1 Novembre 2025 -

LESBIAN SPACE PRINCESS (2025)
di Emma Hough Hobbs e Leela Varghese

Più ancora che al Matt Groening dei Simpson e di Futurama, lo stile grafico dell’animazione digitale di Lesbian Space Princess sembra guardare agli occhi sovradimensionati e all’espressività rugosa dei volti disegnati dal duo Roiland-Harmond per Rick and Morty, solo leggermente ammorbidito in linee meno spigolose e se possibile ancora più colorato. Un’animazione parziale, realizzata a budget non eccessivi, tutto sommato semplice ma non per questo meno efficace nella sua impeccabile fluidità di sudori kawaii e di lacrime che diventano inondazione, né meno inventiva nella creazione dei suoi universi. Eppure è abbastanza evidente, sin dalla sceneggiatura esplosiva e dalla capacità di provocare mai gratuita e anzi sempre profondamente critica e stratificata in tutto ciò che affronta, come con ogni probabilità il principale riferimento per le esordienti australiane Emma Hough Hobbs e Leela Varghese sia stata in realtà la comicità scorretta, caustica, intelligentissima e rigorosamente ‘adulta’ di Trey Parker, di Matt Stone e del loro South Park. Non solo per le ripetute e libere allusioni (e in almeno un paio di casi pure qualcosa in più che allusioni) sessuali, per la spietatezza dei giochi di parole, per la gaylassia di cui fa parte il pianeta di Clitopolis e per la contrapposizione fra la vagina senziente e il cazzetto che comanda un maxi-pene robot come una sorta di Megazord spaziale, ma per il rifiuto, da coppia lesbica dichiarata che orgogliosamente immagina un’intera galassia queer, di limitarsi a trovare appigli nella retorica LGBTQIA+ inclusiva contemporanea, preferendo invece problematizzarla, evidenziarne apertamente e con lucida autoironia i limiti e le contraddizioni, limarne gli eccessi con la satira e forse così in qualche modo renderla ancor meglio calibrata e più consapevole, ma soprattutto dannatamente divertente in ogni sua declinazione. In un film che fa ridere oltre misura dal primo all’ultimo fotogramma, e che corre a rotta di collo splendidamente situazionista fra generi cinematografici (la fantascienza, il melò, il musical, il romanzo di formazione, perfino il western con tanto di primi piani leoniani) e intuizioni (grafiche, antropologiche, psicologiche, sociali, interpersonali, metaforiche, paradigmatiche) ben più profonde di quanto possa sembrare; un film smaccatamente iconoclasta nel rappresentare, analizzare e meticolosamente svelare l’altra faccia di ogni feticcio e di ogni stereotipo contemporaneo – dal maschio (alieno) bianco eterosessuale che, letteralmente leggibile come un foglio scritto, nasconde dietro alla patina incel la sua insicurezza e la sua scarsa autostima fino alla cantante bisessuale e non binaria in fuga dalla serialità industriale (e quindi dai desideri delle produzioni e del pubblico) della musica gay-pop, passando per la cultura maschilista e patriarcale dello pseudo-Hal9000 che governa la malridotta navicella spaziale, per l’inaspettata ambiguità di una drag queen nemicamica ma anche per l’amore malriposto verso una persona narcisista ed egoriferita incapace di provare reali sentimenti senza la quale sentirsi nulla, tutto questo senza dimenticare l’aperta simbologia lesbomilitante dell’ascia bipenne labrys – per giungere a un coming of age atipico nel quale imparare la necessità, condivisa e generalizzata, di amare e apprezzare se stessi senza (più) farsi soffocare da quelle stesse aspettative sociali che sono in definitiva le stesse del nemico capitalista, e che generano tanto nei mondi ideali e immaginari quanto nel mondo reale le medesime ansie e le medesime sofferenze. Il che, sia ben chiaro, non vuole certo essere un attacco alla comunità di cui le due registe fanno orgogliosamente parte, anzi vuole esserne un aperto omaggio che è apertamente femminista e queer tanto nelle tematiche quanto nella libertà assoluta delle forme, ma al contempo anche una lettura ragionata dello stato delle cose in tutti i loro chiaroscuri, come un invito a non uscire dalle giuste rotte e dalle giuste battaglie facendosi prendere dalla foga e dalla sintesi inevitabilmente superficiale degli slogan.

