Yuval Abraham e Rachel Szor, la metà israeliana del quartetto che aveva diretto il pluripremiato No Other Land due anni fa insieme ai palestinesi Basel Adra e Hamdan Ballal, tornano ad occuparsi dell’annoso conflitto che insanguina il Medio Oriente con il nuovo lavoro NAZA, presentato in competizione alla Mostra di Venezia 2026. Dopo la Cisgiordania del film precedente ci si sposta più ad ovest, inevitabilmente nel cuore nero del mondo che oggi è la striscia di Gaza. L’opera prende le mosse da un accurato lavoro giornalistico patrocinato dai britannici del The Guardian (tanto che la produzione del film, realizzato senza un solo centesimo israeliano, batte come unica bandiera la Union Jack UK) in team con i partner +972 Magazine e Local Call, che ha permesso ai due cineasti di arrivare a contatto con alcuni soldati e tecnici dell’IDF (Israel Defense Forces) e dei Servizi Segreti del Mossad per intervistarli sulle modalità e sulle specifiche procedure del massacro indiscriminato operato a Gaza City, iniziato nei giorni successivi allo sconfinamento di miliziani di Hamas in territorio israeliano del 7 ottobre 2023 e dei conseguenti assassinii e rapimento di ostaggi. Il tutto, però, si svolge a Tel Aviv, dove i volti e le voci degli intervistati vengono necessariamente modificati e oscurati con interventi di computer graphic per tutelare il loro anonimato e, sostanzialmente, evitare loro l’accusa di alto tradimento. Un’importante precisazione prima di addentrarci nell’analisi, prevenendo alcune domande che potrebbero essere poste: la garanzia che tutto quello che vediamo sia vero e non una gigantesca mistificazione con attori è dato dalla credibilità e dalla reputazione dei coinvolti, un modo di ribadire (pur con tutte le critiche possibili quando meritate, e lo sono spesso) la centralità e l’importanza del giornalismo investigativo compiuto dai professionisti dell’informazione e dagli editori che coprono le spese dei costosi reportage, in barba a ogni populismo che vorrebbe totalmente demandato al citizen journalism e all’iniziativa personale uno strumento fondamentale per il mantenimento di libertà e democrazia.
Ma in questa sede si parla di cinema, e le idee registiche in questo documentario non mancano di certo, ad arricchire un contenuto già di per sé dirompente. I ventiquattro soldati israeliani che incalzati da Yuval Abraham “vuotano il sacco” e squadernano (a volte anche letteralmente, replicando su alcuni taccuini le schermate di programmi che non possono mostrare in altro modo) le tattiche adottate dall’Intelligence per garantire l’eliminazione dei quadri di Hamas sono semplicemente agghiaccianti, e ci fanno acquisire familiarità con l’acronimo del titolo, NAZA. Acronimo che non è, come si potrebbe pensare, un semplice gioco di parole con Gaza, ma che indica invece il concetto di «danni collaterali» per indicare le persone che muoiono nei dintorni dell’obiettivo dopo un bombardamento. Un termine che serve a disumanizzarle per l’ennesima volta, a fare rientrare in un gergo tecnico una vita innocente che si spezza per sempre mentre qualcuno da lontano la guarda soddisfatto morire «come in un videogame». L’idea di messa in scena è in questo senso profondamente significativa: ci troviamo sui tetti bui di alcuni palazzi di Tel Aviv, e spesso da quei tetti la macchina da presa dei due registi si guarda attorno, scrutando negli appartamenti circostanti e rilevando scene ordinarie di vita vissuta, persone intente a cucinare, stravaccate sul divano davanti alla Tv e impegnate in tutte le altre mansioni casalinghe che tutti quanti ben conosciamo. Una scelta particolarmente indovinata per vari motivi e a vari livelli. In primo luogo sottolinea la normalità della vita nella metropoli israeliana mentre a sessanta chilometri di distanza c’è l’inferno, e in questo senso si vede la mano in produzione di Jonathan Glazer, come in una sorta di ri-declinazione contemporanea di quella che era la banalità del Male nel suo La zona di interesse. Poi, ragiona sulla propaganda delle menzogne di Stato, che giungono tutte uguali ogni sera su tutti i teleschermi a indottrinare il popolo. Infine, spia superficialmente i cittadini di Tel Aviv proprio come apprendiamo accade quotidianamente a Gaza City, dove l’imponente (e liberticida) infrastruttura di comunicazione installata dagli israeliani permette all’esercito sostanzialmente di controllare chiunque voglia e ascoltare laqualunque. Ma anche, dall’altro lato, ricorda di non dimenticarsi di umanizzare i civili agli occhi di alcuni invasati di ogni latitudine che uniscono alla legittima indignazione per il genocidio dei gazawi (candidamente chiamato in questi termini anche da un intervistato) la malcelata intenzione di evocarne un altro, questa volta di sette milioni di israeliani e due milioni di arabi che vivono nei confini dello Stato con la stella di David sulla bandiera.
