Per iniziare la recensione del documentario El Partido, diretto dagli argentini Juan Cabral e Santiago Franco e presentato con il titolo internazionale The Match nella sezione Cannes Première dell’edizione 2026 del Festival sulla Croisette, il lettore mi perdonerà un piccolo aneddoto personale: proprio a Cannes, nel 2019, veniva presentato in anteprima mondiale Diego Maradona di Asif Kapadia, docufilm interamente dedicato alla storia personale del Pibe de Oro. Quando iniziò a girare la voce che l’asso argentino avrebbe presenziato all’anteprima di mezzanotte del film al Gran Teatro intitolato ai fratelli Lumière, una palpabile eccitazione si diffuse tra i giornalisti ancora presenti nelle varie sale stampa del Palais, tanto che lo scrivente e alcuni amici italiani si fiondarono in fila per cercare di entrare (il Covid sarebbe arrivato solo l’anno dopo, e le prenotazioni on-line dei posti in sala erano parimenti ancora di là da venire). In quella mezz’ora abbondante di fila, un happening vero e proprio sullo stile delle tifoserie all’ingresso degli stadi, cori dedicati a Maradona si susseguivano uno dopo l’altro. L’entusiasmo venne ucciso in culla dalla notizia che Diego non sarebbe mai arrivato, rimasto in albergo in preda a chissà cosa, e tutti tornarono tristemente sui propri passi, diretti a letto. Cosa vuol dire questo racconto? Che la presenza del Dieci più grande e celebre della storia del calcio, destinato a lasciare questa Terra tragicamente e precocemente un anno e mezzo più tardi, era bastata a far smuovere ed emozionare gente abituata alla convivenza con i divi, e che magari vede passare Al Pacino o Martin Scorsese a un metro di distanza senza smuovere un muscolo. Che, quindi, chi si limita a parlare di schemi, tattiche e paragoni quando entra nel discorso il campione argentino non capisce il mistero, l’imponderabile che uno sportivo gigantesco spande attorno a sé: ricordate, per fare solo un altro esempio e aneddoto, Gianni Minà, Gabriel Garcia Marquez, Sergio Leone e Robert De Niro emozionati come scolaretti nell’essere a cena con Muhammad Alì? Il pugile statunitense (o, come avrebbe corretto lui, l’erede afrodiscendente di schiavi prelevati con la forza dalla Madre Africa) è forse l’unico altro campione paragonabile all’argentino per carisma, istinto teatrale, strabordante personalità che tracima inevitabilmente nel sociale e nel politico delle proprie comunità d’origine.
Questa introduzione, dunque, per arrivare a El Partido, che non può essere altro che appunto LA PARTITA, il celeberrimo quarto di finale del Campionato del Mondo di calcio 1986 tra Argentina ed Inghilterra disputato in un bollente pomeriggio sotto il sole messicano all’Azteca di Città del Messico. Mitologia pura per ogni argentino che si rispetti e di riflesso per chiunque ami il calcio, finita due a uno per la Nazionale albiceleste che di lì a qualche giorno (nella finale vinta per tre reti a due sempre all’Azteca contro la Germania Ovest) si laureerà campione del mondo per la seconda volta nella sua storia. Financo inutile ricordare le motivazioni per cui quella partita rimase nella Storia, del gioco e tout-court: la doppietta di Maradona, che fa seguire il sublime ladrocinio della Mano de Dios dagli undici tocchi di quello che forse è il gol più bello di sempre, e i significati plurimi che la sfida tra le due nazioni portava con sé in quel preciso momento storico, con la sanguinosa guerra per il possesso delle Malvinas/Faulkland (a seconda che le si voglia appellare col nome argentino o britannico). I documentaristi Cabral e Franco raccolgono una copiosa messe di materiali video e chiamano a commentarle alcuni dei protagonisti dell’incontro, naturalmente incanutiti dal passare degli anni: per l’Argentina ci sono i difensori Ricardo Giusti e Oscar