Era evidentemente impossibile scegliere se fosse più bello il campo o il controcampo, in quell’abbraccio sul mare fra Anouk Aimée e Jean-Louis Trintignant filmato nel ’65 da Claude Lelouch con una commovente carrellata circolare. Al punto che, nella sua volontà di omaggiare Un uomo, una donna vincitore nel ’66 della Palma d’Oro, il Festival di Cannes 2025 si terrà per la prima volta sotto l’ombra non di uno ma di ben due poster, lui e lei cristallizzati nella semplicità gioiosa del loro rutilare, colti nell’atto di ritrovarsi in un amore più forte di tutto che poi forse nient’altro è che l’amore per il cinema, per l’energia della narrazione, per l’illusione del movimento data dall’inseguirsi e dall’abbracciarsi di immagini in realtà fisse. Semmai, a lasciare più perplessi, è l’effettiva riuscita del processo di solarizzazione con cui si vuole sottolineare come la luce e i colori, sotto un cielo plumbeo, possano venire direttamente dall’intensità emotiva degli esseri umani, tanto ispirata e affascinante nelle intenzioni concettuali quanto in definitiva non particolarmente felice nella realizzazione finale, ma in ogni caso non certo sufficiente a depotenziare la lirica di quella doppia prospettiva, di quel doppio fotogramma strisciato di veemenza dinamica e occhi lucidi, che da oggi e per quasi due settimane come da tradizione rivestirà il Palais des Festival et des Congrès, tirato ancora una volta a lucido per la 78ma edizione della kermesse cinematografica più importante al mondo.
Un’edizione che forse, nella crisi economica globale del cinema che in questi anni post-Covid sempre più mette in mostra i propri muscoli, può vantare qualche grande nome in meno rispetto al passato ma nel bene e nel male non rinuncia in alcun modo alla sua grandeur, e anzi proprio per questo – ben al di là di uno sguardo che già da tempo, mentre gli anni passati da Thierry Frémaux al vertice del Festival prima da delegato artistico e poi generale diventano 25 consecutivi, non è nuovo a qualche segnale di stanchezza – potrebbe dimostrarsi in potenza ancora più interessante e vivace del consueto. Anche perché, a differenza della Venezia degli ultimi anni, che dovrebbe essere una Mostra Internazionale d’Arte e che invece tende a fossilizzare, per lo meno nella sua selezione ufficiale, una percentuale troppo preminente del suo programma su soli tre Paesi, lo sguardo di Cannes deve sì necessariamente tenere conto della centralità produttiva e delle ramificazioni co-produttive della Francia (ma anche banalmente della sua buonissima qualità media), però non dimentica di allargarsi il più possibile sul mondo, dalle mille sfaccettature dell’Europa al Giappone, dal Maghreb all’India, dal Sudamerica al Sud-Est Asiatico, e poi ancora dall’Iran agli Stati Uniti della (più o meno) “nuova generazione” da Kelly Reichardt e Richard Linklater fino ad Ari Aster, passando per la co-produzione Francia-Germania-Spagna-UK con cui l’oppositore russo Kirill Serebrennikov ha potuto realizzare il suo film sul criminale nazista Mengele che sarà in Cannes Première, e soprattutto per Once upon a time in Gaza di Arab e Tarzan Nasser che, con la sua partecipazione a Un Certain Regard, segna in qualche modo una vera e propria presa di posizione politica, con il riconoscimento ufficiale da parte del Festival dello Stato di Palestina in attesa che Macron mantenga la promessa di farlo a nome di tutta la Francia.
Si preannuncia quindi, complici le assenze di Terrence Malick, Radu Jude e Jim Jarmusch che più o meno tutti i bookmakers davano per scontati sulla Croisette, una Cannes nella quale più che mai vagare per le sezioni e per le sale alla ricerca di perle nascoste e di cinematografie meno battute. Una Cannes nella quale a latere dei “soliti” (e forse, va detto, pure un po’ ritriti) Dardenne, Mendonça Filho e Joachim Trier, ci si potrà imbattere in ben dieci esordi assoluti ospitati fra fuori concorso e Un Certain Regard, più otto che fanno parte della selezione parallela della Quinzaine des Cinéastes e sei della Semaine de la Critique, da affiancare ai già citati imperdibili statunitensi ma soprattutto al Magalhães di un Lav Diaz insolitamente breve nei suoi soli 156 minuti, al Miroirs No. 3 del tedesco Christian Petzold principale colpaccio della Quinzaine, e alle nuove sortite dei persiani Jafar Panahi e Saeed Roustaee ma pure dell’esule Sepideh Farsi, di ritorno con Put your soul on your hand and walk presentato in AciD al documentario live action dopo la sorprendente animazione de La Siréne. Così come è un ritorno, alla regia e sulla Croisette, quello di Julia Ducurnau dopo la Palma d’Oro magari generosa ma di certo non priva di coraggio assegnata quattro anni fa al suo Titane, e sono ritorni (con “promozioni”) tanto quello della franco-tunisina Hafzia Herzi già musa di Kechiche che dopo Bonne mère nel 2021 in UCR passa questa volta con il nuovo La petite dernière al concorso principale, quanto quelli del talentuoso Francesco Sossai e della coppia Alessio Rigo de Righi/Matteo Zoppis che dopo essere stati alla Quinzaine rispettivamente con Il compleanno di Enrico e Re Granchio entrano questa volta dalla porta principale nella selezione ufficiale di Un Certain Regard, costituendo insieme a Fuori di Mario Martone, a sua volta di ritorno nel concorso principale, la non particolarmente nutrita, ma foriera di grandi speranze, pattuglia italiana dell’edizione.
