6 Aprile 2019 -

SOFIA (2018)
di Meryem Benm’Barek

Prima di tutto c’è la legge, quell’articolo 490 del codice penale marocchino che prevede la reclusione da un mese a un anno per chi ha rapporti sessuali al di fuori di un matrimonio legalmente riconosciuto, e poi c’è lei, la giovane protagonista, che guarda Casablanca dall’alto. È un tableau vivant in cui la macchina da presa entra lentamente Sofia, con una carrellata che quasi impercettibile si avvicina alle figure umane ulteriormente incorniciate fra le porte e l’arredamento di casa, come una quiete prima delle tempesta in attesa del quasi opposto vertiginoso correre degli eventi. Intorno alla tavola imbandita, dopo anni di sacrifici e grazie al denaro di un facoltoso investitore, un’intera famiglia piccolo borghese ha finalmente di fronte la tanto agognata possibilità di scalare, dalla sua classe media, qualche ulteriore gradino sociale, e basta una sola inquadratura all’esordiente Meryem Benm’Barek, nata in Marocco ma cresciuta in Belgio in una continua spola fra le due culture, per inoltrarsi sin da subito nel filone del cinema politico. Con otto persone, specchio della società marocchina di oggi fra uomini, donne, dinamiche economiche e giochi di potere, ritratte in un affresco che già condensa, in attesa di allargarsi al polittico che aprirà alla povertà dei sobborghi più disagiati e alle ville patrizie fra piscine e palme dei quartieri residenziali, tre diversi gradi sociali, insieme, nella stessa casa, a tavola, in un’occasione di festa. Discutono un affare non deve saltare, non può saltare. L’occasione di una vita, pazientemente costruita e pianificata per tutta l’esistenza. Ma Sofia, che nessuno pensava potesse essere incinta, fra il secondo e il dolce romperà le acque. Consapevole di avere 48 ore di tempo per trovare e sposare, costringendolo a «prendersi le sue responsabilità», il padre della neonata.
Il leggerissimo movimento di macchina della Benm’Barek suggerisce sin da subito quanto sarà inesorabile l’entrare nel lato oscuro delle loro vite, nei loro cinismi, nelle loro ipocrisie e nelle loro (in)evitabili menzogne. Ci sono un padre, una madre e una figlia che cercano di migliorare la loro condizione, c’è il prezioso ospite socio in affari, a sua volta accompagnato da moglie e rampollo, con il quale discutere gli ultimissimi dettagli economici, e poi ci sono le due donne che, all’interno della famiglia, già sono riuscite a salire di livello, ad arricchirsi, ad aumentare il tenore di vita, ad acculturarsi e in larga parte a occidentalizzarsi. Donne agiate, che possono permettersi di studiare medicina (e di far partorire alla chetichella chi per legge non potrebbe essere ammessa in ospedale), di vestire capi firmati, di sfrecciare per Casablanca in BMW e di corrompere quando necessario i pubblici ufficiali con ricche mazzette, grazie a un marito e padre francese che rimarrà sempre fuori campo, a fare affari in quel Paese e in quell’Europa che, a dispetto della fine del colonialismo, mai hanno realmente allentato la loro pressione come una longa manus sull’economia magrebina. L’economia di una società che alla retrograda rigidità morale del patriarcato affianca il sempre più inesorabile avanzare del capitalismo, che alle leggi che puniscono con la reclusione il sesso al di fuori del matrimonio affianca il denaro come unico vero asse del potere, e che alle iniquità sociali non potrà rispondere che con altre e forse ancor più radicate iniquità sociali: homo homini lupus, il più forte travolge, schiaccia e crudelmente fagocita il più debole. Bisogna colpire per non essere (ancora una volta) colpiti. Che Omar, il misero figlio ritrovatosi a dover mantenere la famiglia dopo la morte del padre, la cui unica colpa era quella di essere stato gentile con Sofia dopo il suo licenziamento e che ora giura di non averla mai toccata, sia realmente il padre della bambina oppure no. Tanto, questo è chiaro, gli basterà una notte di carcere per convincersi a riconoscerla e a cedere senza condizioni al matrimonio.

