18 Maggio 2018 -

CAFARNAO – CAOS E MIRACOLI (2018)
di Nadine Labaki

Nel gergo “basso” della critica, quello che si tende a non scrivere in ambito professionale ma che corre abitualmente per le file di ingresso in sala e per i giudizi flash più o meno tranchant, c’è un ben preciso termine per definire Capharnaüm, terzo e inaccettabile lungometraggio da regista dell’attrice libanese Nadine Labaki presentato in concorso a Cannes 2018 e ora in uscita in Italia con l’inutile traduzione Cafarnao accompagnata da tanto di sottotitolo Caos e Miracoli. Questo termine è “trappolone”. E c’è pure un preciso aggettivo che si adatta alla perfezione a questo film. “Ricattatorio”. I trappoloni sono quei film studiati a tavolino per entrare nelle grazie delle giurie festivaliere, sono quei film freddamente calcolati per far leva sui “temi” importanti a prescindere di quale sia il modo, l’etica, lo sguardo o la retorica con cui vengono trattati, sono quei film che prendono lo spettatore (e il giurato, e il selezionatore) e, appunto, lo ricattano apertamente, lo fanno sentire in colpa per i mali che scorrono sullo schermo, e magari alla fine, quando esplode il sorriso del bambino che ottiene finalmente il passaporto per scappare verso la più accogliente Europa, fanno in modo che nessuno o quasi faccia caso al fatto che i suoi fratelli e le sue sorelle questo passaporto non lo hanno avuto e probabilmente mai lo avranno.
C’è tutto, in Capharnaüm, per ricattare lo spettatore. Ci sono ovviamente i bambini, da sempre la via più facile per telefonare una lacrimuccia e un sentore di “colpevolezza” di fronte alla loro innocenza, c’è una famiglia senza amore che nemmeno li ha registrati e che da sempre li insulta, li sfrutta e li percuote fra i «vaffanculo» tuonati in faccia senza motivo e le più crudeli cattiverie gratuite, c’è la baraccopoli come ambiente con il quale convivere, c’è la più assoluta povertà, c’è il carcere minorile, e c’è l’aula di tribunale dove Zain (interpretato con intensità sorprendente dal non professionista e assoluto esordiente Zain Al Rafeea, tredicenne siriano commesso in un supermercato in Libano e unica nota lieta del film), il giovanissimo protagonista già condannato a 5 anni di carcere per l’omicidio «di un figlio di puttana», racconta la sua storia mentre intenta causa contro i suoi genitori perché, apice della retorica più chirurgicamente mielosa, «chi non ama i figli non dovrebbe poterne fare». Ma tutto questo non basta, evidentemente, per essere sicuri di colpire. Ed ecco quindi che in Capharnaüm c’è pure il traffico di esseri umani, con infanti che camminano appena messi in vendita a 500 dollari e bambine undicenni vendute dalla famiglia come spose (e che ovviamente, nello scavare nel peggio del peggio, moriranno dei troppo giovani rapporti sessuali) in cambio di qualche animale, ci sono la droga e lo spaccio fra pastiglie comprate in qualche modo in farmacia, sbriciolate e vendute fra una sigaretta e l’altra dai bambini, e di certo nel catalogo di dolori sciorinato dalla Labaki fra criminosi ralenti, droni che salgono e violini che cementificano la retorica non potevano mancare gli immigrati clandestini, dall’Etiopia, nella persona di una ragazza madre (e abbiamo così finalmente anche la tematica “donna”) che ha il terrore di essere scoperta e non “espulsa”, ma letteralmente «deportata», con il ricatto che viene anche dal sottotitolo inglese (va detto però che non abbiamo idea di quale sia la sfumatura della parola utilizzata nell’originale arabo), e che finirà con l’accogliere Zain e affidargli il suo bimbo poco più che neonato.

