27 Ottobre 2025 -

DEUX PIANOS (2025)
di Arnaud Desplechin

Questa volta Arnaud Desplechin sceglie l’inedito Vogler come cognome del talentuoso pianista Mathias interpretato da François Civil, ma potrebbe tranquillamente chiamarsi ancora una volta Vuillard, o forse addirittura Stephen Dedalus e avere il volto di Mathieu Amalric. L’ennesimo personaggio perfettamente desplecheniano protagonista di una storia perfettamente desplecheniana, fatta di mille possibili (abbozzi di) storie che si intrecciano fra un amore (im)possibile e chissà quanti autosabotaggi, fra triangoli sentimentali e svenimenti, fra genitori (putativi, biologici, artistici, simbolici, mancanti) e figli (o presunti tali), fra un bambino in cui rivedersi allo specchio e un amico fraterno con cui sentirsi eternamente in colpa. Fra la musica (di Chopin, o magari di Bach) e i sentimenti contrastanti di un’instabilità emotiva forse insanabile, in cui basta una nota fuori posto perché un desiderio diventi per sempre nuovo rimpianto. Un melodramma, Deux pianos, con cui il grande regista francese dopo l’inaspettato e per ora unico passaggio a vuoto con Fratello e sorella seguito dal magnifico Spectateurs! riporta definitivamente il suo cinema in carreggiata, cristallizzato questa volta nella metafora dei due pianoforti a coda in duetto come voci antitetiche delle contraddizioni e dello strazio di un’anima. Quella di Mathias, certo, ennesimo sconfitto del cinema di Desplechin, ennesimo alcolizzato del cinema di Desplechin, ennesimo uomo (auto)distrutto dai suoi conflitti e dai tormenti interiori del cinema di Desplechin, e qui inevitabilmente personaggio attorno al cui ritorno a Lione si compattano la narrazione e le dinamiche umane di Deux pianos. Ma è più che mai attraverso la coralità che il film riesce a stratificare e a fare esplodere ogni vibrazione emotiva, con la centralità di Claude (Nadia Tereszkiewicz) e di quel reciproco appartenersi che non si è mai spento, con il caro amico Pierre (Jerémy Lewin) che ignaro di tutto (o forse perfettamente consapevole) l’ha nel frattempo sposata, con la grande maestra di piano Elena (Charlotte Rampling) che dopo aver scoperto le abilità pianistiche di Mathias e dopo averne lanciato la carriera ora lo vuole in duetto per la sua (ultima) serie di concerti e per nominarlo successore, con quel Max (Hyppolite Girardot) forse più ancora secondo padre che agente impegnato ogni volta a tentare di dissimulare i suoi problemi a costo di raccoglierlo con il cucchiaino e trascinarlo sul palco, e con quel figlio segreto (di Pulcinella) con cui è impossibile non ritrovarsi a fare i conti, passando magari per un’altra amicizia (questa volta di Claude) tradita in un’unica notte di desiderio e passione per poi nuovamente cambiare idea. I complessi rapporti umani di Mathias con ognuno di loro, destinati a evolversi e più volte mutare forma, potrebbero quasi costituire altrettanti film a parte, ma è proprio nell’intreccio in parallelo dei loro brandelli di storia e nel loro inevitabile ripercuotersi una sull’altra che si innesta il congegno di Desplechin, in cui tutto è mutazione di contesto e in cui tutto è conseguenza, in cui tutto è armonia apparente e tutto è disarmonia improvvisa e terribilmente fuori scala, in cui la vita amorosa e la carriera non potranno mai e poi mai essere rette equidistanti ma al contrario non potranno mai fare a meno di specchiarsi l’una nell’altra proprio come uno schermo e un proiettore.

