2 Dicembre 2020 -

FUNNY FACE (2020)
di Tim Sutton

Presentato online al 38mo Torino Film Festival nella neonata sezione “Le Stanze di Rol”, Funny Face restituisce la visione di una New York tormentata e più che mai sofferente dentro il presente momento storico. L’opera quinta di Tim Sutton è un esempio di opera indipendente e underground che tende a dipingere una Mela in parte sconosciuta, affetta da un degrado urbano che diviene quasi poetico, frequentata da underdogs che faticano a trovare un proprio posto nell’attuale società statunitense. È quell’America quanto mai ossessionata da interessi e denaro che si nasconde e che continua a contraddirsi, destinata a sparire sotto la cosiddetta gentrificazione e l’inarrestabile speculazione edilizia; è quell’America impossibile da affrontare senza recuperare la figura dell’eroe, l’archetipo del vendicatore misterioso celato dietro una maschera, che nel più (a)tipico dei road movie combatte una crociata personale inseguendo una sorta di giustizia assoluta e universale. Il film segue infatti la traccia della quête dell’eroe, in cui il prescelto viene investito del ruolo di vendicatore da un bizzarro destino, quasi una condanna, sotto la forma di una maschera dal sorriso grottesco e inquietante che ricorda precedenti illustri quali Joker, che scende letteralmente dal cielo a scegliere il proprio portatore.  Il potere di questa maschera sembra, infatti, proprio quello di affrancare colui che risponde alla chiamata dai suoi stessi freni inibitori, liberandone anche la natura più volubile e irascibile. Come nel già citato Joker o in Parasite, al centro della vicenda emerge la condizione disagevole delle classi sociali più povere, minacciate nella loro sopravvivenza da una società sempre più incentrata sulla speculazione e la ricchezza. E come in molte favole, al centro spicca la figura di un eroe solitario, piuttosto improbabile, che si mette in azione per salvare la propria comunità, quella di Coney Island a Brooklyn, e con essa i propri più cari affetti. Così Saul (Cosmo Jarvis), adolescente solitario, a tratti bipolare che soffre di attacchi di isterica violenza e cova un’ira repressa per la demolizione della sua casa di famiglia trasformata in un parcheggio, risponderà alla chiamata, diventando l’eroe mascherato, l’implacabile giustiziere contro una speculazione edilizia senza regole e limiti di alcun genere.  Saul diventa così una parodia triste e malinconica dei vincenti supereroi dei fumetti privi ormai di collocazione all’interno della nuova società americana. Dall’altra parte Zama, una giovane musulmana afflitta dalla morte del padre, in fuga dall’ortodossia religiosa della propria famiglia, che vede nel ragazzo un vero eroe mascherato che la aiuta a integrarsi nella appariscente e consumista società americana, senza rinnegare le proprie origini rappresentate dal niqab che indossa per tutto il film.

Sutton cuce la narrazione attorno a questa improbabile coppia, outsiders ai margini di un contesto urbano di cui esplorano i confini, fra i tramonti e le contraddizioni, in quella fuga che sembra più una forma di catartica flânerie urbana, a tratti interrotta dai richiami consumisti della città, la cui natura atipica risiede nei loro momenti di tenerezza quasi naïves, com’anche ai sentimenti di smarrimento e frustrazione che li accompagnano. D’altra parte il film sembra non decollare mai, fermo su stereotipi ormai stanchi e stantii: il villain, l’imprenditore edile che demolisce un intero quartiere per costruirvi un parcheggio, è tanto forzato quanto ridicolo, mostrato per lo più in contesti volutamente esasperati, di puro virtuosismo, come la cena autocelebrativa con ricchissimi businessmen e la festa orgiastica nella sua pent house. La stessa ricerca dei protagonisti non esplode mai, rimanendo una forza sottesa, quasi esasperante e opprimente nel suo rimandare languidamente qualunque tipo di conclusione.  Quello che spicca davvero è, invece, una sorta di canto d’amore disperato per una New York quasi sconosciuta, fatta di contraddizioni, di luci al neon notturne e spettrali, di miseri fast food da cibo spazzatura, una città che scompare ormai dimenticata da tutti. La New York dei (pluriperdenti) Knicks, la cui triste parabola diventa per Saul catalizzatore della sua amarezza e della decadenza di quella città che tanto amava. Proprio come la sua squadra del cuore, così la città sta perdendo di vista i propri valori, le proprie origini e le motivazioni che la rendevano grande. Ciò che emerge dal film è un sistema di valori ormai ben lontani dal bene pubblico, incarnato in una città nuova che non tiene in conto la gente per cui è stata a suo tempo costruita, in cui i soldi e la ricchezza schiacciano gli underdogs che abitano i sobborghi.

