14 maggio 2018 -

SHOPLIFTERS (2018)
di Hirokazu Kore-eda

Ci hanno insegnato la meraviglia
verso la gente che ruba il pane
ora sappiamo che è un delitto
il non rubare quando si ha fame
Fabrizio De André, “Nella mia ora di libertà”, dall’album Storia di un impiegato, 1973

La famiglia, i bambini, la loro visione ingenua e poetica del mondo. Il (non) dubbio etico e morale, il (non) senso di colpa pubblico e privato, la povertà e la dignità degli ultimi. La semplicità del quotidiano, le ragioni del sangue contro quelle dell’affetto, il cuore contro la legge, chi fa i figli contro chi li cresce. Le difficoltà nel vivere cercando di difendersi da una società sempre più spietata, cinica, asfissiante, il cui ritorno allo status quo è l’esatto opposto della giustizia e dell’umanità. In Shoplifters, letteralmente “taccheggiatori”, ma nel titolo francese con il quale il nuovo film di Hirokazu Kore-eda è stato presentato in concorso a Cannes 71 si tratta più semplicemente di Une affaire de famille, ci sono ancora una volta tutte le tematiche di riferimento del cineasta nipponico, che torna in un certo senso a lavorare su Like father, like son declinando questa volta lo scambio di famiglia in un vero e proprio consapevole cambio deciso spontaneamente dai bambini. Già, i bambini, sempre protagonisti, sempre vittime, sempre innocenti, ma questa volta di fronte a una nuova possibilità. Dalla freddezza dei genitori biologici vedono e provano forse per la prima volta l’umanità bruciante e disperata di chi è disposto ad accoglierli nella propria casa, nella propria vita e nella propria famiglia, vedono e provano forse per la prima volta l’amore genitoriale e lo scelgono deliberatamente, lasciandosi alle spalle soprusi, percosse, disinteresse, genitori che non sono mai stati genitori. Si entra così, semplicemente infilandocisi, in casa Shibata, trovando la decana nonna ex-prostituta sulla cui pensione si basa buona parte della sopravvivenza della famiglia, trovando le sue due nipoti delle quali una ha seguito le sue “antiche” orme lavorative in un locale a luci rosse fra sexy show allo specchio e privé con i clienti più timidi e l’altra è impiegata senza alcuna sicurezza in una piccola lavanderia, trovando il di lei marito Osamu, operaio altrettanto sottopagato in un cantiere, e trovando il loro primo figlio Shota, perfetto complice di quel padre di fatto che ha spontaneamente scelto – ma che non chiamerà mai «padre» – nei suoi piccoli furtarelli al supermercato e nei negozi, con i quali sopravvivere alla cruda quotidianità dei salari insufficienti. Un giorno, tornando da una delle loro sessioni di “spesa”, Osamu e Shota troveranno una bimba sola e impaurita, decidendo di darle ricovero per una notte. Al termine della quale, ovviamente, la bambina picchiata in passato da genitori talmente pessimi da aspettare due settimane dopo la sua fuga per denunciarne la scomparsa diventerà la nuova figlia. Quello della piccola Yuri, pochissimi anni e una tenerezza infinita, nella giustizia morale che dovrebbe stare ben al di sopra del diritto penale non è in alcun modo un rapimento, ma è il tendere una mano, è l’offrire un aiuto, è il chiamare a far parte del proprio focolare domestico chi anela quell’affetto che non ha mai trovato nella propria famiglia naturale. In una parola è un’adozione.

