Il tema del pessimismo verso le istituzioni, capace di sfociare in una vera e propria paranoia politica, generata dalle inquietanti e drammatiche vicende degli anni Sessanta (su tutte, gli assassinii dei fratelli Kennedy e di Martin Luther King), è al centro di uno dei filoni più interessanti della New Hollywood. Un filone che curiosamente si apre e si chiude con due film di Brian De Palma, Ciao America! (Greetings), del 1968, e Blow Out, uscito nel 1981 e dunque, a rigore, fuori dalla periodizzazione canonica e generalmente accettata della corrente, che secondo la prevalente storiografia del cinema si chiude nel 1980 con I cancelli del cielo (secondo altri anche prima). Eppure, Blow Out, pur (già) fortemente calato negli anni Ottanta, almeno da un punto di vista stilistico e visivo, è ancora un film profondamente newhollywoodiano, innanzitutto per i temi trattati, a partire da quello della paranoia, appunto. Del filone, oltre alle due opere di De Palma, fanno parte anche film meno noti come Bersagli (Peter Bogdanovich, 1968), Azione esecutiva (David Miller, 1973), Killer Elite (Sam Peckinpah, 1975) e capolavori universalmente riconosciuti come La conversazione (Francis Ford Coppola, 1974) e I tre giorni del condor (Sydney Pollack, 1975). E poi ci sono i film di un autore che di quel filone è ritenuto il principale esponente, per non dire il maestro, Alan J. Pakula, che nel 1971 inaugurò quella che è stata battezzata trilogia della paranoia con Una squillo per l’ispettore Klute. Se il film con Donald Sutherland e Jane Fonda era però, di fatto, un noir con elementi legati al tema del controllo e della paranoia (a partire dalle registrazioni, che saranno centrali nel citato La conversazione), è soltanto con il secondo film della trilogia, Perché un assassinio (1974), che Pakula si dedicherà al thriller politico in senso stretto, con un’opera ispirata agli assassinii politici degli anni Sessanta e alle varie ipotesi di complotto iniziate a circolare sempre più diffusamente.
Fu il terzo film, tuttavia, quello che ebbe più successo in assoluto. Tutti gli uomini del presidente uscì nel 1976, quattro anni dopo lo scandalo Watergate (1972) e due anni dopo le dimissioni di Richard Nixon (1974). A mezzo secolo di distanza, il 79esimo Festival di Cannes lo ha omaggiato con una proiezione speciale a Plage Macé, ricordando così anche Robert Redford, scomparso lo scorso settembre. Un omaggio significativo, ma non così scontato, visto che nel ‘76 All the President’s Men non transitò dalla Croisette, dove vinsero un altro esponente e un altro capolavoro della New Hollywood, Martin Scorsese e il suo Taxi Driver. Il film di Pakula venne invece presentato in una location simbolica come il Teatro Eisenhower del Kennedy Center di Washington, adiacente al Watergate. Quell’anno si sarebbero tenute le elezioni presidenziali che avrebbero dato la vittoria a Jimmy Carter, democratico, sul repubblicano Gerald Ford, ex vicepresidente di Nixon e suo successore dopo le dimissioni seguite proprio allo scandalo Watergate. Vi è persino chi sostiene che il film ebbe una sua importanza nella vittoria del candidato democratico, anche e proprio perché mostrava le malefatte della precedente amministrazione, di cui Ford (che aveva peraltro concesso la grazia a Nixon) era comunque un esponente. Quel che è certo è che l’opera di Pakula è una delle più importanti di sempre nell’ambito dei film dedicati al giornalismo d’inchiesta, un modello ancora attuale di cinema in un’attualità però di fatto superata, come si dirà più oltre.
