14 Maggio 2026 -

TEENAGE SEX AND DEATH AT CAMP MIASMA (2026)
di Jane Schoenbrun

Quando Jane Schoenbrun approda all’Un Certain Regard di Cannes 2026 con il suo film in apertura, Teenage Sex and Death at Camp Miasma, non è già più un nome che ha bisogno di presentazioni. Già firma di I Saw The TV Glow, che aveva fatto parlare di sé nel 2024 fra Sundance e Berlinale, arriva con il suo nuovo film a toccare un altro capitolo di quel ragionamento sui media che porta avanti fin da A Self-Induced Hallucination (2018) e We’re All Going To The World’s Fair (2021), laddove i discorsi intorno a Internet si sono spostati alla tv (con la “tv che brilla”) e all’horror slasher (con questi “sesso e morte adolescenziali”). La domanda che sta all’origine di ogni ragionamento nel suo cinema è quanto i media influenzino noi, e quanto siamo noi a influenzare i media. È il dilemma dell’uovo e della gallina, solo che il territorio è quello specifico del desiderio e della sua presunta “indipendenza”. È chiaro che questo sia il turbamento principale di Schoenbrun quando si perde fra le creepypasta sulla mitica creatura internettiana di Slenderman nel suo esordio, o quando si lascia attrarre dalle narrazioni internettiane “emo” della sua opera seconda (dove il tema della Blue Whale, cioè della challenge che sfida il web surfer fino a indurlo al suicidio, non era affatto celato). È il punto di vista di uno sguardo, transgender e non binario, che si mette sempre di fronte a un’interrogazione, che ha necessità di capire razionalmente l’origine dei propri desideri e che vuole frantumare alcune delle idee più generaliste intorno all’etica delle immagini, in un cinema tormentato ancora dalla domanda se sia stato il videogioco Doom a causare la strage di Columbine o se quella sia stata solo una miccia per smanettare un ben più grande, pericoloso e gusvansantiano “elefante” nella stanza.
Teenage Sex and Death at Camp Miasma, già annunciato in uscita in Italia come Camp Miasma: Adolescenza, Sesso e Morte, ha questo stesso interesse: lavorando sulle contraddizioni e sulle zone più ambigue del desiderio si chiede come mai anche noi, che possiamo essere totalmente contrari a modalità che troviamo ormai immorali e vetuste di racconto per immagini, possiamo esserne ancora inesorabilmente affascinati. Perché un animalista dovrebbe amare Cannibal Holocaust? Perché una femminista dovrebbe amare un film di Roman Polanski? Perché un cattolico dovrebbe amare The Lords of Salem? E al contempo, nella libertà del loro inconscio, chi dice che non possano amarli? Allo stesso modo, perché all* regista non-binary Kris (Hannah Einbinder) dovrebbe piacere l’immaginaria saga horror transfobica Camp Miasma, che ha come presupposto narrativo un serial killer schizofrenico che è stato cresciuto dai suoi matti genitori come maschio in alcuni giorni della settimana e femmina in alcuni altri? Eppure la ama, da sempre. Al punto che, quando a Kris ne viene commissionata la realizzazione di un remake politicamente corretto, l’operazione necessaria da fare è quella di entrare nella propria ossessione per un audiovisivo che divorava a ripetizione da giovane, e conoscere quella che ne fu l’attrice protagonista Billy (Gillian Anderson), che abbastanza grottescamente ha deciso di vivere dentro il set del primo film. L’incontro fra loro è horror, erotico, satirico, folle. Qualcosa si nasconde dentro le case del Camp Tivoli (il “vero” campeggio in cui era stato girato Camp Miasma), ed è il mistero irrisolvibile della storia del cinema e della morale che ogni epoca storica porta con sé.