Ruggeri, il mediano Julio Olarticoechea, gli attaccanti Jorge Valdano e Jorge Burruchaga; per l’Inghilterra il portiere Peter Shilton, l’esterno John Barnes e il centravanti Gary Lineker, capocannoniere di quell’edizione dei Mondiali con sei reti, una in più di Maradona. Se il commento agli eventi storici dei convenuti è chiaramente legato alla propria parte (ma Barnes non ha parole al miele per la “lady di ferro” Margaret Thatcher), sugli eventi del match l’ammirazione travalica il partigianesimo. Si scoprono particolari intriganti: immediatamente prima della partenza del “gol del secolo”, con Maradona che parte dalla propria metà campo e dribbla cinque inglesi prima di depositare la sfera in rete, c’è un fallo sanzionabile di un argentino nel recupero palla; il salvataggio miracoloso di nuca sulla linea di porta di Olarticoechea, con il punteggio di due a uno, vale quanto un gol e premia un protagonista “operaio” dalla particolare storia personale; le maglie dell’Argentina erano semplici maglie blu comprate in un mercatino, sulle quali vennero fatti cucire numeri e simboli a tempo di record prima della partita, perché le seconde maglie prodotte dal marchio Le Coq Sportif erano di tessuto troppo pesante, non traspiravano, e sudate arrivavano a pesare da sole tra i quattro e i cinque chili. Si approfondirà la conoscenza dei due CT, l’inglese Bobby Robson e, soprattutto, il mitico “El Doctor” Carlos Bilardo, di maniacale applicazione e scaramantico oltre il consueto. Ma soprattutto si rimarrà avvinti da un racconto onnicomprensivo che collega il campo da gioco ad ogni espressione possibile delle due nazioni in campo politico, culturale e, purtroppo, militare.
Quanto descritto non risulterà nuovo per gli appassionati, come il sottoscritto, di questo particolare sottogenere del racconto sportivo, e chi ha avuto occasione di ammirare su Sky i racconti delle varie edizioni dei Mondiali orchestrate dall’affabulatore Federico Buffa e dai suoi autori sa bene a cosa ci si sta riferendo. Ma l’inevitabile sentore di prodotto paratelevisivo è scansato per El Partido dalla sapienza nell’organizzazione e nell’esposizione del racconto, con la seconda parte dedicata alla partita vera e propria che si configura con momenti thrilling e altri di commedia brillante. Presente, naturalmente, anche lo stralcio dedicato al gol del secolo nella radiocronaca di Victor Hugo Morales, uruguagio (e quindi storico avversario degli argentini) conquistato dalla bellezza di quanto stava avvenendo davanti ai propri occhi. Nel racconto sportivo, fordianamente, spesso il luogo comune stampa la leggenda in luogo della verità, e quindi è doveroso esaltare la destrezza del gol di mano di Maradona, “arte di arrangiarsi” del Popolo contro i potenti, dimenticando altre mani quando gli argentini invece rappresentavano il potere, tipo quella che quattro anni dopo, in Italia, “parò” sulla linea un possibile gol dell’URSS che avrebbe potuto mandare a casa l’Argentina, che arrivò poi ancora una volta alla finale e ancora una volta contro la Germania Ovest di Franz Beckenbauer, quella volta perdendo grazie ad un discutibile rigore assegnato ai tedeschi e trasformato da Andreas Brehme. Il racconto calcistico, e di conseguenza sportivo, è sempre cinema in purezza, e operazioni come El Partido hanno il merito di renderlo evidente anche ai non aficionados, a cui il film va comunque consigliato. C’è una famosa frase attribuita a José Mourinho e in realtà pronunciata da un suo professore della facoltà di scienze motorie all’università, da lui mai dimenticata e continuamente ripetuta: «Chi sa solo di calcio, non sa niente di calcio». Troviamo l’assunto talmente preciso ed esatto che quasi consiglieremmo ai distributori di The Match di riportarlo a caratteri cubitali sulla locandina.
Donato D’Elia
