Sono una sorta di via di mezzo fra le buste verdi dei nostri atti giudiziari e un vero e proprio avviso di garanzia, le “lettere gialle” con cui l’apparato statale turco invia le sue notifiche ufficiali ai cittadini. Un sistema di comunicazione e di consegna che esiste in sostanza solo per le cattive notizie, per gli avvisi di una sanzione disciplinare o di un problema burocratico, per annunciare un accertamento fiscale o per convocare con urgenza presso un tribunale, per ordinare una punizione o per imporre un licenziamento che può essere per giusta causa ma che molto più spesso è arbitrario e a mero scopo epurativo, punta dell’iceberg di quell’intero sistema di repressione e di autoritarismo che ormai da più di vent’anni Erdoğan continua a spacciare per democrazia. Tanto che non serve mai dire apertamente il suo nome a Yellow letters, con cui a tre anni da La sala professori il tedesco di seconda generazione Ilker Çatak torna dietro alla macchina da presa e nel concorso principale della Berlinale, partecipando questa volta all’edizione numero 76. È più che sufficiente riferirsi a «il Presidente», dandolo per scontato come se non ci fosse nemmeno la possibilità di un’alternativa, mentre l’intero sistema giudiziario si muove in sostanza come un suo esercito personale «nel nome del popolo», targettizza gli obiettivi e li colpisce, appunto, con le sue “lettere gialle” di sventura. Quelle sarı mektup, o in tedesco Gelbe Briefe giusto per citare tutti i titoli con cui il film è stato presentato a Potsdamerplatz, che come un’arma di persecuzione politica nelle mani di uno Stato illiberale possono arrivare da un momento all’altro a sconvolgere una vita, una famiglia e un’intera comunità fino a distruggerle con un processo farsa per un post sui social o per un gesto artistico che non piace, per una critica che viene delegittimata in «insulto» o per un principio che viene volutamente ingigantito e frainteso fino all’accusa di istigazione al terrorismo. Magari mentre una figlia, ormai adolescente, soffre gli scossoni e quasi inevitabilmente si allontana fino a mettersi nei guai, e i soldi drammaticamente finiscono trascinando con loro nel baratro, all’appropinquarsi della disperazione, almeno qualche principio morale. Una sorta di ufficializzazione della menzogna (di uno Stato che si infiltra nei teatri, nelle televisioni, negli atenei, nei posti di lavoro, e forse perfino nel salotto di casa) per cui non è un caso che, sin dalle primissime battute, il film di Ilker Çatak metta al centro proprio la finzione, la performance teatrale dell’attrice Derya su testo del marito drammaturgo Aziz, e un casting che coinvolge non solo i personaggi e i meta-personaggi (a loro volta intrinsecamente senso stesso del re-immaginare, dello scrivere, del recitare), ma anche gli ambienti, con Berlino espressamente scelta per «interpretare Ankara» e con Amburgo «nel ruolo di Istanbul». Una voluta dissonanza fra la percezione visiva e la narrazione, alimentata con tanto di mappe del navigatore e dettagli riconoscibilissimi delle città tedesche mentre i personaggi parlano rigorosamente in turco della loro vita nelle città turche, che con il suo effetto spiazzante stratifica ulteriormente i discorsi politici e teorici che stanno alla base di Yellow letters estendendoli come un monito all’intera Europa e al mondo, ugualmente esposto alla crescente ingerenza (op)pressiva degli Stati nella vita privata ed artistica delle persone, all’avanzare sempre più multiforme e soffocante del controllo e della costrizione, all’impunita creazione ad hoc di prove scientificamente decontestualizzate per sembrare altro e affondare senza pietà i loro bersagli. E magari di tentativi di modifiche costituzionali (ogni riferimento a Paesi e campagne referendarie reali potrebbe non essere puramente casuale…) perché un governo possa mettere più agevolmente le mani sulla magistratura, con l’evidente scopo di controllarla anziché essere controllato.
