27 Novembre 2020 -

DEAR WERNER (WALKING ON CINEMA) (2020) di Pablo Maqueda

Oltre ad essere un cineasta estremamente prolifico (ha diretto, ad oggi, oltre settanta film, includendo cortometraggi, mediometraggi e film per la televisione), nonché un giramondo instancabile (avendo girato tali film in quasi sessanta Paesi, toccando tutti e cinque i continenti più l’Antartide), Werner Herzog è anche, fin da giovanissimo, un fanatico del viaggio a piedi. Memorabile – e più volte ricordato dallo stesso regista nelle interviste e nei suoi documentari – è il cammino che intraprese sul finire del 1974 dalla Baviera fino a Parigi, partendo dalla sua Monaco per giungere a casa di Lotte Eisner, la scrittrice e critica cinematografica tedesca, emigrata in Francia ai tempi del nazismo, che in quei giorni si trovava in gravissime condizioni di salute. Con quel viaggio a piedi, sorta di pellegrinaggio laico di circa ottocento chilometri, portato a termine in una ventina di giorni, Herzog si riproponeva di salvare dalla morte la sua mentore, che trovò fuori pericolo al suo arrivo a Parigi, e che morirà soltanto nove anni più tardi, nel 1983. Ma Herzog aveva già compiuto un’esperienza simile all’età di quattordici anni, recandosi a piedi dalla Baviera fino al confine con l’Albania, seguendo un non meglio precisato istinto che lo aveva portato a raggiungere i confini di un paese misterioso quale era l’Albania della seconda metà degli anni Cinquanta. Un camminatore seriale, Herzog, che ha sempre ritenuto il viaggio a piedi fondamentale per imparare a vivere, ma anche essenziale per apprendere sul campo l’arte del filmmaker, più di quanto qualsiasi insegnamento canonico possa fare. In una delle Filmstunde, le lezioni di cinema che tenne alla Viennale nel 1991, edizione di cui era Direttore, e in particolare nella memorabile e stravagante prima lezione che tenne in compagnia del funambolo Philippe Petit, Herzog arrivò a dire che se mai avesse fondato una scuola di cinema – scuola da lui definita utopistica, visto che era sempre stato contrario alle scuole di cinema – per potercisi iscrivere lo studente avrebbe dovuto completare un cammino di almeno 3.000 km. Perché solo il cammino a piedi può aprire gli occhi sul mondo che ci circonda. Perché «il mondo si rivela a chi viaggia a piedi», come Herzog ama ripetere e come ha fatto scrivere sulla locandina inglese di Nomad, il suo penultimo documentario dedicato ad un altro viaggiatore e camminatore leggendario, nonché suo amico personale e collaboratore, Bruce Chatwin.

Il giovane cineasta Pablo Maqueda, spagnolo, classe ‘85, deve sicuramente aver visto quelle lezioni di cinema, considerata la sua conoscenza enciclopedica della filmografia di Herzog. E deve anche averlo sentito affermare – in una intervista spesso citata – che i giovani di oggi che vogliono occuparsi di cinema non hanno più alibi, aiutati in ciò da una tecnologia che era impensabile negli anni Sessanta, gli anni in cui lui iniziò a girare i suoi primi lavori. Ed è forse per tale motivo che Pablo Maqueda ha deciso di unire queste due suggestioni e di imbarcarsi, quarantacinque anni dopo Herzog, nella stessa impresa da lui compiuta nel ‘74. Il regista spagnolo è salito su un volo per Monaco di Baviera e da lì ha cominciato a camminare in direzione di Parigi, sulle orme del suo maestro. Il film di Maqueda, presentato nella sezione Paesaggio di TFFdoc al trentottesimo Torino Film Festival, documenta proprio questo viaggio, accompagnato dalla voce narrante dello stesso regista, che si rivolge direttamente a Herzog, in prima persona, partendo dal Dear Werner del titolo e costruendo un’immaginaria lettera indirizzata al cineasta bavarese. Le riprese in soggettiva, che mostrano alcuni tratti di quel lungo cammino, sono intervallate da frequenti scritte in sovrimpressione, frasi tratte dal libro che Herzog scrisse raccogliendo le memorie e gli appunti di quel suo viaggio, Sentieri nel ghiaccio, pubblicato per la prima volta in Francia nel 1980. All’inizio è lo stesso Herzog a leggere le prime frasi del libro, una cortesia cui crediamo si sia prestato volentieri, non appena venuto a conoscenza del progetto del giovane regista, che di fatto aveva preso alla lettera i suoi insegnamenti e che gli dimostrava una così grande devozione. E tale è la dedizione con cui Maqueda prova ad emulare le gesta del suo mentore che in certi momenti sembra quasi vittima di un processo osmotico, con la sua voce che pare assumere le stesse inflessioni – memorabili, uniche – della voce narrante a cui Herzog ci ha abituato nei suoi documentari, in ciò risultando determinante la scelta di esprimersi in un inglese imperfetto, viziato dall’accento spagnolo. E allo stesso modo di Herzog il regista madrileno inganna gli spettatori del suo film presentando nel prologo una falsa citazione herzoghiana, esattamente come il cineasta bavarese aveva fatto in Apocalisse nel deserto con una frase attribuita a Pascal, ma in realtà inventata di sana pianta.