Inizia in tribunale Capharnaüm, inizia dalla richiesta di giustizia del piccolo Zain, «più o meno» 12 anni, perché il suo atto di nascita non è mai esistito e nessuno sa quando sia nato. Per mettere in scena, in una struttura a flashback frammentaria e non di rado confusa, la sua violenza fisica e psicologica subita in famiglia, la sua amata sorella strappata e portata via per sempre su una moto, il suo lavoro fra bombole del gas e babysitting, la sua fuga da casa, il suo sogno di emigrare verso la Svezia, la sua costanza e i suoi sotterfugi per sopravvivere nell’ambiente brutale e pericoloso della baraccopoli, la sua necessaria sfacciataggine nel farsi rispettare e nel guadagnare la cifra necessaria per imbarcarsi, e non certo in ultimo un patetico Uomo Scarafaggio con la tutina di Spider-Man. E poi l’omicidio, atto più eroico e liberatorio che criminale, che la regista ammanta di retorica spicciola in una serie di telefonate emotive che rivelano la scarsa, per non dire nulla, emotività del progetto, e una sequenza di meccanismi artificiosi e profondamente disonesti nell’intenerire e nel fare identificare a forza, secondo un calcolo quasi matematico, lo spettatore con le ragioni di Zain. C’è il rubinetto da cui esce acqua rossa di terra e non potabile, ci sono i continui controluce, c’è il volo zenitale dei droni che salgono sul deflagrare delle musiche e dei più ricattatori violini, e poi ci sono i giochi distruttivi dei bambini come il disfacimento morale imposto dall’ambiente circostante, c’è lo strizzarsi il seno per togliere l’ormai inutile latte della madre a cui il figlio è stato portato via dai servizi sociali, ci sono gli immancabili scarafaggi che infestano il carcere minorile, e c’è la retorica grado zero di un’altra madre che si dichiara pronta a tutto per i suoi figli, ma che i suoi figli li ha già avuti e non li ha mai amati. Tutto è calibrato al millimetro per forzare alla lacrima, mentre da nulla, nemmeno dal rapporto fra Zain e il bambino ancor più piccolo che gli viene affidato, traspare un solo briciolo di sincerità, di reale trasporto emotivo, di dolcezza, di tenerezza. È tutto funzionale, studiato, innaturale, profondamente ipocrita in ogni dinamica e in ogni scelta linguistica, contenutistica e morale.
In Capharnaüm, ogni (pretestuosa) verità e ogni lato oscuro della realtà del Libano sono presi e sparati in faccia allo spettatore, messo costantemente in scacco e costretto sentirsi in colpa per quello che accade sullo schermo da un’altezza bambino solo simulata, mentre lo sguardo di Nadine Labaki, freddo e furbo, conformista e borghese, guarda (e comanda) in realtà il suo giovanissimo protagonista e le sue avventure da lontano, da posizione elevata e grandangolare, quasi come se si sentisse superiore ai suo personaggi e al loro rango sociale, alle loro piccole delinquenze per sopravvivere, alla loro necessità di arrangiarsi. Eppure, nel suo collegare forzatamente gli eventi – del resto, la struttura episodica può essere comoda anche per non dover essere per forza coerenti negli snodi di trama e nei passaggi da un momento all’altro – e nel suo scientifico mettere in scena solo ciò che serve, in ogni parola(ccia), in ogni trauma, in ogni sopruso e in ogni scelta di inquadratura e montaggio, per raggiungere il reale e unico scopo del film, ovvero smuovere una giuria festivaliera che si voglia far vedere “impegnata” e attenta al sociale, Nadine Labaki rimane sempre un passo indietro, senza voler mai davvero affondare nella carne delle tematiche che affastella senza affrontare, senza voler mai rischiare di scalfire la morale occidentale scavando nel torbido e nell’ambiguo che sta al di sotto della superficie, senza mai calarsi realmente nella realtà che racconta. Ed ecco quindi che i perfidi genitori alla fin fine piangono della loro povertà, che la polizia riuscirà a salvare il bambino, e che alla fine la giustizia in qualche modo trionferà (per Zain ma non per i tanti come lui) in un sorriso fuori luogo, egoistico, quasi cinico, specchio dell’inaccettabile sguardo della regista.
Quello che conta non sono i salari insufficienti e una violenza domestica forzata e gratuita, non sono i bambini e l’ambiente del Libano nel quale sono costretti a crescere, non sono i trafficanti di minori e il dramma dei rifugiati, non sono le spose bambine e gli sfruttamenti subiti fino alla morte, e soprattutto quello che conta non è Zaid, il cui ruolo è quello di semplice grimaldello con cui aprire le porte alle tematiche “importanti”, quelle trattate con retorica e profonda ipocrisia anziché con il cuore che sarebbe stato necessario, ma che, per lo spettatore e il giurato disposto a cadere nel trappolone, diventano occhi lucidi di fronte al proprio immotivato quanto cinicamente instillato senso di colpa. Perché l’unica cosa che conta davvero, per Nadine Labaki e per il suo film, è “piacere” al pubblico e alla giuria di un occidente da stare bene attenta a non scandalizzare. Un pubblico e una giuria da portare alla lacrima di commozione a ogni costo in ogni momento, in ogni eccesso di retorica, in ogni momento addolcito per non esagerare, in ogni ricatto emotivo e morale. Fino al disgustoso sguardo in macchina finale, apice della retorica, apice dell’ipocrisia nel suo sorriso, apice della totale mancanza di etica e di sguardo di Nadine Labaki, e degna chiusura di un film che mai in alcun modo potrà appartenerci. Ma non ci stupiremmo affatto se, alla fine dei giochi, il pessimo Capharnaüm tornasse a casa con in tasca un’iscrizione nel palmarés di Cannes71, addirittura non ci sorprenderebbe più di tanto se gli venisse regalata la Palma d’Oro. Perché il trappolone di Nadine Labaki, freddo e calcolato, ipocrita e disonesto, furbo e immorale, è fatto esattamente per quello. E i lunghi e convinti applausi di una giuria scattata in piedi con gli occhi (in)spiegabilmente gonfi parrebbero indicare che questi conti sono stati fatti bene. Purtroppo.

Marco Romagna

“Capernaum” (2018)
120 min | Drama | Lebanon / France / USA
Regista Nadine Labaki
Sceneggiatori Nadine Labaki
Attori principali N/A
IMDb Rating N/A

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