6 agosto 2018 -

MENOCCHIO (2018)
di Alberto Fasulo

Nel corso degli otto secoli più bui della storia del cattolicesimo, quelli nei quali fra il medioevo e le sue propaggini è stato attivo il tribunale dell’Inquisizione, sono stati 703 gli eretici condannati a morte per impiccagione o sul rogo. Uomini e donne con la “colpa” di pensare e di portare avanti le proprie idee, uomini e donne disposti a mettersi apertamente e fino alla morte contro un’autorità troppo più grande di loro, uomini e donne il cui vero “peccato” probabilmente non era nemmeno tanto quello di avere messo in discussione i precetti secolari della chiesa, ma il suo intoccabile potere terreno, i suoi lussi e privilegi, il suo predicare povertà dagli scranni d’oro fra minacce, torture, sevizie e ripetute condanne a morte. E la chiesa, da sempre politica ben più che religione, autoreferenzialità ben più che umanità, al tempo più che mai ostentazione del suo potere e della sua presunta superiorità sugli uomini umili e sulle altre religioni ben più che professione di Fede, non poteva di certo permettersi di vedere il suo potere incrinato da dubbi e voci contro. Specialmente quando, in un mondo contadino di classi sociali e di analfabeti indottrinati e manipolati dai religiosi unici letterati, l’eretica voce contro era quella di un modesto mugnaio come Domenico Scandella detto Menocchio, nato e vissuto nel minuscolo borghetto friulano di Montereale Valcellina.
Fattore e libero pensatore, contadino e filosofo, Menocchio era arrivato ai suoi dubbi sulla verginità della Madonna e al suo sostanziale materialismo sulla natura umana di Dio da solo, senza indottrinamenti, e sempre da solo e fino alla morte, seicentosettantaquattresimo uomo giustiziato sul rogo in nome della croce in una data ormai dispersa fra il 1599 e il 1600, ha portato avanti le sue idee con la dialettica delle sue risposte pronte, acute e probabilmente piccate lanciate a testa bassa contro quel potere fondato sull’oscurantismo e sull’ignoranza della gente. Parte dalla sua storia Menocchio, nuovo e ambizioso lavoro di Alberto Fasulo che ritorna alla finzione cinque anni dopo aver vinto con Tir la seconda e penultima Roma mülleriana e al Festival di Locarno tre dopo la non fiction di Genitori, ma non è tanto il suo sacrificio, annunciato semplicemente per iscritto nei cartelli finali, a interessare l’autore friulano. La sua esecuzione sul rogo, anzi, rimarrà ampiamente fuori campo, destinata ad avvenire dopo una seconda denuncia e un secondo processo con l’aggravante della recidiva ben quindici anni dopo gli eventi messi in scena da Fasulo, che si concentra invece sul suo primo arresto di Menocchio, sul primo processo subìto, sulle testimonianze dei compaesani/discepoli che lo accusano e lo denunciano oppure minimizzano i suoi peccati, sul buio umido e incrostato di mattoni vivi e muffa che avvolge le pareti brulle della sua cella contrapposto all’opulenza degli ambienti sovrastanti e degli abiti talari indossati da chi lo giudica, sulla sporcizia che ricopre ormai come un’incrostazione il suo corpo sotto giudizio di fronte agli anelli cardinalizi e alle convenienze politiche di chi vuole riconvertire l’uomo per accrescere ulteriormente la propria aura di divinità e di onnipotenza, fino a quell’abiura letta fra i denti e con la voce che si fa ferma solo nel negarla. Un’abiura obbligata, estorta, che però nient’altro è che una nuova sfida, l’unica menzogna pronunciata da un uomo per il resto incapace di mentire come unica via per poter continuare a portare avanti la propria non solo personale resistenza.

