24 Maggio 2019 -

PARASITE (2019)
di Bong Joon-ho

Bong Joon-ho torna alla sua materia, quella con cui compone e destruttura il suo cinema da sempre cosparso di elementi polimorfi e instabili. Ma soprattutto, dopo le co-produzioni internazionali e il salto verso l’occidente hollywoodiano di una coppia di film sovraesposti e non troppo riusciti – in Snowpiercer era il non-finale a far deragliare il treno della buona metafora politica delle prime sezioni, mentre nel film per bambini Okja il problema stava nelle limitate ambizioni -, torna alla sua SudCorea per ristrutturare un palinsesto di azioni e atti confinati in uno spazio ma espandibili all’infinito. Fra le vette del (buonissimo) concorso di Cannes 2019, Parasite è un film quasi sovrascritto nella sua accezione di momenti che ne sbloccano evidentemente altri, non lasciando mai una realtà definita ma alterandola; ciò che guardiamo è sempre una frammentazione di ciò che siamo, e la ricostruzione spesso rappresenta, come appare nella splendida locandina di ritratto di famiglia/e con occhi oscurati da una barra nera, uno scarto del nostro sguardo. Questo perché la contemporaneità – con tutti i suoi substrati sociali, economici, politici – diventa quasi una lotta per l’identità, e allo stesso tempo il suo unico progressivo smantellamento possibile. Nella rincorsa al nostro posto “programmatico” al mondo siamo disposti a far di tutto, dal nascondere all’uccidere l’altro (e con esso, forse, una parte di noi stessi); nella rincorsa a questa materia quasi informe di anime disperate, come alla sua progressiva solidificazione, Bong elabora un’architettura assai precisa e autodeterminata. Quasi un tavolo da poker in cui ogni giocatore nasconde la sua mano fino all’ultimo, anche se l’ultima mano appare non sorridere a nessuno.

Due famiglie e due luoghi, due classi sociali apparentemente inconciliabili. Un disoccupato verso la mezza età vive in uno scantinato caotico e sporco con sua moglie e i loro due figli. Un giorno uno di questi, il figlio, riesce a ottenere un buon lavoro al servizio della famiglia facoltosissima, falsificando dei documenti con l’aiuto della sorella. Tassello dopo tassello ogni elemento della povera famiglia di Seoul riesce a inserirsi dentro quella ricca, costruendo una rete segreta di rapporti che vanno a completare tutti i bisogni di quest’ultima. Il piano elaborato è geniale quanto rischioso, e proprio nel momento in cui lo scavalcamento di classe pare non essere più un’utopia un tifone rade al suolo quell’appartamento squallido, innescando una dinamica dell’orrore che sfocerà nella festa di compleanno del rampollo. All’interno di quella lussuosissima villa di roccia levigata e vetri infiniti i destini si scontrano come molecole impazzite, un altro nucleo familiare – (s)confinato in un sotterraneo segreto – fa implodere i rapporti (e i piani) tra le due prima citate, e l’esplosione della violenza sarà necessaria, inevitabile, assoluta. Deflagrante. Nella ristrutturazione metaforica di ciò che rimane dopo il giorno del giudizio la realtà appare lacerata e poco dopo saturata, mentre la memoria dello spazio è l’unico frammento del tempo che può rimanere. Il gioco delle parti è così apparentemente infinito, arriveranno altre famiglie e altri luoghi, altre scalate e altre implosioni; è la dialettica tragicomica della vita probabilmente, è la guerra fra poveri per continuare a servire e riverire il padrone, è il sottile spazio in cui rivendicare il proprio (umile e spesso tragico) posto sul pianeta prima che sia troppo tardi.

Le anime in gioco vivono in geometrie precisissime e quasi asfissianti, le stesse che definiscono l’estetica di Bong estremamente controllata e rigorosa, quasi fredda e onnisciente. Nella prima parte del film tutto è studiato al millimetro e al millesimo, il piano della famiglia pare fondersi con lo stesso specifico filmico in cui esso viene raccontato e, soprattutto, visualizzato. Tutto esiste nell’attimo in cui viene rappresentato, come se fossero tutte anime pronte alla loro messa in scena continua dell’essere al mondo, obbligate a una forma incapsulata, che non prevede il minimo scarto rispetto a un ordine pre-costituito al proprio ruolo. Ogni attimo è funzionale al successivo, ogni sguardo e ogni battuta, in attesa di uno scarto che sia esso stesso svelamento (di quelle vite? di questo film?) e momento inesorabile di rottura del giocattolo. Proprio in quell’attimo della resa dei conti, Bong Joon-ho dilata tempi e spazi, apre la sua macchina da presa all’inevitabile deriva delle storie, le lascia implodere brevemente prima di sacrificarle davanti al loro destino. Attraversato da invenzioni di scrittura e trovate visive, fra l’irresistibile commedia, la più pura tensione e le esplosioni di violenza, questo rimane un film legato a traiettorie (quasi marxiste) di rivendicazioni che fa dei ‘parassiti’ del titolo uno scarto – sia classista, che narrativo – con cui cortocircuitare l’architettura di quelle strutture di potere da mettere in crisi per mostrarne la loro possibile fragilità. Lo fa nel riflesso di quelle vetrate infinite in cui si trovano specchiate famiglie che casualmente si trovano a lottare in uno spazio; lo fa con un martirio esasperato che fa tornare, ai nostri occhi, solo i frammenti di quelle strutture, lo scheletro senza più fondamenta. Un film con un densissimo substrato musicale e ampie derive socio-politiche, con elementi stilistici (e stilizzati) tra il thriller e l’horror, con un respiro profondo da melodramma tragicomico e comportamentista. O forse nulla di tutto ciò, solo un depistaggio continuo di azioni programmatiche – e poi deflagrate irrazionalmente – che trovano la loro possibile risoluzione in un futuro accennato (l’unico scarto, seppur abbozzato, rispetto all’esercizio “in diretta” della storia) dove un’apparente forma di giustizia arriverà a ricomporre quei distanti destini, senza però che quei fantasmi iperrealisti smarriscano la loro materia. La stessa del cinema del cinema di Bong Joon-ho, tornato finalmente (in ginocchio da te) al massimo del suo splendore. Fino alla Palma? Di certo fino alla atroce eppure poeticissima consapevolezza dell’impossibilità di uscire dalle segrete della propria classe sociale.

Erik Negro

Edit 25.05.2019
Palma d’Oro al 72mo Festival di Cannes
“Parasite” (2019)
132 min | Drama | South Korea
Regista Joon-ho Bong
Sceneggiatori Dae-hwan Kim, Joon-ho Bong, Hitoshi Iwaaki (comic), Jin Won Han (screenplay)
Attori principali Kang-ho Song, Sun-kyun Lee, Yeo-Jeong Cho, Woo-sik Choi
IMDb Rating 8.8

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