Dear Werner è strutturato in capitoli, alcuni dei quali nominati parafrasando i titoli di alcuni dei più famosi film del regista bavarese. E così, ad esempio, un capitolo è dedicato alla “Cave of Forgotten Films”, quando Maqueda si imbatte in una grotta dove immagina di ripercorrere le gesta di Herzog nella Grotta Chauvet. Un altro è intitolato al “Furore della natura”, quella natura selvaggia e pericolosa, da temere e rispettare, che è uno dei temi portanti dell’intera cinematografia herzoghiana. Quella natura da sfidare, anche con un lungo cammino, d’inverno, nei paesaggi abbacinanti quanto spesso inospitali della Foresta Nera. Nel finale Maqueda arriverà a destinazione, passando – tappa obbligata – per la Cinémathèque française, per la quale Lotte Eisner lavorò a lungo, prima salvando dalla distruzione, durante la Seconda guerra mondiale, tutta una serie di importanti pellicole dell’epoca e del passato, e poi continuando la sua opera da capo archivista, per ben trent’anni, dalla fine della guerra al 1975. È grazie a lei se la Cinémathèque conserva oggi una delle più belle collezioni al mondo di cinema espressionista tedesco.
Giunto a Parigi, la missione di Maqueda è apparentemente compiuta – e il film apparentemente concluso -, ma in realtà c’è ancora spazio per un lungo epilogo, girato prima dell’inizio del cammino ma collocato alla fine del film, in cui il regista si profonde in una spassionata dedica e in un accorato ringraziamento (in questo caso, in spagnolo) nei confronti della moglie Haizea, che gli ha consentito di mettere in atto quel suo progetto (moglie che è anche accreditata come unica produttrice del film). Un finale che porta allo scoperto una naïveté e un taglio amatoriale che sono in realtà propri dell’intero film, che parte da ottime intenzioni e da un’idea discretamente suggestiva per mettere in atto un’operazione che si risolve però, principalmente, in un qualcosa di fine a se stesso, con un’esecuzione sì affascinante, sì generosa, sì accorata
, ma in fin dei conti poco più che scolastica. Non mancano comunque alcuni buoni momenti, come le riprese all’interno della grotta, in cui Maqueda dimostra che se per caso non diventerà un buon regista potrà magari riciclarsi come direttore della fotografia, emergendo una sua innata abilità per l’illuminazione di ambienti immersi nella più totale oscurità. Ma anche alcuni passaggi della voce narrante, dell’ispirata lettera d’amore a Herzog, sono degni di attenzione, soprattutto quelli in cui Maqueda parla di se stesso, riflettendo sulla sua condizione di filmmaker, che è poi l’aspetto che lo ha portato a imbarcarsi in questa impresa, così come la malattia di Lotte Eisner era stato il “movente” del cammino herzoghiano. Spunti che portano ancor di più l’opera nell’abusato ambito del metacinema, rivelando tuttavia – e quanto meno – una passione che emerge in tutta la sua genuinità e onestà, nonché un approccio intimista sicuramente non privo di coraggio, per un viaggio che costituisce, in fin dei conti, anche una discreta esperienza visiva e sensoriale.

Vincenzo Chieppa

“Dear Werner” (2020)
Documentary | Spain
Regista Pablo Maqueda
Sceneggiatori Pablo Maqueda
Attori principali Pablo Maqueda
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