25 maggio 2018 -

BURNING (2018)
di Lee Chang-dong

A sette anni dal complesso e dolcissimo Poetry, giunge finalmente l’atteso ritorno alla regia e al concorso di Cannes di Lee Chang-dong, personaggio ormai quasi periferico rispetto a molte delle dinamiche interne al cinema coreano e più in generale di quello contemporaneo. Il suo, come da aspettative, è un ritorno in grande stile, “bruciante” già a partire dal titolo, Burning, che apre a un film di pura scrittura e messa in scena straordinariamente stratificato e mistico nello srotolarsi di una sceneggiatura magistrale. La storia appare subito scheletrica, quasi volutamente minimale, ed è sezionata da un re-incontro apparentemente casuale; il soggetto è ispirato da un breve racconto di Murakai (Granai/Barn Burning) ed espanso fino al suo stesso limite. Un ragazzo che sogna di diventare scrittore ritrova una vicina di casa, si piacciono e si appartengono una sola notte (in una sequenza abbagliante per lirismo e poesia). Lei viaggia verso l’Africa e ritorna in Corea con un giovane facoltoso conosciuto nell’avventura. Il ragazzo comparso in scena ha l’ossessione di bruciare serre in plastica mentre lei improvvisamente scompare. Per l’aspirante scrittore il viaggio nelle tracce lasciate dalla ragazza diventa un’ossessione, anche masturbatoria, d’amor perduto, mentre per l’abbiente misterioso un nuovo amore è arrivato alla porta. Di lei invece ancora nulla, solo apparenze di una sparizione inspiegabile. Nella selva di sensazioni, oggetti e trame sempre più abbozzate, c’è oramai solo più spazio per il dramma. Il rogo diventa purificazione, anche se tutto rimane nella più completa indefinitezza. La chiave, in un certo senso, potrebbe essere in quella serra che l’ambiguo signore ribadisce per tutto il film di aver bruciato a fianco alla cascina del ragazzo; quella serra che il ragazzo cerca, anche come mappatura possibile di una sparizione, con disperata ostinazione fino al collasso dei sensi, e forse anche della ragione.

Burning è un film che si esercita quasi su una costruzione melodica atonale, in cui la densità dell’immaginario pulsante e irregolare si sviluppa attraverso lo svelamento di una continua serie di simboli spesso incongruenti. La dilatazione temporale è inversamente proporzionale al restringimento spaziale in cui si svolge l’azione con continui accenti emozionali alternati a stagnazioni continue, apparentemente fragile ma di una continua deriva pulsante dal fascino straordinario quanto inquieto. Il continuo triangolo amoroso, accennato ma mai completo, perde la sua singolarità man mano che il film diventa momento di scrittura continua (quella del protagonista, intersecata con quella dello stesso Lee Chang-Dong) di una storia possibile come immaginata, aprendo a un nuovo capitolo che rimane atto in potenza fino alla scena conclusiva, quando la scrittura pervade (e invade) la realtà lacerandola irreversibilmente. Ed è proprio nel rapporto che vive tra suggestione e realtà, sempre attraversato dal senso dello scrivere, che questa avventura gialla alla rovescia (come non pensare alL’avventura della sparizione di Anna, e alla rivoluzione che Antonioni apportò come variazione determinante sul tema) diventa sempre più astratta e metaforica, quasi liberata e purificata dalla scrittura stessa. Tutte le domande che il film mostra rimangono così in un’assoluta indeterminatezza che non rappresenta il caos, ma quasi una rigorosa tessitura dell’invisibile di un realtà continuamente apparente e mai (volutamente) determinata, quasi come fosse una continua soggettiva del protagonista incapace di scrivere una storia (la sua storia, le storie altrui). Alla fine si metterà sulle tracce di un pozzo, non distante da casa, che ricordava nella sua infanzia (e quindi nell’infanzia di lei). Forse quella sarebbe stata l’altra chiave, ma il pozzo non compare pur stringendo il raggio della ricerca, quasi come se anche lui fosse scomparso in un’altra dimensione spaziotemporale, apparentemente uguale ma irrimediabilmente opposta.