Nella famiglia (stabilita in quanto tale perché vuole essere una famiglia) Shibata si vive insieme perché si vuole vivere insieme, perché ci si vuole aiutare e supportare a vicenda, perché ci si vuole amare liberamente di un amore puro, totale, disinteressato, senza vincoli di legge né alcuna necessità di vincoli di sangue. Ma quello fra gli Shibata è un amore talmente cristallino da essere nei fatti impossibile, al di fuori della società e della legalità, non riconosciuto, né riconoscibile, dalla legge. Quello in cui Yuri viene ammessa e abbracciata, diventando a tutti gli effetti tranne quello legale una seconda figlia, è un focolare domestico che non riesce più, come fu nel passato cinematografico del regista, a porsi come il luogo protetto nel quale chiudersi mentre il mondo continua ad andare avanti nelle sue ingiustizie. Sarà anzi amaramente, e forse inevitabilmente, la nuova terra di conquista dell’iniquità sociale, della negazione di carità, dell’ottusità del Giappone di Shinzo Abe – e del mondo “civilizzato” tutto –, per il quale «I figli devono essere cresciuti dalle proprie madri», punto. E poco importa che le loro madri non li amino, poco importa che per loro la figura materna e quella paterna siano ormai altre, quelle di chi li ha accolti, quelli di chi ha dato loro quell’affetto genitoriale che mai avevano ricevuto. Proprio qui, in questa dolente constatazione pienamente politica e profondamente umana, pervasa dell’amarezza straziante e poetica di uno sguardo finale (anzi due) all’indietro senza più trovare il proprio padre, sta la migliore intuizione del nuovo film di Kore-eda. Eppure questa volta, tanto vale dirlo subito, il meccanismo del cinema del regista nativo di Tokyo sembra essersi per la prima volta in carriera un po’ inceppato, come se mancasse una reale ispirazione, come se una sorta di automanierismo che a tratti pare quasi sconfinare nell’autoparodia avesse preso il sopravvento, incanalando Shoplifters sui sentieri di un pilota automatico un po’ stanco, che solo a tratti trova il “vero” Hirokazu Kore-eda, il suo acume, il suo trasporto e la sua intensità abituali. Certo, ci sono non poche sequenze di pura potenza poetica, dalla famiglia in spiaggia che gioca insieme saltando le onde sul bagnasciuga all’intensità attoriale di Sakura Ando, adorabile sin dai tempi del capolavoro di Sion Sono Love Exposure, che riesce a instillare nel suo sguardo addolorato e privo di speranza tutta la disperazione e tutta la mancanza di speranza del regista, passando per quell’unica e liberatoria scena di sesso – lasciata intelligentemente fuori campo ma filmata nell’intimità ritrovata del prima e del dopo – che si può consumare nell’unico momento in cui la coppia si ritrova da sola in una casa minuscola e affollata, priva persino dell’acqua corrente, nella quale sei persone convivono in una sola stanza. E ci sono pure riflessioni tutt’altro che banali, sul ruolo e sul senso della famiglia così come sulla forza del proletariato, sulla verità e sulla menzogna, così come sulla costante messa in scena in cui vive chi deve riuscire a non dare nell’occhio, che fanno di Shoplifters un comunque “buon film”. Ma Hirokazu Kore-eda, nella sua carriera ultraventennale, ha ampiamente dimostrato di saper fare molto più di questo, di saper essere più intimo e molto più lucido, di saper maneggiare con maggiore cura e ispirazione la narrazione e le tematiche sulle quali da sempre si interroga, e per questo il pur interessante e umano Shoplifters, probabilmente il suo lavoro più amaro e dolente, ma anche quello dal quale emergono qualche inaspettata approssimazione e qualche ridondanza, finisce per configurarsi (in mezzo a un quasi generale e apprezzamento, va detto) come una delle mezze delusioni di questa Cannes. Ed è sempre un piccolo trauma quando il nuovo film di un regista che si adora e che si segue da tempo immemorabile – il che, ovviamente, alza le aspettative – non riesce a entrare fino in fondo negli occhi e nel cuore, non riesce a colpire e trasportare ma solo a “interessare”, non riesce a “piacere” davvero, senza riserve e senza remore.

