12 Maggio 2018 -

LA STRADA DEI SAMOUNI (2018)
di Stefano Savona

Samouni road è quella strada dove si trovava il sicomoro sotto il quale si davano appuntamento gli uomini del villaggio che ora rivivono solo nelle fotografie appese alle pareti. Ridevano, scherzavano, si preoccupavano, si organizzavano, e soprattutto cercavano di resistere ai sempre più duri soprusi bellici israeliani. Sarebbero forse potuti scappare, ma hanno preferito restare nelle loro case, nella loro terra, nel loro distretto di Zeitoun, sud di Gaza, vivendo il proprio villaggio come una comunità coesa, come un clan di uomini innocenti, come una vera e propria famiglia resistente. Già, una famiglia. Perché Samouni road è molto più della strada su cui si affacciavano. È la famiglia Samouni, una famiglia allargata, una famiglia che ai propri nomi di battesimo ha deciso di aggiungere il cognome della propria casa, o meglio del proprio agglomerato di case. Poi però c’è stata la notte del 4 gennaio 2009, c’è stato il raid israeliano dell’“Operazione Piombo Fuso”, che invece i palestinesi chiamano con il suo vero nome, “massacro”, ci sono stati i ventinove uccisi della famiglia Samouni con netta predilezione per anziani, donne e bambini, ci sono stati i bombardamenti sui civili e sulle abitazioni direttamente dai droni, c’è stata la cacciata dalle case dei superstiti, c’è stata la demolizione del villaggio, e i padri di chi era rimasto orfano sono diventati martiri, lacrime, orgoglio, immagini, ricordi. Poi, per fortuna, la guerra è finita, e quel che era rimasto della famiglia Samouni è potuta tornare in quel che era rimasto delle proprie case per provare a ricominciare a vivere. Con i suoi adulti impegnati a ricostruire la moschea, con i suoi ragazzi pronti a ripiantare il sicomoro che fu dei loro nonni e dei loro padri, con i suoi bambini magari senza più i genitori, ma mai davvero soli, perché nella famiglia Samouni non si può rimanere soli.

Stefano Savona, documentarista palermitano che già in carriera si era spinto a filmare in Kurdistan e in Egitto, e che già nel 2009 con Piombo Fuso aveva ben conosciuto e mostrato al mondo Gaza e il suo omonimo massacro, si inoltra con garbo nella famiglia Samouni raccontando la sua storia e il suo profondo senso di appartenenza attraverso ricordi e testimonianze colte nella quotidianità, mentre si fa il pane in casa, mentre si raccolgono olive, mentre i bambini, che magari hanno dovuto convivere per anni con un proiettile nel cranio, giocano a disegnare con i carboncini e qualcuno arriva a cancellare con la sabbia le loro discutibili velleità artistiche. Ma la sabbia non cancella il trauma, non cancella la Storia, non cancella la memoria. Una memoria presente però solo nei sopravvissuti, senza altri testimoni, e che un po’ secondo l’esempio della plastilina di Rithy Panh nel suo capolavoro L’image manquante, Savona affida al bianco e nero dell’animazione “rigata” di Simone Massi, che prima entra nel ridare un volto ai padri contribuendo al mosaico umano nel quale la macchina da presa di Savona raccoglie le sue testimonianze. Fino a quando, in una magnifica parte centrale che è nettamente la migliore intuizione e il reale valore aggiunto del film presentato alla Quinzaine des Réalisateurs edizione numero 50, Savona ricostruisce la nottata del massacro alternando l’abituale stile di Massi con la “soggettiva” del drone che punta dritto su Samouni road. Senza dimenticare la poetica dell’infanzia, perché il raid d’animazione inizia come un sogno, come uno stormo di uccelli che, quasi all’improvviso, apriranno le zampe sganciando le bombe, e quando il bambino spaventato aprirà gli occhi si renderà conto che la realtà è ben peggiore di quello che il suo subconscio stimolato dalle esplosioni circostanti stava riuscendo a immaginare. Il lavoro di Simone Massi, nell’economia complessiva di Samouni road, è centrale al punto di chiedersi per quale motivo non sia stato accreditato come co-regista, ma il suo lavoro è stato puramente tecnico, eseguito sugli storyboard e sulle indicazioni di Stefano Savona, non solo l’autore e l’organizzatore generale del progetto, ma anche colui che fisicamente è stato a Gaza, colui che ha conosciuto e ha convissuto con la famiglia Samouni, colui che l’ha filmata nella sua scoperta dell’acqua corrente come novità che cambia la vita, nella sua progressiva ricerca di normalità, nella sua profonda dignità e nella sua appartenenza, nei suoi riti, nei suoi ricordi, nei suoi matrimoni. Nelle sue voci, uniche depositarie della verità passata sotto ai loro occhi, nei loro affetti e nel loro sangue, e che anche in un documentario (quindi nel “cinema del reale”) per essere mostrata deve necessariamente essere ricostruita (e quindi messa in scena, artefatta come il cinema di finzione). Ed è proprio in questo paradosso teorico che i lavori di Stefano Savona e Simone Massi trovano il suo ideale matrimonio artistico.