Perché è una storia universale e paradigmatica, quella di Menocchio. È la storia di tutti quelli che, pur consci di non potere in alcun modo vincere, decidono di non piegarsi, continuano a resistere con le unghie e con i denti sulla via delle proprie convinzioni, lottano per una libertà di pensiero che è libertà personale, umana, spirituale, culturale e politica. È la storia di tutti coloro che rifiutano le imposizioni e gli indottrinamenti preferendo l’uso della critica e dell’intelletto, di tutti coloro che vogliono riflettere con la propria testa ed esprimere liberamente le proprie opinioni, di tutti coloro che si ribellano sostituendo i libri all’ignoranza e la ragione alla paura indotta da chi la cavalca per i propri interessi. Mentre la chiesa medievale, con i suoi agi e con la sua autorità di vita e di morte sugli uomini, con la sua incontestabilità e con l’incontrovertibilità della sue pressioni e delle sue decisioni, nient’altro è che ogni potere nel mondo, mantenuto alla stregua di un regime del terrore sotto la minaccia della dannazione, e cristallizzato nel lusso delle porpore indossate dai giudici, così lontane – proprio come i colossali templi fatti edificare dalla schiena e dal sudore dei fedeli e degli intimoriti con tanto di simbolica e monumentale croce da issare – dai precetti di umiltà e uguaglianza che ieri come oggi dovrebbero stare base del cattolicesimo.
Costruito direttamente sulle carte processuali già studiate dallo storico Carlo Ginzburg nel ’76 per il suo saggio Il formaggio e i vermi. Il cosmo di un mugnaio del ‘500 che riportò a conoscenza del mondo la vicenda di Menocchio, il nuovo lavoro di Alberto Fasulo è prima di tutto un viaggio nel tempo fatto di barbe imponenti e di infiniti corridoi, di arredamenti e di affreschi, di costumi straordinariamente ricostruiti a partire dall’arte pittorica del tempo e di figure che emergono dall’ombra, in cui il buio della cella in cui è rinchiuso l’eretico (im)penitente viene squarciato da tagli e lame di luce rigorosamente naturale fra il sole che filtra dalle finestre delle stanze dove si tengono gli interrogatori e il fuoco delle torce mentre si apre la botola e ci si addentra nelle segrete, con sfondati a metà strada fra il Caravaggio de I bari e la sua evoluzione nelle pennellate fiamminghe e barocche di Rubens, van Dyck e Velazquez. Ma la principale fonte di ispirazione visiva, per tematiche (Il tribunale dell’Inquisizione) e per impietosa fisicità delle figure cortigiane, fino alla vis onirica dell’ultima e depressa “maniera scura”, per Fasulo non poteva che essere Francisco Goya. Del pittore spagnolo la macchina da presa portata personalmente in spalla dal regista e direttore della fotografia traspone sullo schermo l’alternanza di luce e tenebre, i difetti fisici e di pronuncia di chi siede sullo scranno più alto, la lacerazione spirituale di chi, predicando e puntando il dito contro il paganesimo di fatto di una chiesa più attenta al potere e ai beni materiali da conservare che alla Fede, si ritrova in sostanza a essere diventato per i suoi seguaci alla stregua di quello stesso idolo pagano che aveva distratto i religiosi dalla loro funzione, e non certo in ultimo il punto di sintesi fra una ragione già illuministica e il romanticismo dell’irrazionalità, con Menocchio costretto a rimanere in equilibrio fra la famiglia da proteggere e l’istinto di autoconservazione, e con Alberto Fasulo invece ben felice di mettere in scena, fra ricerca dei giusti sguardi e spunti teorici, attori per la maggior parte non professionisti chiedendo loro, dopo una lunga fase di studio e di prove, di improvvisare i dialoghi direttamente durante le riprese seguendo una sceneggiatura/canovaccio volutamente mai consegnata in versione integrale. Dando così vita a un film di volti istantaneo e irripetibile, ammantato di un realismo quasi documentario e girato in ordine cronologico per permettere ai suoi non-attori di immedesimarsi sempre più nel farsi dei personaggi. Un film che se fosse rigirato in un altro momento, anche con gli stessi interpreti, sarebbe con ogni probabilità del tutto differente, e questo finisce inevitabilmente per alimentare ancor di più il fascino, l’ambizione e il coraggio di Menocchio, per molti versi eretico quanto il personaggio che riporta in vita.