È una mancata foto di gala con un importante politico evidentemente narcisista e un bel po’ vendicativo, la scintilla che accende il dramma e la progressiva disgregazione di una famiglia di Yellow letters. Un rifiuto che, nel giro di pochi giorni, porta in contemporanea Aziz a venire allontanato dall’Università nella quale insegna con false accuse di tradimento e sedizione, e Derya a vedere «temporaneamente sospese» le repliche dello spettacolo, e con loro il suo stipendio, fino a quando non scoprirà il crumiraggio del resto della compagnia pronta a liquidarla e a sostituirla per andare avanti come se nulla fosse. Fatti fuori senza pietà dai palcoscenici, dalla televisione e dai rispettivi posti di lavoro andando a scavare in ogni loro parola passata e in ogni loro minimo gesto per coglierli in fallo, svuotandone i dati del computer dello studio prima di cambiarne arbitrariamente password e negare loro nuovi accessi, interrogandone i vicini di casa facendo in modo che ne avessero paura, aumentando costantemente la pressione fra il controllo dei loro social network e due uomini sotto casa che sembrano (e anche se fosse solo lo stress che fa montare una paranoia, a questo punto cambierebbe ben poco) guardare verso la loro finestra. Quando i protagonisti non saranno più in grado di mantenere la casa e la scuola privata della figlia, saranno costretti a ricambiare città per trasferirsi dalla madre di lui, mentre l’accusa continuerà a fabbricare e inventarsi prove da usare al processo per aprire altri capi d’imputazione, Aziz troverà l’ispirazione per trasformare la macchina repressiva dello Stato in un nuovo spettacolo questa volta iper-politico da intitolare appunto Yellow letters, e Derya si ritroverà inaspettatamente di fronte a una nuova occasione per rientrare dalla porta principale nella televisione di Stato, a patto di fare abiura delle sue idee antigovernative e di cancellare ogni prova delle sue precedenti prese di posizione. Sarà proprio questo, più ancora di una figlia tredici-quattordicenne che cresce fra primi profumi, minigonne, sigarette (elaborate?), un ragazzo forse un po’ troppo grande e almeno una fuga da casa in cui muovere ogni singola conoscenza per ritrovarla e forse finalmente rompere quel muro fra i problemi della sua adolescenza e quelli degli adulti che tentano di proteggerla, il vero dilemma morale e pomo della discordia fra l’idealista resistente Aziz e la più pragmatica (o forse semplicemente più disperata, o forse semplicemente più ambiziosa, o forse semplicemente stanca) Derya. Da una parte l’integrità etica e progressista, per lo meno fino all’emergere di qualche retaggio patriarcale che non mancherà di metterla in discussione, e dall’altra l’accettazione di un compromesso; da un lato il tenersi per mano nonostante tutto, e dall’altro una linea di principio che può oppure non può essere valicata. Fino a un’inconciliabilità che diventa punto di rottura, ribaltamento di ogni equilibrio e di ogni ruolo, forse ultimo atto insieme come coppia artistica e di vita. Distrutti nella loro armonia da dinamiche di potere che – come dimostrato quando accompagnano la figlia nella nuova scuola e si imbattono in una raccolta firme degli studenti per denunciare un’imposizione truffaldina del preside, reo di vietare l’ingresso di cibo dall’esterno brandendo il falso spauracchio della droga per vendere panini a prezzi folli agli impotenti studenti – si ripetono sempre identiche a ogni livello di una società irrimediabilmente corrotta, autoritaria, dispotica nel suo assolutismo sempre meno dissimulato e anzi sempre più ostentato e palese nel mettere totalmente a nudo il prossimo «per seguire le regole», togliendo (meta-letteralmente) tutto ciò che ha a chiunque possa apparire d’intralcio sulla loro strada. Una parabola di ingiustizia, ma anche di strenua lotta, di rabbia, di dignità, che Ilker Çatak mette in scena come una crepa destinata progressivamente ad allargarsi risucchiando al suo interno ogni possibile convinzione di stabilità e certezza, per un film che forse non avrà chissà quale profondità di pensiero nella lettura politica e che probabilmente nemmeno vuole, al di là della necessità di sapersi rimettere in gioco, suggerire chissà quale soluzione determinata a un problema troppo più grande di un singolo individuo, ma che risulta senza dubbio solido e robusto nel suo scorrere, e ben consapevole del funzionamento sia della macchina di repressione statale sia dei rapporti umani che vuole raccontare. Un film sospeso e a tratti depistante fra il meta-teatro sperimentale, il film politico di denuncia anni Settanta, il (melo)dramma familiare, il legal, qualche pennellata teen e almeno un momento di cupezza thriller non del tutto priva di adrenalina, che si interroga non tanto sul Potere quanto sui possibili suoi effetti all’interno di una famiglia di artisti scelta come vittima da silenziare e rendere a ogni costo innocua, e quindi intrinsecamente sul senso stesso del fare arte non solo come vero e proprio atto di emancipazione e Resistenza, ma anche come unico reale modo per raccontare, attraverso personaggi e vicende di pura finzione, attraverso luoghi traslati in città del tutto differenti, attraverso ciò che dichiaratamente non esiste, la pura verità. Il che forse non sarà davvero sufficiente per «salvare il mondo», ma in una quotidianità sempre più popolata di maschere ipocrite e di repressione del Popolo maldestramente travestita da sicurezza non è affatto una cosa da poco.
Marco Romagna