È così che le due si avvicinano sempre di più – Kris attratta dal fascino femme fatale di Billy, e Billy cosciente di poter sbloccare i desideri sepolti di Kris – mentre il mistero del nostro sguardo sulle immagini del passato si snocciola di fronte agli occhi: Kris fa presto a puntualizzare quanto una sequenza di Camp Miasma sia invecchiata, quanto quell’altra sequenza sia misogina e quanto quell’altra sequenza ancora sia transfobica, ma il fascino per quelle immagini ha tutta un’altra irrazionale natura. È compito di Billy, Caronte lussuriosa, scortare Kris oltre la coltre di domande, e trovare forse un’arzigogolata soluzione ai limiti del suo desiderio, per farla approdare ai piaceri dell’orgasmo. Ed è proprio su questo snodo che Jane Schoenbrun cerca una soluzione che la Gen Z e la Gen Alpha possano adottare per affrontare le immagini del passato che sono diventate indigeribili. Una soluzione complicata, cerebrale, in cui la catarsi è un’illusione di coerenza fra istinto e raziocinio. Come accettiamo che i nostri desideri più oscuri sono legittimi in quanto tali, anche se assecondano tutte le “narrazioni” (che parola estenuante) contro cui vogliamo combattere?
Teenage Sex and Death at Camp Miasma, con le strategie della commedia e dell’horror metatestuale, sforna una serie di soluzioni che costituiscono un calepino su come muoversi nella terra delle passioni in un mondo delle “troppe domande”. Il film non è una sferzata anti-woke, bensì il tracciamento di una terra di confine in cui il desiderio viene sfoltito dalle pratiche del giudizio morale e viene finalmente affidato a un dominio che ha finalmente poca importanza se influenzato dalle immagini o meno. Pensare a un’implicazione causalista tra le esperienze dirette della realtà (e dell’arte) e ciò che ci eccita e ci attrae nella vita è operazione complessa e, in fin dei conti, per Schoenbrun, sterile: il punto è separare quei desideri dal loro esercizio, senza mai negar loro la possibilità di distendersi sui nostri sensi. Il cinema è una zona franca di liberazione, e quella liberazione sgancia i pensieri più scomodi che dobbiamo imparare a far convivere con i sacrosanti doveri della convivenza civile, quella convivenza che ci permette di aggirarci completamente sporchi di sangue in un supermercato senza per questo negare un sorriso a una cassiera.
La messa in scena di Jane Schoenbrun si costruisce intorno alla necessità di un “orgasmo contemporaneo”, in cui la mente raziocinante possa essere in pace con i suoi desideri più oscuri. L’homus contemporaneo, per *l* regista, non è più una creatura scissa fra apollineo e dionisiaco, ma deve illudersi della loro convivenza nello stesso momento, a costo che quella convivenza poi risulti folle. Così Kris potrà forse trovare l’orgasmo come davvero lo desidera, quell’orgasmo legato all’annichilimento di sé, alla propria umiliazione e perforazione: entrando a pieno regime nella finzione di Camp Miasma, perdendosi dentro la sua immaginazione e trasformando la sua vita in un film. Jane Schoenbrun è abile a non trasformare questo percorso di “nuova coerenza” in un racconto edificante, nonostante svariati didascalismi (uno per tutti, il serial killer che si chiama come la “piccola morte” orgasmica di Bataille): il suo cinema scopre con Teenage Sex and Death at Camp Miasma una via di mezzo, la forma di un videoclip sbilenco, la nuova chance di un melodramma comico che spezza volutamente il compiersi di ogni catarsi. E infine una struttura che evochi (cervelloticamente, inevitabilmente) il gorgo di dubbi morali che dovremmo smettere di farci quando invece quel che conta è capirci, indagarci, permettere a noi stessi di perderci, liberamente e senza (più) limiti (auto)imposti, in nuove visioni e in nuovi piaceri.

Marco Grifò

“Teenage Sex and Death at Camp Miasma” (2026)
Comedy, Horror | United States / United Kingdom / Canada
Regista Jane Schoenbrun
Sceneggiatori N/A
Attori principali Gillian Anderson, Patrick Fischler, Hannah Einbinder
IMDb Rating N/A

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