Un film in cui le notizie da Gaza martellano e accompagnano la narrazione, e dove un ragazzino palestinese sconta sulla sua pelle la complessità dell’integrazione nel cosiddetto Occidente: basterebbero queste due annotazioni per fare di Ish un lavoro importante e perfettamente (nel sanguinoso) contemporaneo. Ma non c’è solo questo, naturalmente: l’opera prima per il cinema del videoartista italo-bengalese Imran Perretta scava mirabilmente nell’humus culturale della provincia britannica, nella contrapposizione continua e quotidiana tra forze dell’ordine e ragazzini alla disperata ricerca di una maniera per passare gli interminabili pomeriggi fuori da quelle case dove spesso immigrate e immigrati di prima generazione vivono un’esistenza segreta, magari perennemente collegati ad un televisore che rimanda prodotti d’intrattenimento provenienti dalla madrepatria. Siamo a Luton, a una cinquantina di chilometri dalla capitale Londra e sede di un importante aeroporto continentale: il rombo di un aereo squassa la placida tranquillità della campagna e la camera si alza a guardare configurando una sorta di soggettiva, ricolma del desiderio di partire verso mete diverse e sconosciute e avvinghiata all’impossibilità di farlo realmente, per ragioni economiche e politiche. Nell’Inghilterra post-Brexit e nel mondo che ha ormai interiorizzato e accettato la scolta securitaria post-11 settembre, gli immigrati di seconda generazione sanno di essere perennemente osservati, controllati, a dirla tutta (nemmeno troppo bene) sopportati. Perretta, giustappunto immigrato di seconda generazione, gira il suo film in un bianco e nero estremamente contrastato (i neri sono MOLTO neri, i bianchi altrettanto, quando i colori si fanno metafora senza sforzo alcuno), e la mente non può che tornare a L’odio di Mathieu Kassovitz, che a metà degli anni Novanta istituzionalizzò al cinema, e fuori dalla Francia, il concetto di banlieue, e fece ascoltare a chi ebbe la fortuna di vederlo già allora in lingua originale (in Italia pochissimi, ma non è questo il punto) l’idioma verlan, appropriazione culturale di parole francesi ottenuta tramite la creazione di neologismi grazie all’inversione delle sillabe. Anche l’inglese parlato dai protagonisti di Ish è sporco, ricolmo di inflessioni e di accenti, specchio fedele delle terre d’origine e delle lingue ancora parlate tra le mura domestiche. La famiglia (musulmana) di Ish(mail), il sorprendente Farhan Hasnat proviene dal Bangladesh, ed è composta dai due figli, dal padre e dalla nonna, madre di quest’ultimo: la mamma dei bambini è deceduta, lasciando una voragine all’interno del piccolo nucleo e nell’anima del giovanissimo protagonista. Maram, il vicino di casa di origini palestinesi, è l’amico del cuore di Ish, i due stanno sempre insieme, giocano, si picchiano, s’intrattengono insomma in tutte le maniere codificate dalla preadolescenza di due giovani maschi, per nulla diversi dai loro coetanei di tutto il globo.
Il film, presentato nell’ambito della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia 2025 all’interno del Concorso della 40esima Settimana Internazionale della Critica, la sezione autonoma e parallela organizzata dal SNCCI e dedicata alle opere prime provenienti da tutto il mondo, inizia con un’immagine che rivedremo nel corso del minutaggio: una bicicletta lasciata abbandonata per strada, e l’audio del fuoricampo che rimanda voci e radio della polizia. Sarà proprio un episodio del genere e tracciare una netta linea di demarcazione tra i due amici per la pelle e tra le loro rispettive famiglie: gli agenti trattengono Maram (interpretato con il giusto furore da Yahya Kitana) mentre Ish viene investito dalla paura e si nasconde, non si fa più trovare, nemmeno da uno scosso Maram reduce dalla perquisizione. Questa mancanza non gli verrà perdonata, e il piccolo dovrà fare precocemente i conti con i concetti di lealtà e solidarietà. La narrazione non procede per accumulo ma la progressione è comunque continua (la sceneggiatura, oltre alle musiche, è dello stesso Perretta, a quattro mani con Enda Walsh) e prosegue lungo una linea tracciata e dettagliata, unidirezionale in tutti i sensi. Alla stregua del trauma indelebile alla base di Mystic River di Clint Eastwood, non si torna più indietro. Fra fuochi d’artificio e silenzi, fra sguardi e sassaiole, fra un pugno in faccia il rinnovarsi del senso di perdita. Non è un caso che nella lingua bengalese il nome del protagonista, la parola “Ish”, sia l’equivalente del nostro cioè, mentre nello slang inglese corrisponde invece al nostro “più o meno”: indeterminatezza, mancanza assoluta di linee guida forti, un livello ulteriore d’interpretazione. Già a proprio agio con il concetto di confini e marginalità grazie alle sue installazioni sonore, Perretta dispiega le sue immagini mentre dal fuoricampo si fanno incombenti voci e sirene, e il controllo appare ormai facente parte del paesaggio suburbano, come gli aerei, gli alberi e il piccolo stadio del Luton Town che settimanalmente si popola di tifosi di casa e avversi, e da quelli avversi, se si è scuri di carnagione, è meglio affrettare il passo e tenersi lontani, anche perché non ci si può permettere di accedere all’interno. Ecco, il calcio è(ra) da sempre luogo d’integrazione e identità, almeno fino a quando la Premier, e la League One dove gioca il Luton, non sono diventate appannaggio esclusivo della borghesia, allontanandosi sempre più dal popolo. Maram, ad esempio, segue il cricket e deride la passione di Ish per Cristiano Ronaldo: «È una pippa». Ecco, il fatto che l’unica bugia del film sia un’aperta provocazione, una battuta di spirito con cui gelare un discorso, la dice lunga sul realismo dall’interno che pervade la finzione di Ish, l’autobiografismo a latere, l’avere provato sulla propria pelle quello che il film racconta, dalla vita allo schermo, nel crescere costante di un’emozione e di uno sguardo. A Perretta non si può che augurare un futuro radioso, a partire da quello immediato, e vista l’urgenza politica del film sarebbe bello poter auspicare una distribuzione nel nostro Paese nel minore tempo possibile.
Donato D’Elia