La chiave di lettura di tutto questo risiede nel dialogo finale fra il costruttore e il vecchio padre, ultimo esempio di una vecchia guardia condannata a lasciare il posto alla nuova. Un vero e proprio scontro generazionale in cui risalta quella divergenza, quella frattura che ha condotto il sistema all’egemonia di avidi speculatori, del tutto ciechi al bene comune, alla gente, al fascino rarefatto di questa vecchia città. La fotografia del bravissimo Lucas Gath mostra, infatti, non più una città brulicante di colori e persone, bensì una landa quasi desolata afflitta dal cemento, soffocata da uno skyline che incornicia e chiude i volti segnati dei pochi randagi che ancora la abitano. Sutton ci mostra, attraverso un uso meditativo della macchina da presa congelata sulle immagini, una giungla d’asfalto, una New York svuotata e al contempo colma di cemento soffocante, servendosi di campi lunghi su spazi desolati sullo sfondo dei quali i protagonisti si muovono. Così, la mise en scène asettica di Sutton mira a mostrare una gabbia di cemento e vetro, abitata da pochi e sparuti fantasmi, in contrasto con i suoni forti del sintetizzatore del chitarrista Philip Mossman che esaspera, invece, quella tensione palpitante che striscia nel sottosuolo newyorchese. Tim Sutton fa suo il dramma contemporaneo di una Manhattan e di un’America ben distanti dalla dimensione epica caratteristica del cinema di Kazan, dove il ribelle per antonomasia, James Dean, più volte richiamato nel film di Sutton, vedeva davanti a sé margine di azione, orizzonti sterminati di possibilità e di avventure. I personaggi di Sutton sembrano, al contrario, oppressi da un’apparente staticità, così profondamente diversa dal sogno americano: il loro vagabondare on the road senza una meta non li porta da nessuna parte, non arriva mai a un termine, né tantomeno a un atto di vera ribellione, di rottura, ma si spegne in una sconsolata accettazione. Il girovagare dei due protagonisti non mantiene nulla dell’epica grandezza dei vecchi film on the road americani, ma procede lentamente a strattoni e in dilatate sequenze che poco aggiungono a questa specie di piccola odissea americana. L’idea che il regista e sceneggiatore sembra voler comunicare è quella di un’esistenza svuotata, che procede senza scopo in un’atarassia quotidiana, i cui personaggi vengono privati dei sogni e dei progetti di un futuro ormai irrimediabilmente negato. In questa sorta di deserto, Saul e Zama vagano senza riferimenti, iniziano a conoscersi e a riconoscersi come esseri speculari: entrambi oppressi, entrambi in lotta. Ed è nel loro incontro, nell’appartenenza reciproca, nella coscienza dolceamara del loro ruolo di emarginati che la favola si chiude, con un lieto fine. Saul non ha più bisogno della maschera, in quanto ha trovato sé stesso, la sua vera identità, il proprio luogo di appartenenza, al fianco di Zama. Il simbolo della vendetta e del combattimento passa, ancora misteriosamente, allo spietato tycoon, rinchiuso nella sua limousine, che si trova condannato a provare un rancore sordo e inspiegabile e ad abbracciare, quindi, quel grottesco nuovo volto, mentre Saul passa oltre sorridendo.

Anna Chiari

“Funny Face” (2020)
95 min | Crime, Drama, Romance, Thriller | USA
Regista Tim Sutton
Sceneggiatori Tim Sutton
Attori principali Cosmo Jarvis, Dela Meskienyar, Barzin Akhavan, Jeremy Bobb
IMDb Rating 6.8

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