Erano passati quasi trent’anni dalla fine della Seconda Guerra Mondiale quando nel 1974, separatamente e a distanza di nove mesi l’uno dall’altro, gli ultimi due fra centinaia di soldati fantasma giapponesi Hiroo Onoda e Teruo Nakamura accettarono finalmente la realtà della sconfitta nipponica e si arresero deponendo definitivamente le armi. Nel caso di Onoda, addirittura, servì l’intervento di persona del suo ufficiale superiore del tempo Yoshimi Taniguchi, volato ormai anziano su una sperduta isoletta del Pacifico per assicurargli personalmente che il conflitto era davvero terminato da decenni, e che l’imperatore Hiroito aveva davvero firmato quella resa incondizionata che, a un guerriero cresciuto nei dettami dell’onore samurai e nella rigidità dei sette princìpi del codice etico del bushido, sembrava un’opzione semplicemente impossibile da prendere in considerazione per il Sol Levante. È per questo che in tanti, tantissimi, continuarono in solitaria o in piccoli gruppi a combattere, a soffrire la fame e le malattie, a vivere nascosti in attesa di rinforzi che ovviamente non sarebbero mai arrivati. A morire, in scontri a fuoco o kamikaze con gli americani, oppure di stenti non riuscendo più a trovare cibo. In parte dimenticati in qualche foresta pluviale ai limiti del mondo, e in parte effettivamente raggiunti dalla notizia della fine della guerra ma convinti che non potesse che essere una bugia, una propaganda del nemico, un tentativo di ingannarli e di disonorarli nella loro strenua resistenza, quando invece era solo la conferma che i loro amici, compagni e commilitoni erano effettivamente caduti invano. Non è un caso, in tal senso, che l’attesa versione anime di Peleiu: Guernica of Paradise con cui il regista d’animazione Gorō Kuji fa il salto dal piccolo al grande schermo e, a poche settimane di distanza dall’uscita in Giappone, sbarca in prima internazionale al 55esimo IFFR di Rotterdam, dopo breve antefatto parta in sostanza proprio con la nascita di una menzogna, con la necessità di indorare la pillola ai genitori o ai figli che hanno perso un caro in guerra raccontando loro l’eroismo e l’abnegazione del caduto a costo di inventarseli di sana pianta, con il bisogno (umano e di Stato, con finalità esattamente opposte) di nascondere una morte stupida ed evitabile sotto il racconto di un’azione coraggiosissima e salvavite. Al punto magari di ordinare espressamente alla recluta ventiduenne Hiroshi Tamaru, che nella vita vorrebbe fare il mangaka e che alla baionetta preferisce senza dubbio la matita, di aiutare nella produzione di storie commoventi con cui un altro figlio possa essere pronto a morire per essere all’altezza di un altro padre morto da “eroe”. Un meccanismo nel quale non è difficile vedere in filigrana una critica ben più che velata alla retorica e all’indottrinamento del Giappone dell’era imperialista, tanto martellante e ossessivo da giungere al pieno fanatismo e al paradosso di voler morire per onorare la propria famiglia, in un esordio al lungo animato che si interroga sull’orrore della guerra e sul potere delle bugie fondando la sua dialettica interna sugli aperti contrasti fra la tenerezza degli occhioni grandi e squadrati, o se si vuole più in generale fra il tratto kawaii appena abbozzato e apparentemente rassicurante dei personaggi, e il crudo realismo con cui viene mostrato il conflitto che sono costretti come pedine a combattere, fra spiagge rosse di sangue e cadaveri divorati dalle mosche, fra coltellate inaspettate e brutali massacri, fra scheletri morti di fame ai piedi di un albero e quelle mani con cui cercare di tenere fermi gli organi interni di un amico che sta morendo chiamando la mamma.
