10 Settembre 2026 -

UN PEU AVANT MINUIT (2026)
di Nicolas Pariser

Esattamente come già faceva Alice et le Maire, il nuovo Un Peu Avant Minuit che porta il cinema di Nicolas Pariser nel concorso principale dell’83esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia comprende la potenza del dialogo come strumento di analisi, di riflessione su se stessi, e forse di risoluzione di crisi. Inserendosi a metà fra racconto di introspezione e analisi sociopolitica, l’autore francese sembra porsi l’obiettivo di dipingere le dinamiche intime e interpersonali come un veicolo di discussione di problematiche contemporanee. Al centro dei suoi film c’è quasi sempre un uomo smarrito, tendenzialmente di sinistra, incerto su se stesso e sul mondo che lo circonda, che affronta un percorso di crescita personale che allo stesso tempo si traduce in un’analisi più estesa sulle particolari tematiche che caratterizzano il contemporaneo. L’arco emotivo del protagonista si sviluppa quindi attraverso lunghi dialoghi con i co-protagonisti/e, dai quali possono emergere episodi di rottura o conciliazione, di rappacificazione o di scontro. Ritornando ad Alice et le Marie, lo smarrimento esistenziale del personaggio di Luchini sublimava una simile perdita di fiducia da parte della sinistra social-democratica, nel mondo e in se stessa: una ricerca di una rilevanza esistenziale che appare perduta. Un Peu Avant Miniut segue la stessa formula: il personaggio interpretato da Melvil Poupaud è un intellettuale e scrittore di sinistra che nella vita ha combinato poco o nulla, il quale si trova per tutta una serie di circostanze a riflettere sulle sue passate relazioni sentimentali, finendo per mettere in discussione la sua stessa natura di uomo e, soprattutto, di maschio. Il film è difatti una disamina della mascolinità post-MeToo, in cui scientemente si cerca di evitare un tono facilmente accusatorio o conflittuale in favore della ricerca di una possibile riconciliazione fra due dimensioni, il maschile e il femminile, che mai come oggi si sono dimostrate sorgenti di fondamentali conflittualità. Pariser, con lucidità, comprendere che una tale riconciliazione non è né facile, né scontata.

Il personaggio di Poupaud (Léo) è prima di tutto qualcuno di poco interessante: un classico medio-borghese parigino annoiato, dal talento pigramente lasciato incolto, spiritoso ma non troppo simpatico. Egli ha vissuto le sue relazioni passate e presenti in una sorta di estraneità alla Camus, quasi disinteressato a dare un significato alla proprio passato. Grazie a degli incontri con delle donne ben più consapevoli della realtà intorno a loro, Léo si mette nella posizione di dare un senso al proprio smarrimento, valutando fino a che punto la sua condizione è frutto di una posizione privilegiata di maschio. Nel film, la totale centralità del protagonista non ne nasconde la mediocrità. Anzi, essa viene costantemente sottolineata quasi in ogni dialogo. La pellicola è infatti prima di tutto un racconto di passeggiate e scambi dialettici, in cui il protagonista non fa altro che cercare insistentemente negli altri personaggi una risposta ai suoi dubbi esistenziali, come per trovare nei suoi interlocutori una parte smarrita della propria personalità. Pariser comprende appieno la contraddittorietà del suo protagonista, a metà fra il narcisismo e il sincero pentimento, l’analisi critica e la comoda autocommiserazione. Il pregio maggiore nel film sta proprio nel permettere di comprendere e accettare tale ambiguità, nella quale la mancanza di risposte ben definite non scade mai in un atteggiamento “democristiano”, ma piuttosto in una sincera presa di coscienza della complessità delle dinamiche in gioco: se il privato è politico, che spazio rimane all’innamoramento? In che modo conciliare il desidero, l’ego, la politica e la responsabilità individuale nel rapporto amoroso? Un Peu Avant Minuit non cerca propriamente una risposta a tali questi, ma forse ritiene più necessario dipingere un affresco emotivo attorno alle varie prospettive che circondano la questione, sottolineando e dando dignità proprio a tale moltitudine di opinioni che, come appare in tutto il cinema di Pariser, coincide sempre in una moltitudine di caratteri e individui. La politica, dentro e fuori le mura delle istituzioni, assume dunque una dimensione dai contorni quasi utopici: essa permette di rappresentare la varietà dell’umanità intorno a noi. Seppur con qualche sezione di minore impatto e dal contenuto non sempre convincente, la pellicola di Pariser ha il pregio di riportare a una dimensione umana molte delle tensioni che caratterizzano la contemporaneità, senza edulcorarle o cancellando la loro urgenza.

Esiste inoltre una forte insistenza tematica sul significato del passato e dell’identità familiare, e di come l’espressione di tali rapporti possa permettere all’innamoramento di assumere svariate connotazioni, e quindi implicazioni politiche, a seconda del luogo o dell’epoca storica. La cornice delle vicende di Léo è infatti la lettura del testamento di suo padre, di origini italiane e a lui sconosciuto. Si apre quindi la parentesi finale in cui il fantasma paterno assume i contorni di un’eco di una mascolinità che non c’è più, i cui strascichi sono proprio alla base delle turbe esistenziali che accompagnano il protagonista nei suoi incontri a Parigi. Il cambiamento del mondo corrisponde al cambiamento dei rapporti interpersonali, al tramandarsi di valori e pratiche che vengono istituite nell’intimità del nucleo familiare e che poi si propagano nella vita pubblica, nelle dinamiche sociali. Il film ha la brillante intuizione di non voler decidere chi cambia cosa: il pubblico e il privato sono in rapporto perfettamente reciproco. Tuttavia, nel finale pare che sia il tempo, quello che va oltre ogni nostra vita, ad avere l’ultima parola: è ciò che viene lasciato come testimonianza ad altri che permette di chiudere il cerchio sui nostri dubbi, e di stabilire, senza assolutismi, un punto di incontro che alcuni possono anche chiamare verità. A lato di tutta questa vicenda, abbiamo i giovani attivisti che conducono la loro lotta, fatta di azioni invece che di riflessioni, come simboleggiato dal personaggio della figlia di Léo, interpretata da Chiara Mastroianni. Mentre il padre sviluppa la sua autoanalisi da un salotto all’altro, sua figlia invece occupa i teatri, si preoccupa della violenta condizione delle banlieue, si scontra direttamente con le problematicità del mondo. Pariser conclude il film proprio con queste nuove generazioni, trasferendole dallo sfondo al centro della vicenda, suggerendo l’idea che attraverso il loro coinvolgimento politico si apriranno  nuove forme di dibatto sociale e, reciprocamente, di rapporti emotivi, in contrasto o in armonia con i valori di chi li ha preceduti. Se l’impostazione puramente dialettica (e dialogata) di Un Peu Avant Minuit inciampa, in alcuni momenti, nel prosaico, è attraverso questi piccoli inserti in cui niente viene detto che il film svela la sua profonda lucidità di sguardo sul reale e sull’umano.

Marco Baratta

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