12 Settembre 2026 -

BALCANICA (2026)
di Nicola Sorcinelli

Il primo passaggio fondamentale è attraverso la Turchia, che collega come un naturale ponte geografico l’Asia all’Europa. Poi il viaggio prosegue verso Nord lungo il versante orientale della Grecia, e attraversa Bulgaria o Macedonia per arrivare, in cima alla Serbia oppure con possibile variante in cima alla Bosnia, al decisivo, iper-militarizzato e non di rado violento confine con la Croazia e quindi con l’Unione Europea, in cui poi contare di riuscire a raggiungere le mete ultime e prefissate dei flussi migratori in Italia, in Francia, in Germania o magari in Spagna. Tuttavia Balcanica, solido esordio al lungometraggio di Nicola Sorcinelli che trova la sua prima mondiale a Venezia83 nel concorso parallelo di Giornate degli Autori, non vuole mettere in scena tanto il viaggio, per lo più a piedi su sentieri impervi, oppure le coordinate geografiche della rotta balcanica. Intelligentemente, il suo punto è quasi all’opposto il limbo in cui i migranti sono costretti a rimanere fermi, a perdere tempo, energie e speranze in una quotidianità frustrata, bloccati in un (qualsiasi, indefinito) non-luogo squallido e freddo a pochi passi da un confine apparentemente insuperabile come una sorta di controcampo (anche) diurno di finzione neo-neo-neorealista di quello che, l’anno scorso in Waking hours, era stato invece (sperimentalmente) documentato nelle notti sul confine serbo da Federico Cammarata e Filippo Foscarini. È per questo che al film di Sorcinelli non serve alcun preciso riferimento geografico. È più che sufficiente conoscere il punto di partenza dei protagonisti – in questo caso padre e figlio musicisti afghani, in fuga dal divieto totale della musica nel Paese imposto nel 2021 dal regime talebano – e il lungo cammino che stanno affrontando verso la storica melomania e l’apprezzamento dell’Italia. E soprattutto è per questo che i violenti respingimenti, le percosse e anche la morte (al centro, giusto per citare un titolo assimilabile, del Green Border di Agnieszka Holland) vengono qui tenuti rigorosamente fuori o al massimo ai limiti del campo, come una minaccia che costantemente incombe dai bordi dell’inquadratura mentre la macchina da presa sceglie, al contrario, di concentrarsi e di rimanere sempre sull’umano, sulla dignità profondissima di chi è costretto a mettersi in viaggio da clandestino, sulle piccole comunità solidali che ogni giorno si formano e si disfano nei rifugi più o meno improvvisati annullando ogni differenza culturale nella ricerca di una lingua comune con cui essere d’aiuto l’uno all’altro, e non certo in ultimo sul volontariato dei medici occidentali che scelgono di andare in missione per aiutarli, e che sin dalle note di regia nient’altro fanno che incarnare e condividere lo sguardo europeo dello stesso Sorcinelli. Uno sguardo che rimane sempre a pochi passi dai protagonisti per cercare di porsi come interno ed emotivo ma al contempo il più possibile esterno, lucido ed equilibrato, ben cosciente del contesto generale così come delle sfumature e delle complessità della realtà che racconta e mette in scena. Uno sguardo sospeso fra la piena comprensione dei motivi che spingono i migranti a rischiare la vita e la lucida consapevolezza che il confine è stato ulteriormente blindato, e che tentare di passarlo proprio in quei giorni sia più che mai pericoloso; uno sguardo che riscrive a proprio modo la lezione dei fratelli Dardenne in pedinamenti incrociati che preferiscono i volti alle nuche, senza dimenticare di allargare ai campi lunghi per ritrovare la giusta distanza quando prendono il sopravvento il grigiore dell’abbandono o un senso ineluttabile di malinconico smarrimento.

Da una parte Balcanica mette quindi in scena l’anziano Nazar, direttore d’orchestra afghano (interpretato dall’iraniano e grande attore non solo farhadiano Babak Karimi) che non si fida di nessuno e che con il suo piede ferito rallenta ulteriormente un viaggio che sembra senza fine, e suo figlio suonatore di tuba Jalil, che sa parlare anche in inglese fra incontri sempre nuovi, qualche compagno di sventura di cui scoprirsi amici e l’impresa quotidiana di trovare cibo e una presa di corrente per ricaricare il cellulare. Dall’altra, destinata sin dai primi montaggi alternati a incrociare la propria parabola con quella dei due migranti, c’è la giovane dottoressa italiana Greta, cui dà corpo in sottrazione una bravissima Matilda De Angelis fra il senso di impotenza nel rendersi conto che l’aiuto che si può effettivamente dare alle persone è maledettamente limitato e la scelta, folle e commovente, di rischiare personalmente in un potente finale da qualche parte fra l’(anti)eroismo, il thriller e il melodramma di una lacrima al volante e di due mani che si stringono amorevolmente nel vano di carico del furgone. «Non ti affezionare», la ammoniscono sin da subito i colleghi, eppure è già troppo tardi. Qualcosa sembra essere già scattato, in un incontro destinato a segnare e forse a cambiare le vite tanto dei protagonisti in viaggio quanto di chi cerca di tendere loro una mano, nucleo di un film tutto sommato semplice e lineare ma per nulla banale e di certo non privo di picchi emotivi, che nel solo atto di scostare il tappeto e rompere il silenzio per mettere in scena l’umanità – tanto degli “immigrati clandestini” sempre più al centro dei deliri xenofobi quanto dei medici sempre più al centro dei deliri antiscientifici di questa preoccupante contemporaneità – rivendica orgoglioso il suo impegno e anzi la sua ben precisa militanza politica e sociale, il suo invito ad aprire gli occhi e a non essere più complici. Una ben precisa presa di posizione attraverso cui Nicola Sorcinelli, stando bene attento a non scadere mai nel ricattatorio à la Capharnaum ma anzi come si diceva escludendo proprio dal campo (quando necessario proprio letteralmente chiudendo una porta) ogni possibile spettacolarizzazione del dolore o immagine pietistica, rappresenta fedelmente una realtà di forzata sospensione geografica e temporale, in cui non ci sono più cittadini afghani, pakistani, siriani, iraniani o azeri ma semplicemente uomini e donne ormai apolidi, in fuga da guerre e dittature con l’obiettivo comune di ricostruirsi un’esistenza dove sia possibile farlo, lontano da casa, in un altro Paese, in un’altra cultura. Mossi da uno stato di necessità che, lontano anni luce dal mero spirito d’avventura messo in scena pochi anni fa da Matteo Garrone nel suo politicamente (molto) discutibile Io capitano, porta intrinsecamente in filigrana le loro identità e le loro aspirazioni, la loro autodeterminazione e la loro commovente capacità di continuare a sperare nonostante tutto. Non voluti, respinti, rimpallati da accordi geopolitici che li vorrebbero alla stregua di pacchi postali da rimpatriare sani e salvi ma punto e a capo nelle oppressioni che li avevano spinti a tentare la fuga. «Che senso avrebbe, a questo punto, tornare indietro?». Probabilmente nessuno. Meglio andare avanti fino anche a rimanere uccisi, se necessario. Ma con la dignità del vestito buono e con la certezza di averci provato fino all’ultimo, orgogliosamente, consci di essersi meritati la nuova vita subito al di là di quel maledetto confine, per la prima volta davvero liberi di riscrivere il proprio destino. E poi magari eternamente grati a una donna emancipata e disposta a tutto per salvarli, e a quel provvidenziale colpo di clacson a un solo giro di chiave dai mitra in dotazione alla dogana.

Marco Romagna

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