20 Maggio 2026 -

HOPE (2026)
di Na Hong-jin

Hope Harbour è un piccolo paesino balneare immaginario, abitato per lo più da gente dedita a caccia e pesca e dove una buona parte degli abitanti (per la maggior parte anziani) possiede un fucile e un pick-up. La comunità viene assalita da una bestia misteriosa, che fa strage di qualsiasi cosa si trovi nei suoi paraggi. Siamo dalle parti di Martha’s Vineyard, Amity nella finzione, l’isola al largo del Massachusetts dove Steven Spielberg girò Lo squalo alla metà degli anni Settanta del Novecento e sede privilegiata dei weekend estivi dei presidenti USA? No, ci si trova invece ai confini della zona demilitarizzata tra Corea del Nord e Corea del Sud, con i campi minati prospicienti agli appezzamenti di terreno. Hope, e ci riferiamo questa volta al titolo internazionale del film in Concorso a Cannes 2026, è la sfida dell’industria cinematografica sudcoreana ai grandi blockbuster d’intrattenimento anglosassoni lanciata dal cinquantunenne Na Hong-jin, al timone del suo quarto lungometraggio di finzione. Regista finora dedito al thriller poliziesco (The Chaser, The Yellow Sea) con incursioni nell’horror demoniaco (Goksung – La presenza del diavolo, unico finora ufficialmente distribuito nel nostro Paese), Na prende il timone della più costosa produzione mai avviata in Corea e riesce a personalizzare il contenuto, adattandolo al funambolico stile che abbiamo imparato ad apprezzare in buona parte dei film di genere del Paese anche perché insegnato nelle scuole di cinema, spesso appannaggio delle proiezioni fuori concorso e di mezzanotte del Festival di Cannes. Questa volta no, questa volta il palcoscenico di presentazione è quello della competizione principale, e la scelta è particolarmente bizzarra visto che ci troviamo di fronte al probabile primo capitolo (decideranno come sempre gli incassi) di un futuro franchise, che non chiude nulla in sede di narrazione e anzi termina con il più classico dei cliffhanger, come serialità insegna. In un’edizione del festival sulla Croisette che decide di fare praticamente a meno del cinema statunitense con rare eccezioni, cosa vogliono comunicarci direzione e selezionatori con questa scelta “forte”? Torneremo sull’argomento tra qualche riga.
I centosessanta minuti di proiezione sono praticamente suddivisi in un’ora iniziale e un’ora finale di azione pura, e quaranta minuti centrali in cui ci si prende un po’ di respiro per contare i danni e riorganizzarsi. I personaggi principali praticamente non esistono, sono pure funzioni: c’è il poliziotto di strada Bum-seok (Hwang Jung-min), coraggioso come solo i totali incoscienti sanno essere, c’è Sung-ae (Jung Ho-yeon), unica donna o quasi del consesso e poliziotta anch’essa, e poi ci sono i cittadini di Hope, una banda di bifolchi (e presentati sempre come tali) irredimibili, pronti a stanare la preda e a morire conseguentemente come mosche. Un misterioso animale ha sbranato una mucca, il cui cadavere occupa e blocca completamente una delle strade di accesso al paese, tutto prende le mosse da qui; Bum torna alla centrale per segnalare il fatto e trova la devastazione più completa, come se un kaiju avesse fatto una passeggiatina nei paraggi. Ci troviamo quindi subito gettati nell’azione, con la lunghissima caccia alla bestia (inizialmente s’ipotizza si tratti di una tigre) che prima è celata al nostro sguardo e poi improvvisamente emerge in pieno sole, tutto il film è completamente ambientato alla luce del giorno. Come quasi sempre, funziona molto di più il segmento col mostro “assente” o di cui vediamo solo piccoli particolari, una mano (sì, le caratteristiche sono decisamente antropomorfe) o una zampa unghiuta rispetto alla sua rivelazione, anche perché la caratteristica meno riuscita, o forse solo non ancora pienamente terminata, dell’opera è proprio la resa visiva della CGI. Collisioni, distanze, proporzioni, tutto molto impreciso, ma la forza della messa in scena è tale che tutto passa in secondo piano: la macchina da presa di Na Hong-jin, perennemente equipaggiata di panoramici e cinematograficissimi grandangoli, non si perde un passaggio, non sbaglia un colpo, configurandosi come una camera videoludica da adventure in terza persona che però ogni tanto scarta e anticipa o scopre i protagonisti, rendendo praticamente obbligatoria la visione su grande schermo. Se nella prima parte si cita a piene mani Spielberg e il suo classico primo piano mobile che guarda al fuori campo, ormai vero e proprio marchio di fabbrica, e si ritarda di qualche secondo la rotazione a centottanta gradi e lo svelamento dell’oggetto dello sguardo per aumentare la tensione e l’attesa dello spettatore, nell’azione successiva ci si sgancia da ogni tipo di modello e si ammira, come già anticipato poc’anzi, puro cinema d’intrattenimento sudcoreano. Le due lunghe scene d’inseguimento o di caccia, dipende da quale lato del fucile ci si voglia posizionare, occhieggiano semmai all’Australia e a Mad Max: Fury Road di George Miller, presentato undici anni fa sempre qui a Cannes, seppur relegato nel fuori concorso. Mentre Miller spezzava di più il montaggio in una sinfonia di metallo e carene che faceva del timing degli inserti la caratteristica principale del lavoro di Margaret Sixel premiato con l’Oscar (e, è bene riconoscerlo, tracciava linee di movimento precise da punto A a punto B che non è stato poi capace di replicare in tutte le sequenze del successivo Furiosa: A Mad Max Saga), qui Na Hong-jin si affida al long take, vero o digitalmente assemblato poco importa, a più riprese, trovando punti macchina di virtuosistico ingegno specie nel lungo inseguimento automobilistico dell’ultima parte. La regia migliore vista qui a Cannes, a parere di chi scrive, sempre tesa a fondere efficacia e sfoggio tecnico al servizio completo della materia narrata.