È per questo che, lontano anni luce dalla Barbieland perfetta e quasi insindacabilmente giusta senza reale possibilità di contraddittorio (ma solo di conferme) secondo Greta Gerwig, dalla quale per la Barbie di Margot Robbie aveva senso uscire e inoltrarsi nel mondo reale solo per curare un inaspettato e in qualche modo impossibile principio di depressione, il pianeta Clitopolis disegnato in Lesbian Space Princess (che dopo la prima in Panorama della scorsa Berlinale con annessa vittoria del Teddy Award e infiniti altri giri festivalieri giunge ora in prima italiana al Trieste Science+Fiction Festival 2025) è sì pieno di rosa, abitato e governato esclusivamente da donne omosessuali, ma è sin dalla disillusione amorosa iniziale ben lontano da una supposta perfezione, con le sue mamme regine lesbiche troppo impegnate nei loro riti orgiastici per ricordare anche solo l’età della figlia, con l’amarezza di chi ben più che principessa si sente sola, emarginata e abbandonata dopo due sole settimane d’amore dall’unica oasi nel deserto che l’avesse mai voluta, e con un intero popolo che non può accettare che la discendente reale sia la sola a non essere ancora riuscita a evocare la propria labrys, emblema di forza ma anche vera e propria arma da brandire e saper utilizzare nel momento del bisogno, tanto da percepire e da far percepire alla diretta interessata la sua assenza come sinonimo di inadeguatezza, di scarso valore, di incompletezza, alimentando i suoi complessi e i suoi fantasmi. Un vero e proprio mostro interiore che appare dal subconscio come un’ombra nera fra i mille colori di Emma Hough Hobbs e Leela Varghese, le quali evidentemente nel film trasformano in racconto i propri ricordi, le proprie esperienze e le proprie sensazioni giovanili lungo il formarsi e l’emergere della loro identità sessuale, e che sarà necessario imparare a sconfiggere nel percorso di autoaccettazione e di recupero dell’autostima in cui vedere la protagonista Saira trasformarsi progressivamente da ansiosa e introversa ragazzina a vera e propria guerriera, o per lo meno in una donna finalmente consapevole del proprio valore e della propria dignità, orgogliosa di essere semplicemente ciò che è senza più requisiti di infallibilità da sentire di dovere obbligatoriamente soddisfare come se fossero caselle da riempire per essere ‘abbastanza’, in un universo d’ostentata inclusività che nello sforzo di dimostrarsi tale non deve rischiare di degenerare in fondamentalismo e odio esattamente come il sistema patriarcale ed eteronormato ingiusto a cui si vuole contrapporre. Un lungo viaggio intergalattico (e nell’immaginario della cultura pop odierna, costantemente evocata e parodiata), non certo per caso intrapreso per salvare un’amata che non contraccambia ma lo stesso ricatta per sperare di avere salva la vita, in cui spingersi dalla sicurezza (e dalle insicurezze) del saffo-palazzo reale fino al punto più laido e pericoloso dell’universo etero e maschile passando per i pericoli (che magari si nutrono proprio di negatività) di più pianeti, e per un locale lubrico nel quale (prima con le buone e poi con le cattive) scoprire la propria effettiva completezza e anzi il proprio potenziale eroismo, o per lo meno il rivelarsi lucido e ogni volta spassoso delle fragilità umane che stanno dietro a qualsiasi possibile categoria e dinamica e che la rendono stereotipo. Ma soprattutto passando per ulteriori scelte sbagliate (fra cui l’abbandono di chi si è realmente innamorata per continuare a inseguire la chimera manipolatrice, eppure dall’altra parte è proprio dall’abbandono e dalla delusione che nasce l’ispirazione per trovare a sua volta la propria strada musicale rigorosamente dark…) e per la necessità ogni volta di rimediare, di scoprirsi migliori di quanto si pensasse, di crescere fino a riconoscere e superare i propri traumi e le proprie paure. Di imparare a convivere con le proprie cicatrici e magari a mostrarle senza più filtri e con l’orgoglio di chi ce l’ha fatta, senza più curarsi delle aspettative sociali. Donna, principessa, militante lesbica e femminista che finalmente brandisce con fierezza la sua labrys. Ma soprattutto persona capace di comprendere, di amare, di reagire, di soffrire. Di bastare a se stessa per come è, e per come sono davvero, intimamente, dietro alle rispettive maschere, gli altri.

Marco Romagna

“Lesbian Space Princess” (2024)
87 min | Animation, Comedy, Fantasy | Australia
Regista Emma Hough Hobbs, Leela Varghese
Sceneggiatori Emma Hough Hobbs, Leela Varghese
Attori principali Shabana Azeez, Mark Samual Bonanno, Gemma Chua-Tran
IMDb Rating 7.1

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