Con il suo lungometraggio precedente, A fabrica de nada, il cineasta portoghese Pedro Pinho si era già imposto all’attenzione della cinefilia mondiale, grazie anche alla selezione della Quinzaine cannense nel 2017 e a varie altre partecipazioni “di secondo giro”, su tutte quella nostrana al Torino Film Festival dello stesso anno. Quasi otto anni dopo si ripresenta sulla Croisette, questa volta nella selezione ufficiale di Un Certain Regard, con il suo nuovo progetto O riso e a faca (letteralmente “Il riso e il coltello”, anche se come titolo internazionale è stato scelto il diversissimo Only rest in the storm), risultato di anni e anni di ricerca e riprese “sul campo”. E il campo questa volta è la Guinea Bissau, ex colonia portoghese come le più reclamizzate Angola e Mozambico, ancora inevitabilmente legata da un cordone ombelicale che stenta ad essere completamente reciso con la nazione (una volta) occupante. Protagonista e alter ego del regista stesso è l’ingegnere Sergio (Sérgio Coragem), giunto nel Paese per affiancare una ONG nella costruzione di una nuova lingua d’asfalto che possa congiungere tra loro territori e villaggi isolati e dimenticati. Ma la costruzione di questa strada impatta in maniera devastante sull’ecosistema della zona, specie per i coltivatori di riso che vedrebbero completamente sconvolta la loro piccola economia di pura sussistenza. Sergio è spaesato e, per tutta la prima parte, porta in giro l’occhio della macchina da presa rivestendo il ruolo di mero osservatore, fuori posto e fuori tempo; pian piano capirà dove si trova, compiendo l’immane sforzo che i colonizzatori dell’epoca ebbero la hybris di ignorare completamente. Si capisce da questi pochi cenni che Sergio funga da parte per il tutto anche per il Portogallo stesso, la più dimessa e decadente tra le ex nazioni colonizzatrici, arroccata, a partire dalla posizione geografica, in un isolamento insieme altero e sconfortato. Ci torna alla mente l’Amin del dittico (diventerà mai ufficialmente una trilogia? Stiamo perdendo ogni speranza col passare degli anni) Mektoub, My Love di Abdellatif Kechiche, occhio osservatore intento alla comprensione della piccola parte di mondo abitata. Nella prima sequenza, programmatica, viene fermato ad un posto di blocco mentre procede verso Bissau, e l’agente gli chiede un libro da leggere prima di lasciarlo andare: la porta verso un mondo “altro” si spalanca in quel momento, e porterà al Nostro un mare in tempesta di incontri, scontri, amori sognati e cercati, tesi ad aiutarlo sia nel lavoro da compiere che nella definizione della propria identità, prima di tutto sessuale. Sergio è un guscio vuoto, e se l’interprete è magistrale nel portare se stesso in scena all’inizio, dopo più di tre ore di proiezione tutto è cambiato, la sua consapevolezza, il suo abitare la Terra, persino il suo sguardo. Non fatichiamo a comprendere quanto i lunghi mesi di riprese in loco possano aver agito su tutti, cast compreso: impossibile recitare soltanto in un’esperienza così totalizzante, inevitabile che vi tracimi dentro la propria personalità. L’anima da documentarista di Pinho non è accantonata in questo film (apparentemente) di finzione, e l’opera è intervallata da lunghi episodi di registrazione diretta del reale, tra abbacinanti paesaggi e slums soffocanti, seppur confezionati e selezionati con un sapiente montaggio. La scelta di diversificare anche i supporti, con la grana pastosa della pellicola per i grandi spazi esterni e la fredda precisione del digitale nella lunga scena in discoteca, contribuisce alla scomposizione di un materiale così eterogeneo, trovando però una fluidità di approccio tutt’altro che comune.
I coprotagonisti principali sono soprattutto due: Diara (Cleo Diára), attivista locale solare e determinata, e Gui (Jonathan Guilherme), ragazzo queer che la aiuta e la consiglia. Sono le due metà della calamita da cui Sergio è irresistibilmente attratto, le due persone che ama non riamato, le scaturigini di dolori e gioie, rimorsi e rimpianti. Pinho filma lunghi dialoghi, probabilmente sceneggiati con non più di un canovaccio da cui partire, gonfi di verità, anche quando non è coinvolto il triangolo di protagonisti precedentemente nominato: su tutti da segnalare l’incontro/scontro tra operai europei e locali, con lo sfondo di baracche prefabbricate, sotto il sole cocente. È proprio in questo scenario che Pedro Pinho trova, più ancora che preparare, una sequenza significante che farà da leit-motiv in alcune varianti successive: il lungo sguardo “in macchina” di una pecora posizionata nel terzo centrale dell’inquadratura panoramica, mentre nei due terzi laterali gli esseri umani si abbandonano al riposo, sfiancati dalla calura. Anche altri animali CI guarderanno attoniti, come da immoto controcanto a quella dolente umanità con cui condividono gli ampi spazi guineani, un’umanità che s’immerge nella fanghiglia putrida per estrarne il prezioso riso, che solca i fiumi pagaiando mollemente, che cerca quotidianamente l’affrancamento da un’identità imposta dall’esterno che fatica a cedere il passo, a partire dalla lingua. Un insieme di piccoli conglomerati di abitazioni dove si parlano dialetti differenti, dove ci si guarda in cagnesco, e dove il dubbio che almeno l’unità linguistica data dal portoghese sia da annoverare come lascito positivo è un tarlo che scava nella mente per non andarsene mai più. La scansione classica nella drammaturgia di un film errabondo per definizione è data da una serie di scene madri, tutte invettive rivolte al povero Sergio che sta lì a riceverle a mo’ di uppercut in pieno volto: un imprenditore locale impartisce da un tapis-roulant una lezione sul capitalismo intrisa di realismo e cinismo, una prostituta sciorina in poche frasi il senso stesso dell’operazione («Perché sei qui? Cosa stai facendo?»), mentre tanti guineani ringhiano contro questo europeo imbelle, apparentemente inutile, chiamato lì a dare un parere su qualcosa che non conosce minimamente. E forse, poi, non è nemmeno importante quale sia davvero il parere, se positivo o negativo sulla costruzione della strada. La lezione più alta del film è proprio quella all’apparenza più scontata: molto spesso le risposte non contano nulla, ma è fondamentale il percorso che si compie per arrivare a formularle, la documentazione, l’immergersi davvero nelle cose a livello empatico, partecipato, in ascolto. E quindi l’approccio guardingo e immoto di Sergio è probabilmente quello giusto, come è sempre giusta la macchina da presa di Pinho nello scegliere accuratamente i punti di osservazione, la distanza dalle persone/personaggi, il punto più adatto dove posizionarsi per capire. Un grande film dunque, politico, sociale, etnografico, complesso nel senso più alto del termine. Un’eccellenza assoluta di questo Festival di Cannes 2025.
Donato D’Elia
