5 Settembre 2026 -

OUR SHARE OF SAND (2026)
di Shalini Adnani

All’esordio nella regia di lungometraggio dopo che il suo pluripremiato cortometraggio White Ant, presentato in anteprima al Sundance, aveva fatto il giro del mondo e dei festival, la cineasta trentottenne Shalini Adnani sbarca nella selezione ufficiale della 41ma Settimana Internazionale della Critica annessa all’83esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia con Our Share of Sand, ambientato in quell’India da cui culturalmente proviene la sua famiglia ma dove non ha mai abitato (nata in Cile, risiede a Londra) se non in qualche vacanza estiva. Pare automatica, quindi, la sua identificazione tanto con la protagonista Maya, ragazzina dodicenne interpretata dall’omonima e raggiante Maya Mehta, quanto con la di lei madre che la accompagna nel definitivo ritorno in India dall’Inghilterra per ricongiungersi finalmente con il padre/marito, facoltoso imprenditore edile. Un cambio drastico di vita e di umori che pian piano s’insinua sotto la pelle delle due donne, portandole a confronto con un mondo, lavorativo e non, molto diverso da quello dal quale provengono. O magari, semplicemente, non così diverso ma con il quale per la prima volta, passando per la sua esacerbazione nelle rigide classi sociali indiane e per lo sfruttamento minorile, arrivano a stretto contatto. Alzi la mano chi ricorda Finchè c’è guerra c’è speranza, diretto e interpretato da Alberto Sordi nel 1974. In quel film la famiglia di Sordi veniva a conoscenza del mestiere che li aveva resi agiati, quella del mercante di armi e di morte, e cinicamente imponeva al capofamiglia la continuazione della sua attività in modo da preservare quel tenore. Qui, esattamente al contrario, un sussulto di orgoglio e di dignità della piccola Maya cambierà drasticamente le carte in tavola. Ma andiamo con il necessario ordine, e partiamo analizzando l’occhio della cineasta, che affida alla pasta della pellicola 35mm (i fondi per il film vengono da Film4 e dal BFI) gli abbacinanti contrasti di luce e buio che rendono da sempre affascinante la rappresentazione al cinema del subcontinente indiano. Uno sguardo che, fra l’acqua, gli alberi, gli interni, vuole coincidere in tutto e per tutto con quello puro e sempre meno naïf della giovane protagonista, e riesce a conferire consistenza “materica” ad ogni oggetto inquadrato restituendo allo spettatore tutta la fatica dei lavoratori, tutto il caldo asfissiante, tutta la limacciosità del terreno attorno al fiume, riuscendo quindi a calare chi guarda nel mondo rappresentato in maniera naturale ed immediata. Da sottolineare anche l’uso di punti macchina inconsueti, esempio su tutti una sorta di camera di sicurezza a circuito chiuso posizionata ad altezza terreno.

Ma di cosa parla, dunque, Our share of sand? Di uno sviluppo imposto dall’alto a comunità che non lo avevano richiesto, o comunque non lo avevano richiesto in quel modo? Dello sfruttamento del già accennato lavoro minorile (con tanto di infortuni e disabilità da portarsi dietro per tutta la vita) attraverso cui poterlo ottenere, in modo da arricchire gli imprenditori e fornire salari di pura sussistenza a ragazzini senza futuro? Delle difficoltà di adattamento ad una realtà altra da parte di persone ormai irrimediabilmente occidentalizzate? Delle nette e impietose divisioni all’interno della rigida società indiana? Del dramma ambientale silente e quasi per nulla conosciuto dei fiumi continuamente dragati della loro preziosa e non certo infinita sabbia fino a quando gli argini non riescono più a contenere le acque, devastando gli interi villaggi di baracche dei proletari che hanno sempre vissuto sulle sponde? O ancora direttamente della sabbia di fiume, seconda risorsa al mondo per quantità e varietà degli utilizzi, dalla quale dipende un’intera economia sotterranea? Sicuramente fra lo sfondo in cui viene contestualizzata la storia e la parabola del suo sviluppo narrativo c’è tutto questo, ma il vero tema che scorre sottopelle nel rapporto padre-figlia messo in scena da Shalini Adnani è la sostanziale amoralità del sistema capitalistico, brillantemente rappresentata nella sua casualità dal ritrovamento, setacciando il terreno, di un diamante grezzo che porta immediata agiatezza al fortunato neo-possessore. Una volta trovatisi in quell’agiatezza si farà ogni cosa e il suo contrario per mantenerla, come e peggio di quei padroni inglesi colonialisti che spadroneggiavano nel Paese fino ad oltre la metà del secolo scorso. Riecheggiando l’immortale Greed di Eric von Stroheim, la fortuna economica può tramutarsi in un lampo in un veleno che avvelena l’anima, (anche) perché è proprio chi conosce la miseria che è disposto a fare di tutto per non ricadervi. Shalini Adnani, come si diceva, pone lo sguardo ad altezza della piccola Maya, e quindi tutto l’ordito è svelato pian piano, mentre hitchcockianamente lo spettatore anticipa alcuni eventi che la successione delle sequenze presenterà con più calma. Il lavoro compiuto letteralmente senz’aria (si tratta di prelevare sabbia dal fondo del fiume in quanto materiale migliore per la realizzazione del cemento, con il solo ausilio di una corda come guida e di un secchio) è ulteriore metafora di una condizione di sfruttamento brutale e disumanizzante. E proprio l’amicizia tra Maya e il piccolo Kiran, vittima di uno sfondamento di timpano per la troppa pressione, servirà a sparigliare le consuetudini. Su quanto appena detto s’innesta una possibile doppia riflessione: è sempre necessario un borghese “deus ex machina” per riscattare vite violate da una parte, ma dall’altra una coscienza ancora pura (come quella dei bambini) può compiere gesti rivoluzionari per puro senso di giustizia. Maya inizialmente difende la famiglia, ma poi sarà proprio lei a far girare di nuovo la ruota della fortuna, e a passare la benedizione economica/maledizione dell’animo a qualcun’altro. Qualche anno fa, proprio alla Sic, Mother Lode di Matteo Tortone identificava nell’oro il materiale del diavolo, indistinguibile da ogni altra pietra senza valore quando, con una felice idea di regia, si riprendeva la miniera in bianco e nero. Qui è la bellezza inscalfibile del diamante, come già detto in precedenza, a fare da metafora, anche della doppiezza di un padre che, guardato attraverso la pietra, rivela mille facce nascoste. Perfettamente inserito in una Settimana della Critica 2026 che fa della critica al colonialismo e delle derive sociali il proprio faro, speriamo che il film possa avere una circuitazione adatta, anche (forse soprattutto) come cinema didattico da proiettare a scuola.

Donato D’Elia

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