Gli intervistati, chi più freddamente e chi più accoratamente, sembrano impegnati in una sorta di deposizione in cui non vedono l’ora di confessare i propri peccati, senza per questo ricevere alcun tipo di assoluzione finale. C’è chi ammette candidamente come lo stesso 7 ottobre fosse noto ben prima dell’effettivo attacco e che si sia lasciato fare per creare il casus belli, c’è chi spiega come tutte le abitazioni (o meglio, quelle poche ancora rimaste in piedi) nella Striscia siano già da lustri identificate con un numero (ricorda mica qualcosa?) su cui far convergere il fuoco dei droni, e c’è chi illustra i sistemi a dir poco inquietanti di sorveglianza informatica (anch’essi in funzione da ben prima del 7 ottobre, e verosimilmente utilizzati dal governo israeliano anche contro i propri cittadini) che, considerando trascurabile un (in realtà altissimo) margine di errore del 15%, delegano all’intelligenza artificiale l’identificazione dei potenziali affiliati di Hamas in base a una parola sbagliata pronunciata vicino al telefono, fino a quando un altro algoritmo, nel momento in cui un bambino si lascia scappare che «papà è tornato a casa», lancia da remoto il bombardamento notturno dell’intero edificio. Soltanto nel finale si arriva a Gaza, con immagini scioccanti a cui purtroppo ci stiamo abituando ma mai assuefacendo, con le estremità dei cadaveri che sbucano dalle macerie e la gente urlante a fare da terribile contorno, e soprattutto con i volti dei giornalisti palestinesi che hanno pagato con la vita il loro lavoro, la loro missione di dire la verità, il loro tentativo di squarciare il velo di negazionismo e di accuse di antisemitismo dietro cui il governo israeliano si trincera per giustificare e nascondere un sempre più evidente crimine contro l’umanità. NAZA lo racconta dall’interno, nei dettagli più sofisticati delle tecnologie, nella programmazione delle AI, nell’innegabilità di un progetto pluriennale di sistematica eliminazione dei civili. Nel senso di colpa che anche nei soldati e nelle èlite ‘pentite’ dell’Intelligence sta finalmente prendendo il posto della furia e di un odio indotto, perché non sia più possibile fare finta di nulla e continuare a mentire. È per questo che ogni tanto sbuca fuori sullo schermo e dagli schermi diegetici anche il criminale internazionale Benjamin Netanyahu, ad annunciare escalation su escalation mentre in realtà l’intensità dell’aggressione non si è mai realmente abbassata. Fino a quel prefinale perfetto, in cui un giovane Bibi riemerge dalle immagini d’archivio a dare la propria definizione di terrorismo, anticipando esattamente quella che sarebbe stata la sua linea politica appena delineata negli ottanta minuti secchi, intensi e dolorosi di un film da vedere e promuovere in ogni dove, un documento storico straordinario, una presa di coscienza in cui ritrovare la dignità di chi non accetta di stare dalla parte sbagliata della Storia. Un posto nel palmarès della Mostra non solo sarebbe gradito, ma questa volta più che mai semplicemente doveroso.
Donato D’Elia