22 Giugno 2024 -

OJITOS MENTIROSOS (2024)
di Elena Duque

Essere e sembrare, ciò che è vero e ciò che è falso, la bidimensionalità e l’illusione della profondità. Il cinema e la pittura, e inevitabilmente l’architettura (di Madrid ma non solo) che cinema e pittura rappresentano e sulla quale (o nella quale) vengono rappresentati. E poi ancora il trompe-l’œil decorativo, che esattamente come l’effetto speciale su celluloide inganna l’occhio e suggerisce la narrazione fittizia di finestre e balconi che non esistono, per poi arrivare al gioco di specchi, allo schermo nello schermo, all’improvviso elemento di animazione che irrompe nel fotogramma e nella grana materica della pellicola a passo ridotto, mentre la musica sembra diegetica e sempre più lontana, e invece proprio quando sembra che stia per sparire fagocitata dai suoni della città ri-esplode a pieno volume in tutto il suo fragore. Come a dire che non sono solo gli occhi a essere ingannati dall’arte, ma che tutti i sensi volenti o nolenti concorrono a mentire, a suggerire alla mente quelle “impressioni sbagliate” che l’arte, qualunque sia la sua forma, vuole instillare in chi ne fruisce come primario scopo della sua stessa esistenza. D’altronde già all’inizio dello scorso anno, il 2023, la filmmaker ispano-venezualena Elena Duque aveva portato in giro lo spettacolo performativo Hacer/Ver, letteralmente “Fare/Vedere”, il cui apice era il Curso de pintura rápida para principiantes proiettato in 16mm su uno schermo dipinto “in diretta” dalla stessa regista, apparentemente rovinato sul palco e invece protetto dal piccolo trucco di una pellicola da rimuovere nel disvelamento finale di come tutta la performance nient’altro fosse che un inganno. Una riflessione interdisciplinare sul senso stesso del rappresentare e sulla vicinanza fra le diverse arti visive, profonda e intelligentissima ma mai seriosa e anzi il più possibile giocosa e divertente, della quale i sei minuti del rullo in Super8 di questo sorprendente Ojitos Mentirosos nient’altro sono che una naturale prosecuzione, un’ulteriore stratificazione della medesima speculazione teorica sul ruolo “ingannevole” di ciò che si (fa) vede(re), intrisa della stessa freschezza e dello stesso spirito brillante. “Occhietti bugiardi” su emulsione che partono dalle strade e dai palazzi decorati della capitale spagnola – compresi i falsi balconi della casa che fu di Diego Velázquez, a sua volta maestro degli specchi e dei punti di vista a partire dal capolavoro Las Meninas – per disvelare progressivamente il loro gioco prospettico, e di conseguenza il senso del cinema come inganno dell’occhio e della mente, come arte dell’illusione, come costante menzogna ma soprattutto come costante magia. Come inquadratura di un qualcosa che sembra preso dal vero, e che invece è semplicemente il dettaglio mendace di un’altra rappresentazione, di uno schermo su cui ripassano le stesse immagini, di una fotografia stampata su fogli di carta che scorrono l’uno dopo l’altro rinnovando ogni volta la loro illusione di guardare un palazzo che magari a sua volta nient’altro è che un’illusione dipinta in trompe-l’œil su un’altra facciata, un gioco di punti di fuga, una finestra disegnata sui mattoni in corrispondenza delle altre, un intero angolo che apparentemente si riapre come un’utopia da un punto cieco, uno specchio che solo uno zoom potrà disvelare in quanto tale, o magari un pizzaiolo bidimensionale che si sporge da un balcone che non c’è mai stato.

È tutta una questione di punti di vista, Ojitos Mentirosos. Una questione di scelte su come inquadrare ciò che è stato precedentemente dipinto o fotografato, trovando la giusta prospettiva sul dettaglio che sembra altro, sul particolare che immagina un nuovo pezzo di città, sulla chimera di una profondità impossibile. Ma anche una questione di materiali, di fisicità vera o simulata, di senso della vista che in qualche modo influisce su quello dell’udito e su quello del tatto, trascinandoli nello stesso vortice di inganno che poi nient’altro è che il cuore stesso dell’atto di rappresentare, la sua capacità di fingere e di suggerire nuovi mondi e nuovi sogni, poco importa se raffigurati con colori e pennelli o con lo spettro in technicolor di un’immagine granulosa che dai suoi 8mm si materializza nuovamente ingrandita su uno schermo bianco. Pronta a mettere in scena di volta in volta una nuova metafora, una nuova emozione, un nuovo messaggio di qualsiasi tipo, o forse semplicemente un’altra utopia, ciò che è impossibile nella fisicità ma non nell’immaginazione, la straordinarietà (e il potenziale pericolo) dell’illusione. Presentato nel concorso principale della 60ma Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro a quasi sei mesi di distanza dalla prima assoluta fra i corti di Rotterdam, il breve lavoro di Elena Duque è la costante ricerca di un miraggio, è l’insistito inventare e poi rivelare ogni possibile inganno, in un apparente divertissement che al di sotto della sua aria scanzonata nasconde riflessioni tutto fuorché banali sull’impossibilità di fidarsi di ciò che si vede, e sulla necessità di capirlo e di ricontestualizzarlo. Tanto più, verrebbe da aggiungere anche se il film non lo dice espressamente, in un mondo sempre più infarcito di false notizie e che si sta rapidamente aprendo alle immagini generate dalle intelligenze artificiali, correndo verso l’impossibilità di spostare ancora un minimo lo sguardo per riuscire a distinguere ciò che è vero da ciò che non lo è. Un vero e proprio studio, come si diceva molto più approfondito e stratificato nelle sue possibili implicazioni teoriche (ma potenzialmente anche etiche) di quanto l’aspetto ludico (e la apprezzabilissima modestia della stessa Elena Duque, che dal palco del Teatro Sperimentale arrossisce timida e quasi incredula di fronte agli scroscianti applausi con cui è stato accolto il suo cortometraggio) potrebbero suggerire, che analizza la (parzialità della) visione e la sua aperta manipolazione, le possibili tecniche con cui ingannarla come senso stesso della rappresentazione e la sua capacità di rimettere a fuoco come necessario punto di equilibrio, il vero con cui far credere il falso e il falso con cui ri-raccontare il vero. Un percorso che si snoda lungo la storia dell’arte (della decorazione urbanistica, ma non solo, perché è dalle prime pitture rupestri che l’uomo disegna per rappresentare e raccontare la realtà, e volendo il discorso si potrebbe tranquillamente estendere alla “creazione di immagini mentali” che impone la letteratura) fino all’avanguardia cinematografica e all’animazione, ai flicker e alle pennellate di colore che ricalcano le forme direttamente sui fotogrammi, all’aperta rottura del realismo con cui ritrovare davvero ciò che è reale, e poi alla dissolvenza nuovamente materica e concreta sui riflessi del mare che sembrano altre astrazioni e che invece non lo sono: è semplicemente l’occhio meccanico a farle apparire come dipinte. Elementi di un lavoro sorprendente, brillante, brioso, intimamente fresco. Una piccola e sin dal titolo programmaticamente ingannevole boccata d’ossigeno che colpisce con la rapidità di un fulmine, o meglio di un’occhiata, di un dettaglio, di una geniale presa in giro. Del senso stesso (non solo) del cinema, da Méliès in giù, come illusionismo.

Marco Romagna

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