C’è molto dei congegni narrativi e dei mosaici etici e comportamentali di Asghar Farhadi, negli ottanta minuti di Sofia, così come c’è molto dei pedinamenti dei fratelli Dardenne. La narrazione di Meryem Benm’Barek corre fra ospedali e cliniche in attesa di trovare qualcuno disposto a un parto illegale, poi si sposta nei sobborghi alla ricerca di Omar, e infine mette di fronte due diverse famiglie, di due diverse classi sociali, costrette a unirsi all’improvviso e senza di fatto nemmeno conoscersi fra case, stazioni di polizia, carceri notturni, uffici comunali e la celebrazione delle nozze. Senza possibilità di scelta, senza possibilità di rifiuto, in un ricatto morale e sociale in cui non importa quale sia la verità, importa solo trovare una soluzione anche dove una soluzione non ci può essere. Proprio come nella vicenda di Sofia, le cui insolute e insolvibili sfaccettature etiche passano per quello che sarà il clamoroso colpo di scena dell’ultima sezione, in cui il film, premiato nell’Un Certain Regard di Cannes 2018 per la migliore sceneggiatura e da qualche settimana in giro per l’Italia con la distribuzione indipendente di Cineclub Internazionale, andrà ben oltre il cinema d’impegno sulla condizione femminile (o meglio, sulle condizioni non solo femminili) nell’Islam contemporaneo, e anzi lo saprà ribaltare nel più atroce, e ancor più atrocemente necessario, paradosso. Prendendosi i suoi rischi, morali e narrativi, psicologici e di costruzione dei personaggi, tanto che se fosse stato un uomo a scriverlo e a dirigerlo, con ogni probabilità, sarebbe stato frainteso, accusato di misoginia e pubblicamente crocifisso. Serviva una donna perché la tardiva confessione di Sofia, che alla verità di essere stata violentata proprio dal socio in affari dei genitori aveva preferito il compromesso, l’ipocrisia, la soluzione di comodo, per quanto assurda, di stringere un cappio intorno alla gola dell’innocente (ma povero, e quindi impossibilitato a difendersi – «Nemmeno mia madre mi crede») Omar, venisse letta per quello che è: l’unico modo possibile per (non) salvarsi.
L’uomo Omar non è vittima in quanto uomo, ma semplicemente in quanto appartenente a una classe sociale più bassa. E la carnefice Sofia, per quanto adolescente viziata, per quanto spietata, per quanto perfida anche oltre la comprensione dell’agiata cugina oncologa Lena (ma non di sua madre, ben più pragmatica), mai smette di essere una vittima. Prima dell’uomo-bestia, e poi di una società patriarcale e corrotta che obbliga alla crudeltà del compromesso per sopravvivere. Non c’è altro modo: solo la menzogna, l’ipocrisia, la ferocia e la capacità di «vedere il quadro generale» ribaltando le situazioni a proprio favore senza curarsi di chi verrà travolto nel proprio cammino sono le carte che una donna ha a disposizione per emergere, per decidere, per ribellarsi, usando le sue stesse armi, a un sistema che la vorrebbe sottomessa e silenziosa. L’emancipazione passa necessariamente per il più feroce pragmatismo, la libertà passa per il cinismo, e persino i sentimenti sono sottomessi alla necessità, al denaro, al potere di chi aspira a quella stessa classe agiata occupata dalla zia e dalla cugina, e a patto di saper mentire proprio adesso la può raggiungere. È il freddo calcolo dietro all’aria sbadata di Sofia, è il cinismo dissimulato nel suo silenzio, e soprattutto è il definitivo capovolgimento di quell’iconografia pittorica e cristiana della Madonna col Bambino che più volte la regista aveva innestato negli ambienti e negli arredi marocchini, dalla Pietà alla spietatezza. A costo, per non essere ancora una volta vittime – dopo lo stupro, di una legge ingiusta e misogina – di mietere vittime. Senza che ci sia reale malvagità, perché è l’eccessiva moralità ciò che distrugge del tutto ogni residua morale, è la crudeltà sociale a rendere efferati. Fino all’inquietante sorriso finale di chi, dallo scranno nuziale, si gode la riuscita del proprio capolavoro. Incurante di aver cercato amore e trovato disprezzo, perché quello che conta è solo la facciata, la posizione legalizzata, il potere esercitato, senza che nulla, nemmeno una gravidanza talmente indesiderata da diventare vera e propria (clinica) negazione con il ventre che non si gonfia e gli altri sintomi assenti fino al momento del parto, potesse fermare la scalata sociale e finanziaria di una famiglia nel Marocco contemporaneo. Nell’ambiente, nel contesto. Nell’unico vero colpevole.

Marco Romagna

Roma, 28 febbraio 2019
Si comunica che il film “SOFIA” di Meryem Benm’Barek, distribuito da Cineclub Internazionale, è stato designato Film della Critica dal Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani SNCCI.
Motivazione:
«Nella temperie culturale sul ruolo della donna nel mondo islamico Meryem Benm’Barek esordisce alla regia con un film che scava in profondità sul senso di un cinema che sia politico ed estetico allo stesso tempo, in grado di riflettere sul reale interrogandosi anche sui codici morali e su una società in cui l’ipocrisia è l’unico veicolo di relazione, là dove il “vero” viene invece ripetutamente censurato e nascosto».
“Sofia” (2018)
80 min | Drama | France / Qatar / Belgium
Regista Meryem Benm'Barek-Aloïsi
Sceneggiatori N/A
Attori principali Maha Alemi, Lubna Azabal, Sarah Perles, Faouzi Bensaïdi
IMDb Rating 4.9

Articoli correlati

DOGMAN (2018), di Matteo Garrone di Marco Romagna
LA LOTTA (2018), di Marco Bellocchio di Marco Romagna
IN GUERRA (2018), di Stéphane Brizé di Massimiliano Schiavoni
ORO VERDE - C'ERA UNA VOLTA IN COLOMBIA (2018), di Cristina Gallego e Ciro Guerra di Marco Romagna
BURNING (2018), di Lee Chang-dong di Erik Negro
UN VIOLENT DÉSIR DE BONHEUR, (2018), di Clément Schneider di Erik Negro