Pakula sceglie di iniziare All the President’s Men, significativamente, con uno dei momenti di massima popolarità di Richard Nixon: il 1º giugno 1972 il presidente era rientrato da uno storico viaggio a Mosca, durante il quale aveva firmato con Brežnev lo Strategic Armaments Limitations Talks, primo trattato firmato dalle superpotenze americana e sovietica che prevedeva la riduzione degli armamenti. Accolto trionfalmente dal Congresso in seduta plenaria, Nixon provava probabilmente quella sensazione di onnipotenza e intoccabilità che ancora oggi sembra accomunare i leader dei grandi paesi. Poche settimane dopo, alcuni uomini legati al comitato per la rielezione di Nixon (il voto si sarebbe tenuto alla fine di quello stesso anno) furono colti in flagrante nell’atto di piazzare microspie nel quartier generale dei democratici, presso l’hotel Watergate di Washington. Il tentativo dei poteri forti di insabbiare la vicenda e di farla apparire come un mero furto con scasso fu arginato dalle autorità e dal potere giudiziario anche grazie all’inchiesta portata avanti da due giovani giornalisti del Washington Post, Bob Woodward e Carl Bernstein, che scoprirono i legami tra i cinque uomini intrufolatisi nel Watergate e gli ambienti della CIA e del comitato per la rielezione di Nixon. Pakula mette in scena in maniera impeccabile, con un ritmo incalzante nonostante la complessità della vicenda e le decine di nomi citati, l’indagine dei due giornalisti e le difficoltà e il muro di omertà con cui si dovettero confrontare. La fotografia di Gordon Willis si esalta nel mettere in scena gli incontri tra Woodward e il suo principale informatore, colui che passerà alla storia come “Gola Profonda”, un uomo che lavorava per i più alti livelli dell’Amministrazione governativa e che guidò il giornalista pur senza fornirgli elementi espliciti di indagine, ma più che altro conferme alle sue deduzioni e intuizioni. Il memorabile gioco di luci e ombre sul viso dell’informatore è tipico del noir e si riaggancia quindi a Klute, anch’esso fotografato da Willis, che accompagnò Pakula nell’intera trilogia (e in altri film successivi). Il pericolo crescente per la vita dei due giornalisti, una volta fallito il tentativo di screditarli, si riflette nella scelta di ambientare le sequenze finali prevalentemente in orari notturni, in una Washington cupa come non mai, che diventa metafora delle trame oscure e della corruzione del potere (considerato che l’affaire Watergate si rivelò soltanto la punta dell’iceberg di un più complesso sistema di attività illecite e di fondi utilizzati per finanziarle). Fondamentale, infine, la prestazione di due interpreti cardine della New Hollywood come Robert Redford e Dustin Hoffman, ma anche di attori della vecchia generazione come Jack Warden, Martin Balsam e Jason Robards. Le riunioni della redazione del Post, dove questi ultimi tre si confrontano anche in maniera accesa sull’operato dei due giovani giornalisti, sembrano una traslazione figurativa del dibattito sul nuovo cinema americano, con le nuove leve che avanzano (Redford, Hoffman) e le vecchie generazioni che si dividono tra chi li osteggia, chi è cauto e chi invece è disposto a concedere loro fiducia.
Come andarono le cose dopo lo scandalo Watergate è storia: nel novembre 1972 Nixon venne rieletto a larga maggioranza contro il candidato democratico McGovern. Il giuramento del presidente (ri)eletto viene mostrato da Pakula in una scena che ha fatto scuola: una televisione trasmette la diretta, all’interno della redazione del Post, mentre sullo sfondo Woodward e Bernstein battono freneticamente a macchina i loro articoli. Il boato dei cannoni che saluta il ri-insediamento alla Casa bianca viene via via sovrastato dal ticchettio dei tasti, con un finale che rivela gli esiti delle inchieste e le incriminazioni e le dimissioni che fioccarono man mano che vennero accertate le varie responsabilità. Fu soltanto nel maggio del ‘74 che venne aperta la procedura di impeachment nei confronti di Nixon, il quale, dopo una strenua difesa del suo operato e il classico tentativo di scaricabarile, si dimetterà ad agosto, dopo l’emersione della “pistola fumante”, la registrazione segreta che rivelava le sue responsabilità nella vicenda. Nell’era attuale, quella della post-verità e del cinismo più bieco, quella in cui le affermazioni di un presidente, anche le più gravi, possono essere tranquillamente ritrattate il giorno successivo, senza alcuna conseguenza, quella in cui le affermazioni più gravi possono essere addirittura confermate, senza alcuna conseguenza, quella in cui la spudoratezza della realtà supera qualunque fantasia… in un’era come quella in cui viviamo oggi, un film come Tutti gli uomini del presidente può forse dirci poco sul giornalismo e sulla politica, sulla verità che alla fine viene a galla e sui freni che possono essere imposti al potere. Può dirci poco, non perché il film sia datato, o per lo meno non perché sia datato in quanto film. A essere datata è quella realtà storico-politica in cui esistevano quanto meno dei limiti imposti dalla dignità e dalla moderazione nel tenere certi comportamenti, limiti che oggi paiono ampiamente superati e superabili. E così quel che può insegnarci ancora Tutti gli uomini del presidente, oggi, è che le cose con il tempo probabilmente si aggiustano, ma che una volta aggiustatesi cinquant’anni dopo potrebbero andare pure peggio. Ed è probabilmente proprio questo il senso più profondo della sua proiezione qui e ora, oggi, nel 2026. A fare riaprire gli occhi prima di ritrovarsi per davvero fuori tempo massimo, senza nemmeno rendersi conto di come sia stato possibile esserci arrivati.
Vincenzo Chieppa