Inutile dirazzare ancora intorno al punto: si tratta di una vera e propria invasione aliena, alieni di cui non conosceremo ancora quasi nulla se non le fattezze di almeno tre tipologie di diverse creature, all’apparenza settariamente divisi in classi. Il design delle creature è il secondo elemento non particolarmente riuscito, risultando esse una sorta di unione tra gli Ingegneri di Prometheus e la parte peggiore degli adattamenti cinematografici della Marvel, quelli dell’universo dei cattivi dei fumetti di Spiderman coprodotti con la Sony, roba(ccia) tipo la trilogia di Venom, Kraven o Morbius, e un pizzico dei Na’vi cameroniani tanto per gradire. Scopriremo che hanno voce e che parlano in inglese (Michael Fassbender e Alicia Vikander tra i doppiatori, attori provenienti dunque dalla vecchia Europa), e siamo anche fiduciosi che tutto quanto detto su di loro abbia una motivazione metaforica da scontro di culture, ma sarebbe forse chiedere troppo ad un’operazione che si prefigge l’unico scopo di introdurre un mondo e una vicenda da approfondire in seguito. Nel mix di generi, tra horror, fantasy, action e chi più ne ha più ne metta e di sicuro ve lo ritroverà, non manca la commedia, incarnata da una sorta di Will Coyote umano che sopravvive a botte, assalti e voli di metri e metri per poi somministrare, appeso al finestrino di un auto, il colpo di fucile apparentemente decisivo e trovare una sua chiusa nella scena mid-credits (altro rimando parodistico ai franchise di supereroi e ad una tendenza del cinema fantastico statunitense). Il flusso citazionistico si posiziona qui dalle parti del Tarantino di Grindhouse – A prova di morte (e quindi di tutto il sottogenere automobilistico alla Punto zero), segnatamente nella sequenza di meta-stunt con Zoe Bell appesa al cofano della macchina prima per gioco e poi per necessità di sopravvivenza. Ecco, si pensi ad un intero film diretto con lo stile che il regista di Knoxville usa per quel tonitruante segmento e ci si può fare un’idea di cosa possa essere Hope.
Torniamo, quindi, all’analisi delle motivazioni probabili per il suo posizionamento in Concorso: Cannes sta cercando potenti industrie dell’intrattenimento che possano sostituire la Hollywood ormai in crisi di idee e coraggio produttivo, negli Stati Uniti sempre più politicamente imbarazzanti? Il baricentro mondiale si sta spostando verso Est anche da questo punto di vista? Ci sembra molto probabile e soprattutto ci sembra interessante sottolineare questo aspetto, in attesa degli sviluppi nell’immediato futuro. Presidente della Giuria è quest’anno, tra l’altro, proprio il conterraneo Park Chan-wook, che a parer nostro non commetterà però l’errore di cadere nelle inevitabili critiche da conflitto d’interessi, che (anche giustamente) investirono Guillermo Del Toro a Venezia quando premiò con il Leone l’amico/socio d’affari Alfonso Cuaròn e il suo, pur bellissimo, ROMA. Più che altro la sua presenza può servire ancor più a ribadire quanto affidamento si faccia sulla SudCorea negli anni a venire. Non ci sentiamo di valutare l’opera, come si può facilmente osservare dal semaforo “rotto” soprastante, proprio per la sua natura di prima parte di potenziale dittico o, più probabilmente, trilogia, che non chiarisce per nulla la natura dell’evento più spettacolare che avviene nel suo minutaggio, l’apparente distruzione (da parte di chi? perché?) di una gigantesca astronave. Non c’è (ancora) nulla di apertamente politico nell’assunto, ma crediamo che la posizione di confine tra le due Coree del villaggio e la natura linguisticamente occidentale degli invasori dovranno per forza portare da qualche parte, e se non succedesse rappresenterebbe un problema ulteriore. Finora c’è solo da abbandonarsi, e non è certo poco, all’intrattenimento cinematografico nella sua forma più pura e spensierata, a sequenze d’azione d’incomparabile bellezza, ad un ritmo infernale che non lascia scampo. Na Hong-jin punta ad essere il nuovo Peter Jackson, con in più la creazione di una proprietà intellettuale nuova e completamente originale quantomeno nei suoi snodi? Quel villaggio che sembra provenire dagli States più profondi, quasi completamente al maschile se si esclude una Puffetta bellissima ed eroica, è un ulteriore chiodo demenziale apposto sulla bara dell’intrattenimento “atlantico”? Già non vediamo l’ora di scoprirlo con i prossimi appuntamenti, consci anche del fatto che noi della vecchia Europa geografica potremmo “salvarci”: come già detto sono un inglese e una svedese a dare voce agli alieni, e parte delle riprese sono state effettuate in Romania…

Donato D’Elia

“Hope” (2026)
Sci-Fi, Thriller | South Korea
Regista Na Hong-jin
Sceneggiatori Na Hong-jin
Attori principali Alicia Vikander, Michael Fassbender, Hoyeon
IMDb Rating N/A

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