Scorrendo il programma attirano poi l’attenzione i nuovi lavori dei vari Kōji Fukada, Hlynur Pálmason, Óliver Laxe e Carla Simón, ma pure di Ethan Coen, Fatih Akin, Sebastián Lelio, Rebecca Zlotowski, Tarik Saleh, Raoul Peck, Gabriel Abrantes, Spike Lee e Andrew Dominik (seppure) con un documentario su Bono Vox, fino all’atteso La Venue de l’avenir di Cédric Klapisch, al ritorno di Nadav Lapid, a Enzo con cui Robin Campillo porta a termine l’ultimo progetto che Laurent Cantet non ha fatto a tempo a finire, e all’animazione ancora una volta (almeno apparentemente) centrale con cinque titoli in prima mondiale (Arco di Ugo Bienvenu, Marcel et Monsieur Pagnol di Sylvain Chomet, Amélie ou la métaphysique des Tubes di Maïlys Vallade e Liane-Cho Han, il misto Planète della franco-nipponica Momoko Seto e La mort n’existe pas di Félix Dufour-Laperrière) oltre al magnifico, anticommerciale, importantissimo, consapevolmente ‘suicida’ Tenshi no Tamago – Angel’s Eggs, che nell’85 segnò l’esordio al lungometraggio di Mamoru Oshii e che alla Plage 2025, dopo l’enorme insuccesso della distribuzione originaria direttamente in VHS e quarant’anni da film di culto su tubo catodico, avrà finalmente occasione di prendersi quel grande schermo di un grande Festival che avrebbe sempre meritato. C’è poi la pura industria rappresentata dal nuovo Mission: Impossible, che a prescindere da quale sarà la sua effettiva qualità (sicuramente votata allo spettacolo, ma non avrebbe senso aspettarsi da Christopher McQuarrie e dall’ottavo capitolo in ventinove anni quelle zampate di qualità che avevano i primi due diretti rispettivamente da Brian DePalma e John Woo) porterà ancora una volta Tom Cruise e gli occhi del mondo intero sul red carpet e sulla Costa Azzurra per il più classico dei win-win, e ci sono infine i classici di Cannes Classics che come sempre hanno il difetto di non costituire una retrospettiva pensata e coerente, ma dall’apertura affidata al restauro della versione muta del 1925 (che in realtà Chaplin dopo aver realizzato la post-sonorizzazione del ’41 considerava un work in progress e non “il film”) de La febbre dell’oro fino alla chiusura con Barry Lyndon, passando per Yi yi di Edward Yang, il più che mai profetico Nanni Moretti di Palombella Rossa e Qualcuno volò sul nido del cuculo di Miloš Forman, presi singolarmente non hanno mai smesso di essere capolavori fra i più preziosi nella storia del cinema.
Il resto, dalle prime luci dei proiettori che ancora una volta ricominceranno a fendere il buio salendo quella scalinata che porta alla Palma fino al palmarès che verrà deciso dalla giuria questa volta capitanata da Juliette Binoche, sarà il consueto, folle girare di un carrozzone sovradimensionato e sempre più lontano dalla misura d’uomo, in cui sgomitare dalle 7 del mattino di quattro giorni prima fra disservizi e apparenti sold out per (non riuscire a) prendere biglietti che a seconda della nobiltà (o meno) del colore dell’accredito saranno realmente disponibili solo pochi giorni o addirittura poche ore prima delle proiezioni, ma oramai resi sempre più serafici dalla consapevolezza di un’organizzazione in cui alla fine – come ogni anno, e al di là di qualche criticità – i film in qualche modo si riusciranno a vedere, così come si riuscirà a mangiare a prezzi decenti nella mensa del Palais unico luogo in cui non esistono classi sociali né ruoli imposti né divise, ma solo la condivisione. Elementi sempre diversi e sempre uguali – a partire dalla solita scelta matta eppure provvidenziale di chi scrive di andarci da Genova in scooter – lungo lo scorrere di dodici giorni inevitabilmente stressanti ma sempre ineludibilmente magnifici, dai quali ogni anno tornare migliori, più completi, ancora più innamorati delle infinite possibilità che si possono materializzare su uno schermo. Il vertice di una passione cinefila che non può prescindere da almeno un briciolo di sano spirito d’avventura, da una sincera fame, da una viva ossessione per le immagini e per quello che possono raccontare. Dal non vedere l’ora di ritrovarsi nella stretta emozionata un abbraccio con un amico, un collega o magari uno sconosciuto, allo stesso modo entusiasti all’uscita da una sala. Dall’attesa già spasmodica della prossima edizione, quando questa praticamente deve ancora iniziare.
Marco Romagna