Shoplifters ha di certo dalla sua un incipit folgorante, che quasi strizza l’occhio alla commedia slapstick nella vera e propria organizzazione familiare di esche e distrazioni con cui riuscire, in un lavoro di gruppo, a portare via il cibo dal supermercato. Così come è altrettanto splendido il finale, fatto di saluti al (non più) padre e di sguardi malinconici nel vuoto e non/mai più negli occhi, e in mezzo non manca, nello sviluppo del melò familiare, qualche momento in cui Kore-eda torna finalmente alla sua consueta densità e alla sua consueta poetica, fra cicatrici che si scoprono uguali fra “madre” e “figlia”, bizzarri rimedi medici proposti dalla saggezza popolare della nonna e dentini caduti scagliati sul tetto come atto benaugurante. Ma si tratta di istanti sparuti, quasi isolati fra le pieghe di un film meno riuscito del solito, inaspettatamente meccanico, che durante lo scorrere dei titoli di coda lascia con un sapore amaro in bocca. Quello stesso sapore, se vogliamo, che aveva lasciato la Pietà secondo Kim Ki-duk ai tempi della sua prima proiezione (con tanto di generosissimo Leone d’Oro elargito nel corso della prima edizione del Barbera-bis) a Venezia. Sia ben chiaro: Shoplifters è un film decisamente superiore a Pietà, e il nostro paragone non vuole essere sull’effettiva qualità dei film, ma piuttosto sul loro ruolo all’interno delle rispettive filmografie degli autori. Dopo un lavoro atipico (l’autoanalisi eremitica di Arirang nel caso del regista coreano, l’inedita incursione nelle forme di uno spiazzante quanto riuscito noir giudiziario per il Kore-eda di The third murder), Pietà ieri e Shoplifters oggi segnano infatti il ritorno dei rispettivi autori alle forme più canoniche del loro cinema, ed entrambi lo fanno in una sorta di “tono minore”, con un’inaspettata approssimazione nel riproporre schemi e tematiche avendo apparentemente meno da dire, con una sceneggiatura e una messa in scena più superficiali rispetto alle abitudini. Ma se nel caso di Kim Ki-duk Pietà è stata una cesura, una chiusura con quel cinema per aprire una nuova, minore ma comunque interessante e decisamente più depressa, fase della sua carriera, nel caso di Kore-eda Shoplifters si pone per ora come un semplice e improvviso passo stanco, come un film/campanello d’allarme che, seppure ancora doloroso e stratificato, rivela tutti i possibili limiti della scrittura e della costruzione del cinema semplice e intimo del suo autore, e apre ai dubbi su una sua possibile stanca ripetitività “per portare a casa” un film all’anno o giù di lì. Nella famiglia allargata, “de facto”, che Shoplifters mette in scena, il film di Kore-eda inanella ancora una volta quelle che sono sempre state le più tipiche tematiche del suo regista, continuando a interrogarsi su famiglia biologica e famiglia adottiva, sulle classi sociali del Giappone di oggi e sulla dignità degli individui, sugli interessi (o disinteressi) e sui sentimenti che innervano ogni rapporto umano, ma questa volta finisce per rimanere troppo trattenuto nell’emotività, e al contempo per fermarsi ad assunti giusti ma tutto sommato banalotti, scontati (che i figli siano di chi li cresce e non di chi li partorisce non ci pare questa grande novità, come non ci pare una grande novità che giustizia e legge si trovino solo di rado a coincidere), già portati alla luce con maggiore acume da altri lavori del passato, e magari espressi con un inspiegabile, soprattutto conoscendo e apprezzando da molto tempo l’autore, eccesso di retorica nei dialoghi. La ridondante frase «Dare alla luce un figlio rende automaticamente una madre?», messa in bocca al personaggio interpretato da Sakura Ando nel momento in cui la polizia la metterà sotto torchio in sostanziali interviste frontali guardando in macchina, suona in questo senso quasi come un’ovvietà inutilmente palesata dalla parola dopo essere stata già ampiamente espressa dal cinema, e non è la sola “verità” incolore che viene troppo apertamente esplicitata nei fitti dialoghi, quasi come se il regista questa volta non si fidasse fino in fondo della sua narrazione e della sua, incontrovertibile, capacità di comunicare per immagini e linguaggio.

