1 Luglio 2021 -

AUGAS ABISAIS – DEEP WATERS (2020)
di Xacio Baño

«Se guarderai a lungo in un abisso, anche l’abisso vorrà guardare dentro di te…»
Friedrich Nietzsche

Non è tanto la Guerra Civile Spagnola, l’insondabile abisso nel quale si inoltra l’ardita similitudine di Augas abisais, ultimo e sorprendente lavoro del galiziano Xacio Baño presentato in concorso alla Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro edizione 2021 dopo l’anteprima dello scorso anno a Sheffield. E forse, pur partendo dai ricordi della nonna del regista per un’indagine intima e personalissima fra le lettere, i luoghi e gli ambienti di una giovanissima parentela spezzata nella sanguinosa lotta intestina fra i nazionalisti e i repubblicani che avrebbe di lì a poco portato quel che era rimasto della Spagna ai 37 anni di follia fascio-dittatoriale franchista, non sono nemmeno i traumi mai rimarginati di una famiglia la vera metafora che sta alla base di questi venticinque minuti di una profondità che è tanto marina quanto bellica, esistenziale e cinematografica. Le acque abissali scandagliate dal regista spagnolo sono quelle del più generale oblio che tutto questo contiene e fagocita, la guerra, la famiglia, la morte, le lettere, le immagini, la Storia nei suoi anfratti più oscuri. Quelli della paura che impedisce perfino di recuperare la salma del soldato caduto: meglio rimanere indistinguibili che esporsi al possibile rischio di vendette e rappresaglie, fino a non sapere nemmeno più, con il passare dei decenni, quale sia la verità da raccontare. Un oblio universalizzato, dal particolare degli avi all’intero mondo, dal 1936 all’atemporalità, dalle acque più nere dell’oceano agli interstizi più tormentati di ogni rimozione. Passando per un trailer che, allo stesso modo, monta solo scarti che non fanno parte del film, lasciando ciò che invece conta invisibile, celato, sepolto nelle profondità. In quell’oblio che tutto schiaccia con la sua insostenibile pressione e con il suo eterno buio, nel quale forse preferire di non sapere e magari autoconvincersi di non ricordare, nascondere sotto il tappeto i sensi di colpa e asciugare le lacrime senza nemmeno sapere per quale dei due schieramenti Casto Balsa Fernández, l’eroe di famiglia, avesse combattuto e fosse morto, (era) diventa(ta) l’unica possibile salvezza. Un oblio in cui le centinaia di migliaia di vittime rimangono nel passato, ma ancora nelle notti più oscure torna l’inquietudine eterna dei loro fantasmi, anime insanguinate e dimenticate che forse mai troveranno una pace. Senza più una storia, senza più un affetto, senza più nemmeno un volto, ormai mangiucchiato dagli insetti in quella fotografia sul muro da tanto di quel tempo che pare ormai essere diventata invisibile. Un qualcosa a cui non si fa più caso, e che quando lo si guarda restituisce solo l’impossibilità di rivedere quegli occhi destinati a rimanere diciassettenni, ormai consunti dal tempo e dalle tarme.

Parte dal baratro marino Augas abisais, da quelle Deep waters gelide e buie in cui l’acqua sembra pesare tonnellate, e in cui solo il batterio della bioluminescenza permette ai pesci lanterna di produrre la luce necessaria per riuscire a nutrirsi e a sopravvivere. Esattamente come il loro filamento luminoso, una lampadina pulsa di fronte alla macchina da presa girando per la vecchia casa di famiglia e illuminando i cimeli del passato, quelle fotografie, quei muri e quei ricordi parzialmente rimossi che in qualche modo riemergono dal medesimo abisso, mentre le reminiscenze della nonna e cinque lettere dal fronte raccontano la vita e la morte, il cambiamento e la disgregazione, la paura e la spavalderia, il trauma e la mancanza. Xacio Baño, inanellando una serie di notevoli intuizioni formali e linguistiche, stratifica e rimarca la similitudine della soggettiva ittica inondando le pareti delle riprese sottomarine e delle immagini d’archivio, lasciando attraversare alla nonna il fascio di luce del proiettore nella profondità calda-fredda di un corridoio, e avvalendosi persino dell’animazione per creare una mappa della casa così simile a quella dei fondali privi di luce che i pesci abissali conoscono centimetro per centimetro. Fino alle ombre dei loro spaventosi denti che si fanno flicker, presenze subliminali ma anche necessità di accendere la lampadina e di andare ancora più a fondo, proprio come un palombaro si addentra nelle profondità dell’oceano, in una vera e propria indagine sui luoghi che furono fronte. Alla ricerca della loro memoria, di una traccia, di una trincea, di un museo, di una degna sepoltura. E di una nuova lettera, questa volta scritta dal regista alla nonna direttamente sullo schermo, per chiudere il cerchio epistolare con un nome – almeno quel minimo di dignità – su un registro delle inumazioni. Era bastato un mese e mezzo per trasformare quel bambino impaurito di 17 anni che non si era sentito di salutare la madre in soldato, lo spazio di cinque «caro papà» dalla paura all’entusiasmo del combattimento, e poi quell’altra lettera forgiata da mano sconosciuta, glaciale, che ne annunciava la caduta in battaglia fra le «camionate» di morti. Oltre seicentomila in tre anni, di ogni età e di ogni censo, che probabilmente nemmeno sapevano per che cosa stessero andando a morire ma che non potevano fare altro che procedere rassegnati verso il loro destino, verso l’abisso di chi se ne va e verso quello, forse ancora più profondo, di chi rimane. In attesa che una macchina da presa si faccia ancora una volta pesce lanterna, e che illuminando loro la strada verso una qualche serenità riesca a liberarli. Per lo meno dall’oblio. Il loro, il nostro, quello della Storia. Quell’oscurità assoluta da squarciare con una nuova lama di luce.

Marco Romagna

“Augas Abisais” (2020)
25 min | Short | Spain
Regista Xacio Baño
Sceneggiatori Xacio Baño
Attori principali N/A
IMDb Rating N/A

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