9 Settembre 2026 -

UN BON PETIT SOLDAT (2026)
di Stéphane Brizé

Stéphane Brizé, dopo la “pausa” concessasi con il malinconico dramma Le occasioni dell’amore nel 2023, torna a farsi cantore delle storture del mondo del lavoro contemporaneo con Un bon petit soldat, di nuovo in competizione alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia 2026. Ancora protagonista, dopo il film del 2023, Alba Rohrwacher (con il suo splendido accento francese), questa volta accentratrice totale dell’occhio della macchina da presa e della narrazione, mentre Vincent Lindon retrocede in un ruolo di contorno, seppure importantissimo. Lindon era stato l’assoluto protagonista della trilogia precedente di Brizé (La legge del mercato, In guerra e Un altro mondo), passando da una parte all’altra della barricata e interpretando un dipendente di un supermercato, un sindacalista e un imprenditore. Questa volta riprende proprio un ruolo da classe dirigente ma, al contrario di sempre, il suo ruolo è quello del villain soverchiatore ed egocentrico, forza centrifuga che sconvolge la vita di Carla Moretti (Rohrwacher), da poco assurta al ruolo di responsabile delle risorse umane. Un ruolo lavorativo impegnativo e totalizzante, che le cannibalizza vita, privato e affetti e che rappresenta un continuo ed insistito assalto alla sua autostima, alla sua morale, al suo senso del dovere e dell’empatia verso gli altri esseri umani. Tutte cose che ritroviamo nello spot che apre l’opera, dove l’azienda (una compagnia assicurativa con tanti rami di diversificazione) si presenta aperta e inclusiva, mostrando in maniera eccessiva e involontariamente caricaturale la quantità di persone con gravi disabilità che vi lavorano, con l’intento di attrarre giovani laureati dalle facoltà di economia di tutto il Paese. Tutto il team che lo sta visionando sembra apprezzare, fino al parere del capo, che abbaia violentemente contro il concetto stesso alla base, che a suo dire allontanerebbe i giovani promettenti invece di attrarli. Lo spot che sarà poi successivamente approvato, e che vedremo girare in vari segmenti durante il minutaggio, esalterà invece l’ambiente di lavoro e il rispetto tra colleghi che vi alligna: peccato che, come del resto sempre accade in pubblicità, sia tutto spudoratamente falso. L’ambiente aziendale è un coacervo tossico di capi e capetti, delatori e vessati, tutti spinti a dare più del loro massimo, con il gigantesco paradosso che il 100% di rendimento viene considerato un modo di sedersi, di performare senza stimoli. Chi arriva ed è abituato/a all’eccellenza, come la protagonista, è spinta a non mollare mai la presa, a fare straordinari, a lavorare nei weekend. Nel film non vediamo MAI Carla in altri posti che non siano l’ufficio e le sue vicinanze, ogni conversazione con l’altrove (l’ex marito, la madre, il figlio) avviene tramite uno schermo di computer, spesso nell’ufficio deserto dove ormai è rimasta solo lei. Quella vera e propria trincea in cui si trova, sempre con elmetto e baionetta spianata, è naturalmente una posizione lavorativa di eccellenza e presumibilmente molto ben pagata ma, come già in Un altro mondo, Brizé ci fa empatizzare con il vertice della piramide per sottolineare quale tipologia di persone e di vite sovrintendono alla quotidianità di centinaia di sottoposti. Anche i ricchi piangono insomma, e chi invece ha bisogno dello stipendio per mantenere il proprio tenore di vita vive nel terrore di scendere anche solo un gradino.

Il regista, anche sceneggiatore insieme ai sodali Coralie Amédéo e Olivier Gorce, ha dichiarato come ispirazione gli studi dello psichiatra e psicanalista francese Christophe Dejours, esperto dei meccanismi di assoggettamento psicologico del mondo dell’impresa. In estrema sintesi, il suo lavoro descrive l’ambiente aziendale medio come plasmato da regole arcaicamente e concettualmente maschiliste, in cui a ogni individuo è richiesto di affermare la propria idea di potere, di nascondere a tutti i costi le proprie vulnerabilità, di adottare il linguaggio virile e dominante della forza. E non potrà certo essere la (ridicola) figura di un happiness manager che organizza incontri stupidi in cui applaudirsi a vicenda come sordi a risolvere i problemi strutturali del capitalismo più feroce, la sua spinta alla competitività che conduce al cannibalismo fra colleghi, il suo anteporre il profitto a qualsiasi comprensione umana. Al massimo potrà portarne fino al punto di ebollizione l’ipocrisia, mentre parla di inclusione e tenta di nascondere il veleno sotto al tappeto. Proprio quando devia da questi meccanismi Carla viene messa sotto accusa: cercando di risolvere un complicato caso di mobbing, la sua umanità nel cercare di riposizionare le coinvolte facendo il bene dell’azienda (che sarebbe esattamente il senso profondo del suo lavoro, in pratica) viene malamente percepita e innesca una spirale che questa volta non avrà nemmeno il sussulto finale di dignità come regola del manuale di sceneggiatura insegna. Il film si chiude sul suo volto provato, teso, dopo che poco prima si era lasciata andare a uno sfogo in ambito familiare che non è null’altro che la dislocazione su soggetti più fragili (il figlio) della tensione accumulata, della pressione eccessiva, del ritrovarsi a sua volta parte del paradosso e di quel problema che avrebbe voluto risolvere. Dello sprofondare della sua etica e dei suoi sentimenti, che si devono necessariamente adeguare al Sistema per non esserne a loro volta espulsi come oggetti estranei e poco performanti. Una splendida interpretazione di Alba Rohrwacher fra la fragilità da dissimulare e la sua disgregazione morale, la regia di Brizé che non perde un dettaglio e non concede pause, la livida fotografia di Antoine Héberlé che spegne i colori di un mondo da tempo senza alcun tipo di gioia, una sceneggiatura spietata che ora fa ridere e ora rende furibondi: tutti gli elementi concorrono alla riuscita di un’opera che fila via dritta e senza pause, che non concede respiro allo spettatore, che trova l’empatia attraverso l’utilizzo di tutti i mezzi che il cinema mette a disposizione. Un film che rende palese il collegamento tra l’essere sociale e quello intimo, attraverso un sistema economico deregolato che cerca di rendere tutti Un bon petit soldat, alla stregua di robot senza volontà propria e totalmente dediti ad una causa che non è la loro e di cui non conoscono i fini ultimi, se non attraverso una conoscenza limitata alla singola mansione e sempre più parcellizzata. Brizé riesce ormai a ottenere il risultato con la semplicità che solo i grandi sanno restituire al proprio pubblico, portando sullo schermo un film semplicemente bellissimo.

Donato D’Elia

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