Lee Chang-dong ci regala un film apparentemente minimale ma di un’incredibile complessità, che sullo sfondo guarda forse all’espiazione di colpe irrisolte nel passato come al rapporto accennato di un Paese ancora (e forse sempre) spaccato nel presente, e che non contempla un futuro. Perché questo immaginato presente eterno è una disamina estremamente sottile di dicotomie legate al sesso, alla classe sociale, all’urbanistica, all’amore, e soprattutto alla narrazione ritrasformata in una serie continua di domande sulla narrazione stessa (ovvero su ciò che essa mostra) che non possono aver risposta – almeno in questo film. Quello che rimane è uno spettro a incastri continui, metaforizzato e mediato da una specie di combustione che attraversa tutto il film (anche se mostrata solo nel finale) in un fuoricampo ideale per cui tutto ciò che stiamo vedendo sopravvive a una provvisorietà che aspetta già di essere divorata dal fuoco. Fondamentalmente la doppia scrittura (elevata potenzialmente all’infinito) è una specie di ellisse reiterata che scava all’interno della sospensione, che dalla mancanza di un amore (mai veramente amato) diventa sparizione quasi raggelata e dunque impossibilità di scrivere la realtà (o di renderla reale, da demiurgo); tutto ormai è troppo incomprensibile, nascosto, e dunque si pone come disperata ricerca della verità di un ricordo, di una speranza, di una traccia che però è solo erranza e dispersione. Il senso della parola così svanisce, i tempi sono cambiati, nulla resta della giovinezza agreste distante dalla città; ci sono solo le nuove generazioni, instabili, perse e dissolute, inermi davanti a ciò che accade.

Il senso precario dell’incapacità di comprensione del reale, sia esso una camera da letto o il mondo tutto, così come il modo di guardarlo e di raccontarlo che Lee Chang-dong mette il scena, è lo stesso senso di impossibilità che avviluppa il protagonista, e allo stesso tempo è quello di ogni spettatore ammaliato da un film maledettamente misterioso e così radicale. Il futuro forse rimane l’unica possibilità di una scrittura nuova di fronte al mistero, un altro capitolo che possa disegnare un’altra realtà dopo il rogo del tutto. Nel gelo della pianura purificata come un oblio di domande senza risposta, quel definitivo senso di riappropriazione della (e con la) parola che in Poetry riscriveva i rapporti della protagonista con la realtà, in Burning è ribaltato nella realtà che cerca i rapporti con il protagonista, proprio attraverso quella parola negata che servirebbe a scrivere il mondo. Lee Chang-dong, con il suo essere orgogliosamente fuori dal cinema, ci riporta quasi a una verginità della visione attraverso un linguaggio rigoroso e sensibile, lungo un percorso disseminato di piccole variazioni nella continua immersione in ciò che paradossalmente non riusciremo mai a vedere. Oltre alla lezione di stile, al thriller alla rovescia, al film sulla sparizione, questo Burning è qualcosa che lascia frammenti estremamente profondi e mai totalmente riconciliati, qualcosa che stimola i sensi e il loro programmatico naufragio, qualcosa che crea un immaginario estremamente potente e vivo. È un viaggio di due ore e mezza attorno ad una scomparsa, che coinvolge tutte le emozioni possibili che attraversano donne e uomini incapaci di comunicare, dall’anima desolata e dall’esistenza precaria. Per un film semplicemente da (ri)vedere, già nell’atto di essere visto.

Erik Negro

“Burning” (2018)
Drama, Mystery | South Korea
Regista Chang-dong Lee
Sceneggiatori Haruki Murakami (short story), Chang-dong Lee (screenplay), Jung-mi Oh (screenplay)
Attori principali Ah-in Yoo, Jong-seo Jeon, Steven Yeun
IMDb Rating N/A

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