E poi, fra i problemi di Shoplifters, ci sono anche i suoi intenti che qua e là parrebbero quasi farsi, nella loro volontà di negare il moralismo, inspiegabilmente moraleggianti. Se infatti è interessante e acuta la riflessione amara e disillusa secondo la quale il degrado di una società iniqua e disumana finisce inevitabilmente per portare alla degenerazione anche la famiglia, fino a ridiscutere lo stesso meccanismo di identificazione dello spettatore in quella famiglia dipinta come idillio d’amore e di arte dell’arrangiarsi, convincono decisamente meno le modalità con le quali questo avviene, e le verità che saranno destinate a emergere. Kore-eda le racconta, sia ben chiaro, senza alcuna volontà di giudicare o far giudicare i suoi personaggi, o meglio ancora continuando a stare apertamente dalla loro parte, ma si fa lo stesso fatica a non considerare le rivelazioni di omicidi e di interramenti passati un qualcosa di troppo, quasi al limite del gratuito, e in un qualche modo in conflitto con il senso stesso del film. Perché, per esempio, una madre-non-madre che quasi incarna l’amore materno si deve necessariamente scoprire assassina dell’ex marito? E perché deve essere solo lei a pagare con il carcere quando Osamu è stato, e la polizia lo dice chiaramente, suo complice nei “sequestri di minore” e negli “occultamenti di cadavere”? “Perché anche l’omicida può essere più umano di chi lo giudica”, potrebbe essere una risposta sensata alla prima domanda pur rimanendo la forzatura narrativa, ma anche questo assunto non esce in realtà dagli standard, e i dubbi sul prefinale, al di là dell’ambiguità che incarna per ripensare alla moralità della famiglia, rimangono purtroppo intatti, in un gioco alla ridiscussione che questa volta non parrebbe riuscire a uscire dalla sua natura, appunto, di “gioco”. Anche quando, non solo per la morte della nonna, le difficoltà economiche si saranno fatte sempre più gravi, suona quasi contraddittorio il furto “antietico” del padre Osamu non più dai negozi, dove «la merce non è ancora di nessuno», ma da un’automobile privata parcheggiata in un piazzale, così come lascia più d’una perplessità, per quanto sia dettato dalla purezza dell’infanzia, il convincersi dei due giovanissimi protagonisti che la chiusura – in realtà solo temporanea e per lutto – del piccolo negozio dove sono soliti taccheggiare sia in realtà un fallimento dovuto alla loro colpa, ai loro furti, agli ammanchi di cassa che quotidianamente provocano. Tanto che Shota si farà “beccare” apposta, fuggirà, e durante la fuga si lancerà da un viadotto e finirà in ospedale, trascinando la famiglia Shibata al di fuori di quel cono d’ombra e d’amore puro ma clandestino nel quale era necessario che si nascondesse (non mandando i figli a scuola, inventando nuovi nomi e nuove biografie, vivendo nei silenzi e nelle fondamentali bugie) alla collettività e alla legge per proteggere il suo idillio d’umanità. Negli sviluppi e nei ribaltamenti di Shoplifters, Kore-eda finisce così, probabilmente senza volerlo, per instillare dubbi di un’ambiguità quasi fuori luogo sull’effettiva piena legittimità del furto per fame, postulato su cui la famiglia – e il film – basa la propria sopravvivenza, innervandolo il film di ulteriori riflessioni e di tridimensionalità etica dei personaggi, ma finendo al contempo quasi per tradire quelle che erano le regole base da lui stesso imposte nella costruzione degli Shibata.

