21 Maggio 2026 -

THE MAN I LOVE (2026)
di Ira Sachs

Di brani storici intitolati The Man I Love ne esistono parecchi nella storia della musica: standard musicale di George Gerswhin risalente agli Anni Venti, è stato poi titolo di canzoni (e riadattamenti) di Ella Fitzgerald, di Kate Bush, di Billie Holiday, evocando, anche solo a sentirlo come titolo, un mondo di melodie che raccontano con spleen e malinconia un sentimento. È così che Ira Sachs setta l’atmosfera del suo ultimo film, 95 minuti compatti e roventi, presentati in Concorso al 79esimo Festival di Cannes: un brano-film malinconico, sulla storia del performer teatrale immaginario Jimmy George, sorta di punto di convergenza di tutta una generazione di artisti (omosessuali e no) morti per AIDS, specialmente a New York, in una scena culturale poverissima di risorse eppure vivissima di intenzioni e pienissima di energia. Un contesto che Ira Sachs, coadiuvato dalla fotografia di Josée Deshaies e dalla scenografia di Tommy Love, riesce a restituire con pennellate minime: un pianerottolo, un appartamento, una vasca da bagno, una chitarra.
A volersi lamentare del film, allora ci si potrebbe facilmente appellare all’aggettivo critico sempreverde “calligrafico”; eppure l’eleganza struggente del cinema di Ira Sachs è dettata da motivi differenti e più alti della bellezza fine a se stessa, o dell’urgenza di restituire la realtà di un’atmosfera, di una texture, che è quella newyorkese degli anni Ottanta e non potrebbe che essere quella. The Man I Love è in realtà un melodramma imploso, in cui si consuma un triangolo (come in Passages) in cui al centro di gravità permanente Franz Rogowski (quel ruvido labbro leporino che gettava nel caos la vita di Adèle Exarchopoulos e Ben Whishaw) si sostituisce il gigionesco generatore automatico di smorfie Rami Malek, la cui prossemica performativa può dare sui nervi ma è anche emanazione diretta di un mistero tragico e incomprensibile. Il suo Jimmy vuole continuare ad esibirsi e a cantare nonostante la malattia. Vuole continuare a sballarsi e a scopare anche se il suo deperimento mal celato non glielo consentirebbe, o sarebbe quantomeno buona ragione per limitarne l’esercizio promiscuo. È l’ostinazione incarnata, e la nevrotica mascella aguzza di Rami Malek è l’estremità fisica di quella ostinazione.
Attorno a Jimmy, due uomini, a creare il succitato triangolo. C’è Dennis, interpretato da un Tom Sturridge in sottrazione, che si prende cura di lui – forse si annulla pure, tanto da perdere nome e desideri – e c’è Vincent, un Luther Ford impacciato che si convince di diventare la musa (erotica) di un artista tormentato. A riempire il triangolo c’è una serie di performance che parlano del mondo interiore di Jimmy tramite esibizioni e messe in scena, con l’apice struggente nell’interpretazione di Look What They Did To My Song, Ma di Melanie Safka, cantata di fronte alla madre. È un lamento contro quel male che lo frustra, contro quell’unica cosa che lui non sente sua e che quindi non vuole mettere in scena. Non c’è niente infatti del suo privato che non possa essere “visto” e testimoniato, se non la malattia che invece richiede nascondimento e resistenza, finché le gambe reggano la recita. Non è un caso che l’unica cosa di cui Jimmy non parla sia proprio l’AIDS, nel video-confessione che realizza di fronte a una piccola cinepresa con l’aiuto del nipote, mentre sta a petto nudo a confessare ai suoi cari la quantità infinita e sconcertante di esperienze erotiche che ha accumulato negli anni.

