Doveva il suo nome ai suoi secolari frutteti, il quartiere damaschino di Al Basateen (letteralmente, appunto, “gli orti”). Un quartiere come tanti altri nella Siria ‘rea’ di aver osato alzare la voce contro il regime di Bashar al-Asad, ma forse in qualche modo ancora più esemplare nel simbolismo intrinseco di quei frutteti, “colpevoli” di avere inizialmente fornito protezione e salvezza agli ancor più “colpevoli” abitanti quando, solo pochi minuti dopo essersi uniti alle prime proteste del 2011, vennero duramente attaccati dagli scagnozzi della repressione governativa. Ma soprattutto, fra i tanti luoghi letteralmente rasi al suolo dal governo nell’ambito di una pura rappresaglia che la propaganda del regime (ufficialmente destituito lo scorso 8 dicembre, ma la guerra civile continua quasi esattamente come prima) aveva stabilito di spacciare come «piano di riqualificazione urbana», un quartiere che sopravvive oramai solo nei ricordi e in qualche immagine d’archivio, nelle parole e nel silicio dei cellulari, nell’immaginazione – da qualche parte fra il tempo, lo spazio e il (cine)teatro di posa (von)trieriano di Dogville – per cui la bidimensionalità dei contorni di una pianta catastale può almeno per un momento ridiventare davvero la propria casa da riabitare e da rivivere. Una questione emotiva per cui il francese Antoine Chapon, nella sua scelta di dedicare in tutti i sensi i 25 minuti della sua opera seconda «ai miei amici siriani», ha deciso di concentrarsi proprio su Al Basateen, letteralmente tradotto anche nei titoli internazionali in inglese e in francese The Orchards e Les Vergers. Un luogo scientemente ucciso e che probabilmente non potrà mai rinascere se non come fantasma e non-luogo, ora (apparentemente eterno) cantiere di palazzoni-scheletro e rendering di scintillanti grattacieli-ghetto per ricchi (già) drammaticamente identici ai più recenti, agghiaccianti, video AI trumpiani su Gaza Beach. Da una parte il simbolo stesso di una Resistenza popolare orgogliosa e non ancora conclusa, una Resistenza identitaria, viscerale, pronta a perdere tutto ma non le proprie rivendicazioni, i propri slogan, l’urgenza espressiva illegale delle proprie scritte sui muri, la propria lotta quotidiana per una Siria migliore. Dall’altra, una perfetta cartina di tornasole dei rapporti di potere fra un governo (nello specifico dittatoriale e criminale, ma forse di ogni governo) e il capitalismo dell’imprenditoria e della speculazione edilizia, delle mille facce (di bronzo) di una repressione e di un intero Sistema, del reale e del falso che possono convivere in una stessa notizia, in una stessa immagine, in una stessa comunicazione. Una stratificazione continua sospesa fra la rivendicazione politica, l’antropologia e la più pura teoria cinematografica sulla pre/post verità delle immagini, per un film-dispositivo godardianamente «fatto in maniera politica» nel suo lavoro con materiali il più possibile eterogenei da interrogare e smascherare fino magari a ribaltarne il senso, fra chi (per ovvi motivi rigorosamente di spalle) ancora urla la sua rabbia e le schermate CAD di progettazione degli architetti, fra le glaciali simulazioni tridimensionali dei rendering governativi e le riprese dal vero di un quartiere che non esiste, fra i tradizionali alberi endemici di gelso, di olivo e di melograno e le odierne palme americane che nemmeno producono ossigeno.
È la mappatura di una (non-più) geografia urbana che diventa vera e propria radiografia del prima e del dopo di un luogo ridotto a puro spazio, Al Basateen. Un film, trionfatore alla Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro 2025 pochi mesi dopo la prima mondiale nel Forum Expanded della 75esima Berlinale, fatto di immagini, di meta-schermi, di ricordi, di desideri, di (dis)illusioni, di incubi. Di orgoglio profondissimo e di una ben precisa scelta sulla parte da cui stare. Un film di carrellate verso il basso che svelano la natura fittizia di un’immagine generata e di cactus che fluttuano nel cielo come sogno di riappropriazione, di strisce pedonali senza asfalto e di pixel low-fi su un cellulare di quel giardino che era, di proteste d’archivio e di inarrestabili bulldozer che in pochi colpi sradicano radici e fondamenta di intere vite. Un film di parole dolorose senza (la possibilità di mostrare) un volto e di ricordi intrappolati su silicio, di verde naturale e di linee numeriche che diventano forme e colori tanto credibili quanto fasulli, di cieli digitali e di figure umane come in volo su un (doppio) foglio di carta stampata, zenitale nelle sue foto satellitari sulle varie fasi del passato di un luogo che non c’è più e che non tornerà mai, simbolo stesso, prima con i suoi frutteti ancora in piedi e poi con le sue case distrutte per fare spazio ai rendering di un ecomostro diffuso, delle oppressioni e delle ripicche di un regime che trasforma tutto in ricordo, distopia, finzione in cui dissimulare la propria natura criminale. Non più la realtà di Al Basateen ma il progetto brutto e irrealizzato di Marota City, con cui seppellire nel cemento dei grattacieli la Storia di un luogo e del suo popolo fra la bidimensionalità e la tridimensionalità, fra l’alta e la bassa definizione, fra la memoria e la mancanza, fra la concretezza, l’astrazione e un nuovo e terribile concreto. È in questo senso che Antoine Chapon lavora di dicotomie e di contraddizioni, di vere e proprie invasioni reciproche del prima e del dopo fino all’aperto cortocircuito, mentre l’identità di un popolo emerge dalle schiene di lei e lui, Basima e Anas, che raccontano a viva voce il tempo della rivolta e il tempo della distruzione dei frutteti e delle loro case, dalle intere schiere di figuranti a volto coperto che rimettono in scena la Resistenza, dai nuovi ingegneri e architetti che ricostruiscono sullo schermo il vecchio e ridanno un senso e una vita al nuovo fra la restituzione alla non-città dei graffiti di protesta e la vera e propria progressiva cancellazione dei grattacieli, letteralmente perforati dal ritorno della Natura di Al Basateen, da quegli orti e da quei frutti rossi come il sangue dei caduti e sospesi in qualche modo nello spazio e nel tempo, fra il vero e il falso, fra ieri e domani, fra il possibile e l’impossibile, fra l’analogico e il digitale, fra la Terra e il Cielo. Nel centro perfetto di quell’interstizio di senso e di linguaggio nel quale solo il cinema può riuscire a infilarsi, fino a renderlo davvero visibile.
Marco Romagna