Eppure, nella minuziosa costruzione di un Giappone sottoproletario e indifeso fatto di lavori provvisori e di case scarsamente riscaldate, nell’interrogarsi apertamente sul ruolo, sulla volontà e sui sentimenti della famiglia, nel mettere in aperto conflitto la società e il privato domestico, i genitori biologici e quelli che danno amore, la famiglia “ufficiale” e quella volontaria e “proibita”, la menzogna delle parole e la realtà delle immagini, e non certo in ultimo nel cuore (seppure meno caldo, o per lo meno non riscaldante come le altre volte) con cui ogni personaggio viene ritratto e dolcemente filmato, Hirokazu Kore-eda si schiera ancora una volta e con afflato forse ancora più deciso di altre volte con gli ultimi, con i reietti, con i socialmente “cattivi”, che invece sono spesso molto migliori dei “buoni”, molto più sinceri, molto più emotivi, molto più di cuore. Si schiera apertamente con chi è costretto a una piccola (e vana) resistenza quotidiana e familiare contro una società spersonalizzante, e per questo sarà ancora una volta schiacciato, “punito”, sconfitto. I “taccheggiatori” di Kore-eda rubano e si prostituiscono, è vero, ma il regista – atto di per sé cinematograficamente coraggioso e pienamente politico nel Giappone di ieri e di oggi – prende fino in fondo le loro parti, si siede al loro fianco, rema insieme a loro contro le peripezie della vita, lasciando che emerga tutta la loro profonda dignità messa in scena con sguardo sincero e intimo, pudico e di onestà specchiata – anche nei furti, per lo meno in questi furti ben più onesti dei processi che restituiranno i bambini a quei genitori “ufficiali” che potranno ricominciare a ignorarli e maltrattarli. Tanto che ci si ritrova a pensare, anche se in sostanza freddi di fronte a un film su cui le aspettative erano molto alte e in primo luogo profondamente dispiaciuti per questo, a come da Shoplifters traspaia comunque la pura autorialità di un regista gigantesco, traspaia comunque la contemporaneità (o atemporalità) delle sue ossessioni, traspaia comunque la sua capacità di scandagliare i sentimenti e l’umanità più straziata, e soprattutto traspaia forse mai come questa volta tutta la sua profonda e amara disillusione, declinata in un film pessimista, dolente, probabilmente sofferto ben più di quanto non dia a vedere. Tanto da riaccendere quasi subito la speranza e la convinzione che, già dal prossimo lavoro, Hirokazu Kore-eda possa tornare alle sue abituali vette. Sempre con la consapevolezza che, a prescindere da cosa dirà il futuro e molto più prosaicamente, magari tutti i film “problematici” e “difettosi” fossero così! E che di certo non può bastare un lavoro un po’ meno riuscito del consueto, che sarebbe probabilmente un esordio folgorante ma che nella carriera di un maestro (mai abbastanza) conclamato come Hirokazu Kore-eda sembra quasi un piccolo passo indietro che per la prima volta apre a qualche dubbio e a qualche riserva ben definiti, per smettere di volere bene a un autore e a un uomo dalla sensibilità da sempre così straordinaria, e così profondamente necessaria.

Marco Romagna

edit 19/05/2018: Palma d’Oro a Cannes71. Un premio del quale, ben al di là delle perplessità, non possiamo che essere felici. Certo, Kore-eda lo avrebbe meritato prima e per film ancor più centrati, ma ci si accontenta molto volentieri. Che sia una ricompensa o meno alla carriera, la Palma per questo film probabilmente meno riuscito di altri è la doverosa consacrazione festivaliera di un gigante del cinema, per un uomo dal cuore infinito, per un autore da sempre sottovalutato e del quale non si può fare a meno, unico nella capacità di indagare con sensibilità, sincerità e levità sempre spiazzanti e sublimi nei rapporti affettivi fra gli esseri umani. Ben al di là dello scampato pericolo per quella che era la vittoria annunciata del ricattone (im)morale firmato Nadine Labaki, del quale la semplicità e il sentimento puro e disinteressato di Kore-eda sono, a prescindere dalla riuscita o meno del singolo titolo, l’esatto opposto. Per fortuna. Brava Cate Blanchett, brava Kristen Stewart!

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