Passa per l’emergere e per la perdita della memoria (e quindi in qualche modo dell’identità), Deux pianos. Passa per i sentimenti più brucianti e per l’indecisione, passa per triangoli emotivi scaleni e per i più cocenti rimorsi quando è ormai troppo tardi, passa per il successo e per il fallimento, passa per un figlio a cui insegnare a nuotare e per una scopata d’addio (o forse semplicemente di nuovo arrivederci, quando i capelli saranno magari bianchi ma il lutto sarà definitivamente esaurito, o magari no e resterà solo la nostalgia) con cui ancora una volta appartenersi. Passa per infiniti bicchieri riempiti e poi svuotati, passa per le utopie di vita e per l’imprevedibilità della morte, passa per adulti eternamente immaturi e per la saggezza di bambini sospesi fra passato e futuro, passa per le fughe da un eterno amore giovanile che sono in realtà fughe dall’esistenza ma pure per i sofferti ritorni almeno per il tempo di un’altra illusione e di un addio. Una (letterale) partita a scacchi esistenziale ed emotiva fra la memoria e l’errore, fra l’amore e il funerale, fra il sogno e il rifiuto, ma pure fra il talento artistico e l’instabilità, fra la matematica delle scale musicali e l’emozione delle dita sul pianoforte, fra l’effettivo impegno e la consapevolezza di essere inaffidabile, fra la voglia di cambiare e la paura di non essere all’altezza. Da una parte c’è un pianista appena stanato dalla sua fuga in Giappone, dall’altra il suo inevitabile confronto con tutti i motivi e le ossessioni per cui aveva deciso di scappare, e dall’altra ancora tutte le conseguenze più inaspettate delle sue mancanze, un figlio perfettamente consapevole che ha scelto chi riconoscere come padre e una vedova che ha appena perso uno dei suoi due amori, una mentore oramai anziana che non si vorrebbe deludere e un gomito che puntualmente non riesce a smettere di alzarsi, un concorso che si potrebbe agevolmente vincere ma che non si vuole passare perché impedirebbe una nuova fuga, come se poi fosse realmente possibile dileguarsi da se stessi. Desplechin, come un abile direttore d’orchestra, interseca parabole e tensioni, erotismo e disperazione, personaggi stratificati e sentimenti discordanti, in una partitura di musica, parole, grida e silenzi che scava in profondità nei cuori e nelle aspettative, nei rapporti interpersonali, nei crolli nervosi, nelle coscienze, nell’amore in tutte le sue sfaccettature. Ma soprattutto nel cinema, che tutto immagina e racconta fra l’osservazione antropologica e chissà quanti elementi autobiografici, portando avanti un unico grande film – poco importa se truffautianamente interpretato dallo stesso personaggio oppure da altri che allo stesso modo attraversano le stagioni della vita – che muta ogni volta generi e forme per tornare sempre all’esplorazione degli interstizi umani, delle passioni più potenti, delle emotività più straziate. Delle antinomie più intime e (quindi) universali, che non hanno bisogno di avere davanti alcun pentagramma per deflagrare nelle tonalità rigorosamente in minore di un «ti amo, ma non basta». Tanto che perfino il viaggio finale in camera car verso una serie di concerti a Roma (e quindi, in un divertente meta-paradosso, proprio verso le stesse sale dell’Auditorium Parco della Musica in cui Deux pianos, in occasione della ventesima edizione della Festa del Cinema, trova la sua prima italiana a poche settimane dall’anteprima assoluta di San Sebastián) non può in alcun modo essere una reale liberazione per Mathias Vogler, ma solo il suo ennesimo prendere tempo, la sua ennesima amara illusione di avere compiuto una scelta di cui potersi pentire. Il suo cuore non potrà che rimanere ancora lì, fra un amore troppo grande per svanire ma forse anche per essere realmente possibile e un figlio che cresce senza (nemmeno più) un padre. A macerare fra i sentimenti, le ossessioni e i sensi di colpa, in attesa del prossimo inevitabile ritorno.

Marco Romagna

“Two Pianos” (2025)
115 min | Drama, Music, Romance | France
Regista Arnaud Desplechin
Sceneggiatori Arnaud Desplechin, Kamen Velkovsky
Attori principali François Civil, Nadia Tereszkiewicz, Charlotte Rampling
IMDb Rating N/A

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