?) che si trova dopo la vittoria — come se avessimo appena assistito a una gara agonistica tra storie sull’agonismo, un grande scontro tra immaginari diversi e insieme eguali; quello che vuole fare una cosa nuova (?) a costo di qualche insicurezza, e quello che ci mette tutto se stesso a chiarire il messaggio dei film precedenti, perfezionandone l’espressione e l’esperienza.
In precedenza è stato nominato Röhrig, ma non è l’unico esempio di interprete scelto a tavolino di Marty Supreme: anche la già citata Odessa A’zion è perfetta nel ruolo, ma soprattutto Gwyneth Paltrow torna finalmente a brillare sullo schermo dopo anni di iati e personaggi minori (esclusa – o inclusa? – la sua partecipazione col Tony Stark di Robert Downey Jr alla coppia più noiosa della storia del cinema nel Marvel Cinematic Universe), non certo per caso nel ruolo una diva decaduta. Così come non c’è nulla di casuale nella scelta di Abel Ferrara, autore dei più decadenti film gangster messo a interpretare il più decadente tra i gangster, o ancora in quella del mostro Kevin O’Leary, businessman e conduttore canadese, chiamato da Josh Safdie a interpretare «un pezzo di merda, perché tu [effettivamente] lo sei», come pare il regista gli abbia detto durante il processo di casting. E tra gli “interpreti” non si può non citare il compositore delle musiche Daniel Lopatin, in arte Oneohtrix Point Never, alla sua terza collaborazione col gruppo Safdie-Bronstein; autore di elettronica avvolgente che, alternata alle hit pop anacronistiche più idealistiche (Forever Young o Everybody wants to rule the world, ma pure i PIL di The order of Death), contribuisce a una colonna sonora che è un vero personaggio del film. In queste scelte di collaborazioni, va detto, è sicuramente bravo anche Benny, per quanto la presenza di “The Rock” sia per assurdo più ingombrante di quella di Chalamet e compagnia, e le musiche di Nala Sinephro in The Smashing Machine per quanto notevoli fossero invero meno efficaci dell’operato del pioniere Lopatin. Questa micro-fabbrica di idee, che fanno da ponte tra un cinema d’autore e uno d’intrattenimento, un cinema ad alto budget e uno indipendente e umanista, comunque è sempre in atto di considerare gli umori e le facce, le pedine che si muovono sullo schermo, come una serie di collegamenti inconsci, un mondo che si espande di fronte ai nostri occhi, nella realtà e nella mente dello spettatore. Insomma, una follia che è reale e irreale, in cui tutto è messo in discussione, tutto è buffo, tutto è angosciante. Ma sognare in grande è tutto. O forse no?
Nicola Settis