In questo spettro della rappresentazione artistica autocosciente e metariflessiva, perno di quasi tutto il concorso di Cannes 79, Ira Sachs trova il cortocircuito che rende il suo cinema unico. La sua passione per il melodramma si stempera in un intrigo erotico-sentimentale che non è mai avvolgente perché non è mai comprensibile, ma sembra sussurrato da una cantante jazz a un piano bar. Nelle sue composizioni sempre accurate, sempre affumicate dalle sigarette e plasmate dai suoni di brani immortali, Ira Sachs mette in scena una messa in scena attraverso un’esemplare sintesi formale, mostrando il necessario, portando fassbinderianamente i nodi dei sentimenti al pettine, in un accordo abissale, insondabile, fra logica delle relazioni e irraziocinio delle pulsioni. Non si spiega altrimenti come un film di corpi così caotici e senza controllo scorra come una delicata suite di un terzetto di fiati.
Se c’è qualcosa di discutibile imputabile all’atteggiamento di Ira Sachs rispetto al suo personaggio, allora forse è che la sintesi suddetta sia anche fatta rispetto a un processo di tipizzazione di un personaggio. Mentre scorgiamo a vista un certo piacere feticistico per il “poeta maledetto” (quasi che il film fosse inconsciamente più nei panni succubi di Vincent che non in quelli curativi di Dennis), il personaggio baudelariano autodistruttivo, Ira Sachs tenta di allargare il dispositivo (anche crudele perché irraggiungibile) di Passages e di Peter Hujar’s Day, così da (cercare di) creare una storia più universale, comunicativa, in un ibrido fra tradizionalismo e ricerca. Così il respiro si allarga, ma la contingenza, che aveva fatto forti i due lavori precedenti, si annacqua: Jimmy potrebbe essere un qualsiasi poeta, un qualsiasi attore, un qualsiasi artista morto sieropositivo, da Keith Haring a David Wojnarowicz, da Lloyd Wong allo stesso Peter Hujar. Forse si tradisce la ricerca di una media aritmetica. È utile che sia così?
Mentre rimane in aria la domanda, sovviene anche che, col senno dei due titoli precedenti – e meno con quello del terminale Frankie o del più arrotondato Little Men – la chiusura del triangolo fra i tre protagonisti assuma, in The Man I Love e in chiave compensativa, i connotati appuntiti dei suoi ritratti sensual-ossessivi più efficaci. Ovviamente parliamo di come Rogowski esercitava il suo narcisismo patologico ai danni dei comprimari di Passages: l’erotismo come arma qui diventa uno sfogo, specialmente ai danni di Vincent, e ci ritroviamo in quel complesso che ci interroga sulla responsabilità del malato sulla gente che ha attorno, insomma su quanta responsabilità abbia in genere – e visto che siamo a Cannes, non si può dimenticare la Pauline fidanzata di Garance nel film di Jeanne Herry, che si annulla per la fidanzata alcolizzata pur di aiutarla. È quindi straziante ma anche inevitabile, “giusto”, che l’ultima esibizione di Jimmy venga fermata di fronte a tutti in una delle scene finali del film, a costo dell’umiliazione, e che qualcosa a quel punto si rompa in questa vita così esibita quando ad essere mostrata, suo malgrado, è proprio la malattia.
Infine, tramite la presenza di Rebecca Hall, sorella di Jimmy, aleggia lo spirito già citato di Peter Hujar, e del Peter Hujar’s Day in cui l’attrice interpretava l’intervistatrice e amica del fotografo. Anche l’Hujar di Whishaw era un eroe tragico suo malgrado, rimasto nascosto dalla folta proposta della scena newyorkese e riscoperto postumo attraverso la magnetica testimonianza delle sue fotografie. Ira Sachs cerca di dare voce a chi non l’ha avuta, in The Man I Love addirittura a chi non è mai esistito ma probabilmente lo è stato in diversi fantasmi dimenticati, e così crea una cronistoria della sieropositività che forse, prima ancora che un’infilata di raffinati melodrammi, è un archivio prezioso e impossibile.

Marco Grifò

“The Man I Love” (2026)
95 min | Drama, Fantasy, Musical | United States / France
Regista Ira Sachs
Sceneggiatori Ira Sachs, Mauricio Zacharias
Attori principali Rami Malek, Ebon Moss-Bachrach, Rebecca Hall
IMDb Rating 3.6

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