12 Settembre 2026 -

INTERMISSION (2026)
di Yonfan

Difficile farsi un’idea precisa di Yonfan. Sin dalla sua apparizione alla Mostra di Venezia nel 2019 con il suo delirante e, per alcuni, estremamente affascinante tuffo nell’animazione di cui egli stesso ammette di non essere mai stato un appassionato. Con N°7 Cherry Lane, il regista honkongense si era imposto con una personalità la cui originalità sembra essere eguagliata solo dalla sua sfacciataggine. Fieramente melodrammatico e kitch, Yonfan è stato capace di scioccare la Mostra che ha saputo riconoscergli, con un certo coraggio, un’importante legittimità alla sua capacità di creare un immaginario completamente nuovo, fatto di contaminazioni eccentriche e inaspettate, e di un erotismo dagli eccessi inclassificabili. Con Intermission, Yonfan porta sullo schermo la sua autobiografia cinematografica, dove il protagonista, prima di se stesso, sono i suoi film. Il documentario, di quasi quattro ore, è difatti una carrellata quasi cronologica di tutta la sua opera, composta da lunghi inserti, fino ad intere sequenze, dei suoi film, accompagnati saltuariamente dalla voce fuori campo del regista stesso che illustra, a volte con anche brevissimi accenni, le ragioni e gli spunti creativi che lo hanno portato alla creazione di una determinata pellicola. Sotto questo aspetto risiede in realtà la caratteristica più interessante di Intermission. L’aneddotica è infatti ridotta all’osso, come se per Yonfan bastassero i film a “dire” tutto quello che serve. Sin da subito si nota la prima grande contraddizione: da un lato l’artista si fa da parte per dare spazio al regista, dall’altro, ci si trova di fronte a un fluviale epopea autocelebrativa. L’opera prende il sopravvento sull’uomo, come se l’opera fosse troppo grande per essere contenuta all’interno della figura del regista stesso. Il paradosso sta proprio in questa coesistenza di opposti: il narcisismo e l’umiltà, la compostezza e la pacchianeria.
Altro paradosso: se N°7 Cherry Lane rimane il film più disorientante di Yonfan, quello che più di tutti porta agli estremi la sua essenza di autore, è anche al tempo stesso il punto di partenza più corretto per comprendere le sue ossessioni e tutti quei temi che, con Intermission, vengono delineati con ordine e chiarezza: l’erotismo, il ricordo, i tabù sessuali, la nostalgia. Tutto il documentario riflette queste tensioni, come nel momento in cui Yonfan ripercorre, in una breve parentesi, la sua esperienza di drag queen in giro per il mondo. Il regista racconta i suoi film come se fossero delle madeleine proustiane, degli oggetti capaci di generare un insieme amalgamato di ricordi e suggestioni passate, di momenti di vita i cui strascichi restano indefiniti. Questo è ciò che permette al racconto di superare la trappola dell’autocompiacimento o della costruzione di una “mitologia fai-da-te”, per creare qualcosa di assai più intimo e fragile, pur non rinunciando, anche in questo caso, agli irresistibili eccessi e sregolatezze formali del regista.

Il cinema di Yonfan è prima di tutto una grande ode al melodramma, un proseguimento dei dettami sirkiani in chiave post-moderna, ma profondamente ancorata al grande gusto per i personaggi carismatici e per l’eclettismo formale tipico del grande cinema di Honk Kong. Addirittura, si sostiene nel documentario come molti dei canoni estetici della cultura pop della città asiatica siano stati plasmati proprio da Yonfan stesso: ne è una prova il servizio per Playboy su Cherie Chung del 1987, presentato come un catalogo di una mostra di arte moderna all’interno del film. Appunto come i grandi maestri, Yonfan comprende come il melodramma sia innanzitutto uno strumento di distruzione di convenzioni, in cui mai come in nessun altro genere cinematografico la dimensione sessuale/psichica di un personaggio può collidere con quella sociale e politica del mondo che lo circonda. Le storie di Yonfan sono pressoché quasi tutte incentrate su un amore proibito o su forme di sessualità alternative: un incesto fratello/sorella (Story of Rose), un amore fra un teenager vergine e una donna in carriera (In Between), la vita dei transessuali nel quartiere a luci rosse di Singapore (Bugis Street), un triangolo d’amore sadomaso (Colour Blossoms). Questi elementi, come la grande tradizione del melodramma impone, non sono quasi mai fonte di un’esplicita problematicità, ma piuttosto servono a generare tensioni emotive irrisolvibili, un espediente per spingere in avanti e sperimentare con la forma cinematografica, e infine per mettere in scena dinamiche amorose e sessuali non convenzionali. Completamente futili, ad esempio, sono le speculazioni attorno alle preferenze sessuali del regista, in quanto Yonfan, come il suo cinema, vuole essere la dimostrazione di come tali etichette non esistano; oppure, nel caso esistessero, queste dimensioni possono tranquillamente vivere nello stesso corpo e nella stessa anima di un personaggio. Va ribadito: nel cinema di Yonfan i paradossi non solo semplicemente tollerati, sono incoraggiati e incessantemente ricercati. Parallelamente, il suo cinema riesce a essere profondamente ricettivo delle mode e delle tendenze dell’epoca, sebbene la metà dei suoi film, come lui stesso ammette, siano stati dei flop tremendi al botteghino. Intermission quindi assume anche i caratteri di un esame estetico e antropologico sugli ultimi quaranta anni di vita cultirale di Honk Kong, mostrando come gli uomini e le donne (e quindi i divi e le dive) abbiano mutato stile, significato, e aspirazioni. Le prime importanti interpretazioni di Chow Yun-Fat, Maggie Cheung, e Cherie Chong, che troviamo appunto in tutti film di Yonfan degli anni ottanta, sono premonizioni importantissime del destino di una delle più grandi industrie cinematografiche mondiali, che ha creato e trasformato la sua identità attraverso acconciature, tailleur (prima usati dagli uomini e poi dalle donne), neon e luci soffuse.
Presentato all’interno di VeniceOpen – Fuori Concorso all’83esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, Intermission è dunque la porta su un mondo alieno, completamente al di fuori di ogni classificazione all’interno del panorama cinematografico contemporaneo. Autoreferenziale ed egocentrico quanto si vuole, ma anche profondamente sincero e aperto nei confronti delle proprie fragilità, il documentario si trova a cavallo di una perfetta sovrapposizione fra opera, regista, e uomo, sia nella forma sia nei contenuti. Attraverso una poetica in cui l’amore diventa energia vitale, propulsiva e libera, il cinema di Yonfan si fa amare, e in alcuni casi perdonare, proprio per un’unicità che mai sfocia nell’eccentricità fine a se stessa, ma nella precisa e cosciente volontà di mostrare e accostare un insieme di paradossi che caratterizzano le parti più nascoste, meno coerenti e proprio per questo ancora più vere, dell’animo umano.

Marco Baratta

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