Del resto, già a partire dal suo titolo che fa esplicito riferimento alla celeberrima apocalisse (anti)bellica di Picasso, Peleiu: Guernica of Paradise – tratto dall’omonima serie manga scritta e illustrata fra il 2016 e il 2021 da Kazuyoshi Takeda e già nella sua versione a fumetti ispirato direttamente dall’episodio storico della sanguinosissima battaglia di Peleiu del settembre-novembre ‘44 e poi dagli oltre tre anni di successiva resistenza di un manipolo di ventisei soldati e otto marinai sparuti superstiti delle varie divisioni, ma al contempo totalmente di finzione nelle vicende raccontate e nei personaggi ora passati dalla matita di Takeda a quella di Kuji – mette al centro la trasformazione di un’isola paradisiaca in un teatro di guerra e di distruzione anche ben oltre la guerra e la distruzione, il confine dell’arcobaleno che diventa puro orrore, la bolla di sapone che nulla può contro i proiettili, le granate e i bombardamenti. La placidità coloratissima dei fondali naturali in qualche modo disturbata, se non proprio devastata, dai disegni sui lucidi degli strati superiori, fra il character design sognante e poco dettagliato dei personaggi e il realismo al contrario assoluto e iper-definito delle armi con cui si uccidono. Come nel momento, drammatico, dello sbarco delle truppe statunitensi, quasi 40000 soldati con ogni tipo di armamento contro poco più di 10000 nipponici con in mano un semplice fucile a baionetta ma tutti pronti all’estremo sacrificio, con il risultato di una carneficina devastante su entrambi i fronti, migliaia e migliaia di morti per parte, la spiaggia di un atollo ricoperta di carcasse umane e da quel giorno considerata per sempre maledetta. Un momento che, come si diceva, Gorō Kuji porta sullo schermo senza filtri, drammatico e violento, come drammatici e violenti saranno i mesi e gli anni di attesa nascosti nel bosco per nulla, il soldato statunitense fatto fuori per non essere scoperti fra goccioline di sudore e schizzi di sangue nella notte, il furto delle scorte alimentari della base americana come vero e proprio atto di battaglia e di massima tensione, i sanatori improvvisati in un lurido bunker in cui i feriti soffrivano e morivano come mosche per la mancanza di cibo e medicine o per le pessime condizioni igieniche; i dubbi etici ed esistenziali nel momento in cui c’è da scegliere fra un’azione suicida che non ha la minima possibilità di successo o una ritirata strategica che rischia di intaccare l’integrità dell’onore. E poi c’è quella promessa, reciproca, di tornare a casa insieme, di non abbandonarsi, di contare sempre sull’altro, come unico modo per riuscire ad andare avanti o forse come ultima e involontariamente più crudele delle menzogne, e non resterà che un corpo trascinato sulle spalle a cui confermare piangendo che aveva ragione. Una parabola con cui Gorō Kuji, sorretto da una parte da un’animazione parziale ma fluida ed efficace, e dall’altra da una sceneggiatura che forse ripete qualche volta di troppo i concetti (anche se è necessario farlo, essendo la ripetizione ossessiva e fanatica dell’impossibilità di una resa giapponese proprio fra i punti cardine del discorso) ma che non lascia nemmeno un momento di respiro in una scansione narrativa ricca e velocissima, guarda alla battaglia di Peleiu e al suo (relativamente) lungo dopo per trasporre sullo schermo l’ostinazione nipponica tanto in battaglia quanto nel resistere senza fidarsi nemmeno dell’evidenza, la soggettività del vero e del falso, le manipolazioni e le automanipolazioni, la forma mentale più peculiare di una cultura rigorosa e affascinantissima fino all’ultimo sangue, fino all’ultimo uomo. Ma pure l’aprirsi di una crepa, il dubbio che diventa sempre più consapevolezza di vivere in una menzogna, e il percorso tortuoso e dolorosissimo verso una nuova capacità di discernimento. Fino alle lacrime che finalmente scendono copiose e umanissime quando, dopo chissà quante lettere dal fronte, arriva al fronte una lettera da casa, in cui sono proprio le persone amate a spiegare il cambio radicale di situazione geopolitica e a chiedere di tornare. Senza più possibilità di fraintendimenti, senza più l’attesa di altri ordini che non arriveranno mai, senza più la paura del disonore. Senza più l’orrore della guerra davanti agli occhi, anche se quello con ogni probabilità non se ne andrà mai.
Marco Romagna