Fra sfocature che negano gli orizzonti, dettagli di terra e sudore, movimenti costanti e primissimi piani, la macchina da presa di Fasulo insegue e trova un’estetica di assoluta vicinanza ai suoi protagonisti, alla ricerca di una veridicità da restituire con una pasta d’immagine che sempre polverosa, umida, sulfurea come gli anfratti più oscuri che mette in scena. Perché in principio era il buio, squarciato solo da un lume di candela, la fiamma della torcia con cui Menocchio si dirige verso la stalla dove stanno le vacche incinte e la moglie è raccolta in preghiera. E poi, d’improvviso, è la luce della nascita, il vitello amorevolmente leccato dalla giumenta, la vita che continua. Ma per poco, perché nel frattempo per Menocchio arriva l’inevitabile denuncia che la leggenda – ma questo il film di Fasulo non lo dice – vuole inoltrata dal sacerdote impunito compagno d’eresie e seriale donnaiolo del villaggio al quale il mugnaio non avrebbe concesso le figlie. E con la denuncia, implacabile, arriva l’arresto, arriva la detenzione a spese della famiglia, arriva il diniego esplicito a ogni diritto alla parola e alla lamentela, e per colui il quale, per il solo fatto di non piegarsi ai dogmi di un potere superiore e per la “colpa” di amare il prossimo più di Dio automaticamente viene considerato blasfemo, arriva persino la negazione di una propria spiritualità. Ancora una volta, al mugnaio, è rimasta solo una luce nel buio, apparentemente e paradossalmente fredda nel calore del fuoco delle torce come se fosse la stessa natura, con il sole filtrato da una grata, ad aumentare la distanza fra il prigioniero e il carceriere. Quella stessa distanza, incolmabile, che sta fra chi crede che il mondo sia nato dal caos e che Gesù Cristo fosse un semplice uomo, e lo stuolo di sacerdoti e porporati incaricati del processo, non disposti a credere nemmeno al fatto che un semplice mugnaio sapesse leggere, ragionare e rispondere con acume senza aver subìto un indottrinamento, o che realmente non ricordasse i nomi dei propri genitori. Tanto che Menocchio, incarnando da subito quella metafora cristologica coraggiosamente blasfema che Fasulo mette in scena nella sua ode alla libertà di pensiero e alla lotta personale contro il potere per ottenerla, finirà per prenderli apertamente per il naso dicendo di essere figlio di Giuseppe e Maria, come non è un caso che, nell’unica sequenza onirica di un protagonista ormai già costretto alla scelta fra l’abiura (e un carcere a vita per il quale, dopo non molto e con l’obbligo di indossare l’abito da eretico, verrà concessa la grazia fino alla seconda e definitiva denuncia) o la morte, ad assumere forme demoniache e teste divine non sia certo l’eretico, ma la chiesa, chi si definisce vicario in Terra del divino, il potere dogmatico eppure terreno, mistico eppure squisitamente politico ed economico.
I compaesani di Menocchio, ben felici di ascoltare la sua visione filosofica ogni volta che gli compravano la farina e di condividerne i dubbi riguardo il dogma della verginità della Madonna, vengono interrogati, e i suoi figli vengono forzati all’abiura sottoscritta del padre e delle sue idee, ma mai smetteranno di stare al suo fianco così come la fedele moglie, minacciata e umiliata, spaventata e privata del marito, mai sarà disposta a tradirlo. Nel materialismo di Menocchio, Dio e uomo vengono a coincidere, non esiste vita dopo la morte, e il divino si può trovare in ogni cosa, nella natura, nell’aria, nel fuoco, nella terra, ma evidentemente non (più) nella chiesa del Cinquecento, capitalismo del tempo, che proibisce la libertà di pensiero e alimenta le differenze fra poveri e ricchi in un medioevo che, a guardare indietro dal 2018, forse non si è mai del tutto esaurito. Perché «Il demonio sta negli ori e nei gioielli e questa roba ce l’avete voi», dice apertamente Menocchio durante il suo processo, rimarcando l’ipocrisia di chi lo giudica, lo calpesta, lo umilia e lo tortura con la gogna e con la superbia. E Alberto Fasulo, mettendone in scena la vicenda, le idee e le parole con narrazione minimale in una manciata di sequenze sospese fra storia, dramma, politica e Fede – oltre alla scena onirica ci sono giusto un paio di rapidi flashback, e per il resto il film scorre in ordine cronologico dalla denuncia all’abiura/non abiura, passando per gli interrogatori, le testimonianze, le pressioni ecclesiastiche, qualche breve istante nei campi del paesino e il viaggio verso il tribunale con le sue opulente pareti affrescate e la sua luce quasi abbagliante -, firma un lavoro sorprendente, pittorico e simbolico, illuminato e oscuro, fisico e plastico, in un certo senso collettivo nella sua scelta di utilizzare reali paesani anziché attori professionisti e di tirare loro fuori l’appartenenza e l’identificazione fra l’ostentazione del dialetto e la scrittura definitiva dei dialoghi affidata alla loro sensibilità. Menocchio, audace, personalissimo e profondamente libero nella sua ricerca di libertà, quella libertà di pensare come libertà di essere, credere e vivere, è una tappa probabilmente decisiva nel percorso di un talento crepitante e in continua crescita come quello di Fasulo: ben oltre la semplice rievocazione di un personaggio e di un evento/momento storico, il suo film è un omaggio acuto e commosso alla dignità e all’autonomia di pensiero, un vero e proprio canto in immagini dedicato a chi tenta di resistere e non si piega alle imposizioni del potere, un salto indietro nel tempo fatto di pennellate fiamminghe sullo schermo, di metodo nella direzione e nell’inquadrare i protagonisti, di cura fotografica e di diaframmi alla massima apertura dai quali a emergere è sempre e comunque l’uomo. E quindi, continuando con il pensiero di Menocchio, Dio. Anzi no, non Dio. Molto di più. Senza alcuna paura di pronunciare eresia.

Marco Romagna

“Menocchio” (2018)
103 min | Drama | Italy
Regista Alberto Fasulo
Sceneggiatori N/A
Attori principali N/A
IMDb Rating N/A

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