Certo, al lavoro di Savona potrebbe probabilmente giovare qualche colpo di forbice (130 minuti, con questo materiale, sono probabilmente eccessivi), e forse, nella volontà del regista di cercare così numerosi dettagli nella quotidianità di una ricostruzione che è a tutti gli effetti un risorgere dalle proprie ceneri, non sarebbe così sbagliato e ingeneroso ritrovarsi a riscontrare una prolissità che a tratti sconfina in un’ampollosità un po’ retorica dello sguardo. Eppure, anche nei suoi limiti, forse anche per i suoi limiti, Samouni road è un film che va assolutamente difeso. Perché, prima di tutto, il film di Stefano Savona è un ostinato atto di giustizia, è un’aperta negazione della morte, è un riportare in vita, per lo meno nell’ambito dell’animazione, quei volti della resistenza palestinese che non potranno mai più sorridere. Israele ha compiuto, impunita, un atto (crimine?) di guerra che sconfina nel terrorismo di Stato e nella pulizia etnica, mandando fucili di precisione, droni e carri armati contro civili disarmati ordinando di sparare anche ai bambini, e quando la famiglia Samouni, due anni dopo o giù di lì, è potuta finalmente rientrare nelle rovine delle proprie case, ha trovato graffiti sui muri con scritto «palestinesi siamo arrivati», disegni di bare e tombe, o le ancora più esplicite scritte «arabi pezzi di merda». Del resto, anche dopo la fine del conflitto, anche durante la (per lo meno apparente) normalizzazione, in televisione passano ancora canzoncine per bambini di pura propaganda religiosa, perché politica e religione vanno quasi sempre a braccetto, e a volte sconfinano in atti atroci, in sangue, in morte. Nel mostrare l’unità della famiglia Samouni, Stefano Savona riflette insieme a loro su come sia al contrario proprio la divisione del mondo islamico (fra sciiti e sunniti, tanto per iniziare) la vera debolezza panaraba, la vulnerabilità per la quale sono stati (e potenzialmente sono ancora) possibili massacri come quello perpetrato a Gaza. Rimangono i padri crivellati di colpi prima che possano parlare mentre i figli, illuminati dal laser, si ritrovano di fronte alla bocca di un’arma automatica. Rimangono i bambini che preparano i caricatori, rimane l’atroce momento della conta dei vivi e dei martiri. Ma soprattutto rimane il soldato alla guida del drone che, certo di avere nel mirino vittime civili, rifiuta di fronte all’ennesimo ordine di aprire il fuoco. Rimane il ritorno dopo la tempesta, rimane l’etica di Stefano Savona, in mezzo a loro a remare insieme a loro, e soprattutto rimangono gli abbracci di un anno dopo, quando il villaggio è rinato, quando la moschea è di nuovo in piedi, quando i giovani ricominciano a conoscersi, ad amarsi, a legarsi in matrimonio. A costruire un futuro ripartendo dal passato, dalla memoria, dal sicomoro simbolo di appartenenza, di vecchia saggezza, di resistenza.

Marco Romagna

Roma, 02 ottobre 2018
Si comunica che il film che “LA STRADA DEI SAMOUNI” di Stefano Savona
distribuito dalla Cineteca di Bologna
è stato designato Film della Critica dal Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani – SNCCI con la seguente Motivazione:
Dopo il racconto in diretta della tragedia in Piombo fuso, testimonianza al presente dell’omonima operazione militare israeliana, Stefano Savona gira un film complementare, legato al ricordo del trauma passato e soprattutto allo sguardo verso il futuro. Nei disegni animati di Simone Massi, la memoria della strage da elaborare e superare per ricostruirsi un possibile avvenire diventa un documentario anti-retorico e sensibile, in cui si riflettono tutti i paradossi di un conflitto, dove uomini e donne cercano di sopravvivere alle proprie ferite.
(uscita 08 ottobre 2018)
“Samouni Road” (2018)
128 min | Documentary, Animation | Italy / France
Regista Stefano Savona
Sceneggiatori Stefano Savona, Penelope Bortoluzzi, Léa Mysius
Attori principali N/A
IMDb Rating 7.3

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