Diceva Antonio Gramsci nei suoi Scritti politici 1910-1926 che «la cultura è organizzazione, disciplina del proprio io interiore; è presa di possesso della propria personalità, e conquista di coscienza superiore, per la quale si riesce a comprendere il proprio valore storico, la propria funzione nella vita, i propri diritti e i propri doveri». È per questo che, più che mai in questo 2026 sospeso sul ciglio del baratro, fra presidenti sequestrati da altri presidenti, genocidi, nuove guerre, crisi economiche, Gaza sempre più distrutta, aperte minacce (alla Groenlandia, a Cuba, ai Paesi arabi, al Canada, al Venezuela, e indirettamente alla Russia e alla Cina che stanno alla finestra) e tensioni geopolitiche globali di ogni tipo che rimettono in seria discussione l’intero scacchiere internazionale, mentre perfino la spada di Damocle del nucleare sembra nuovamente sospesa sulle teste dei popoli, i Festival non possono più limitarsi a chiudersi nella loro bolla e volgere lo sguardo dall’altra parte, pensando esclusivamente al proprio ombelico. Sin dalla aperta presa di posizione dei Venice for Palestine apertamente appoggiata dalla Biennale (che a sua volta in questi giorni sta combattendo contro ogni censura con i padiglioni ai Giardini) e dalle sezioni indipendenti della Mostra di Venezia 2025, passando per la mancata presa di posizione impossibile oltre che sbagliata di Berlino 2026 (su cui torneremo), è anzi evidente come sia – o per lo meno dovrebbe essere – una loro ben precisa responsabilità ripensarsi, un loro ben preciso dovere morale riposizionare il proprio senso in quanto operatori culturali ma forse soprattutto in quanto esseri umani, e tenere presente che cosa succede al di fuori, nel mondo reale, per fare da cassa di risonanza a cause e pensieri ben più cruciali del mero intrattenimento o dei tappeti rossi. Una riflessione – che cosa vuole dire fare un Festival oggi? – già al centro di un articolato e illuminante focus pubblicato sull’ultimo numero di Senses of Cinema (qui il link), e che sembra in qualche modo rispecchiarsi nelle scelte di programmazione di questa Cannes79; scelte di ricerca ben precise e che è impossibile non immaginare, prima che la sala confermi o smentisca le aspettative, inevitabilmente politiche, se non proprio apertamente partigiane per lo meno non (più) indifferenti. Scelte da cui fare emergere un messaggio, una missione, un tentativo reale di portare sotto i riflettori nuove e strenue forme di Resistenza artistica e popolare, innestate in un cinema che abbia realmente qualcosa di importante da dire e l’audacia formale per farlo passare. Lo sa perfettamente Thierry Frémaux, già lo scorso anno autore di una netta sterzata rispetto ai soli lustrini del passato firmando una selezione ufficiale semplicemente stratosferica, perfetta cartina di tornasole del contemporaneo in grado di scrivere la mappa dei prossimi vent’anni cinematografici a costo di tenere fuori i grandi nomi per lasciare il palcoscenico al nuovo – e quindi inevitabilmente al nuovamente «fatto in maniera politica» teorizzato da Godard, perché il cinema di rottura non può che essere intrinsecamente politico. Così come lo sanno perfettamente Julien Rejl delegato generale della Quinzaine, Ava Cahen sua omologa alla Semaine e Pauline Ginot direttrice di ACID, che sembrano quasi voler rispondere con i fatti alle recenti polemiche dell’ultima Berlinale e alle annesse pessime figure che l’hanno accompagnata sin dalle improvvide dichiarazioni di Wenders in apertura, «il cinema non deve parlare di politica», solo parzialmente limitate da un palmarès invece il più possibile politico e poi nuovamente affossate dalle inaccettabili ingerenze governative che hanno minacciato la direttrice Tricia Tuttle di licenziamento non per il livello effettivamente mediocre della manifestazione, ma per non aver saputo censurare un artista che invece deve essere libero di dire ciò che gli pare, tanto più in occasione di un evento che esiste proprio per garantire la più assoluta libertà di espressione. Quasi al contrario, ben lontani dal clima pesante di una Germania che non ha ancora finito di fare i conti con la vergogna del proprio passato, e pure se forse un po’ troppo riguardosi nei confronti del cinema francese (in ogni caso colosso industriale di qualità altissima e pressoché onnipresente con cui è impossibile non fare i conti), i direttori delle varie sezioni sulla Croisette sembrano già dalla carta voler ragionare in maniera esplicita sul cinema come riflessione sullo stato delle cose, come espressione collettiva e culturale di popoli e di vite, come paradigma di un tempo e di un luogo, se possibile come vera e propria arma (come da secoli tutte le arti si sanno porre) contro la tirannia ed il silenzio complice e un po’ razzista di chi fa finta di non vederla. Andando alla ricerca, a latere dei soliti e quasi scontati grandi maestri che come sempre non mancano a impreziosire le varie se(le)zioni, di sguardi nuovi, liberi, alternativi, spesso orgogliosamente indigeni, geograficamente e culturalmente lontani dal mainstream e il più possibile lontani dai modelli di riferimento che sin dalla nascita del cinema di fatto (neo)colonizzano l’immaginario collettivo. Sguardi fuori-norma, forieri di nuove istanze dall’interno di cinematografie più e meno battute, attraverso i quali cercare i linguaggi con cui rivendicare il proprio posto e la propria dignità, e attraverso l’arte e l’urgenza espressiva lottare per la propria sopravvivenza, per gridare dall’oblio la propria esistenza e le proprie sacrosante rivendicazioni, per illuminarsi nel buio fino a rendere impossibile a chi sta meglio continuare a ignorarle. Per poter ricominciare a vedere la possibilità di un futuro, magari, ancora tutto da scrivere e da (re)immaginare.
Va letta in questo senso, e non semplicemente come «le produzioni ormai preferiscono altri tipi di lancio», la sostanziale assenza (o per lo meno assoluta esiguità, con giusto una manciata di titoli presentati fra le varie sezioni) del cinema statunitense tanto centrale invece per Venezia, rappresentato nel concorso principale dai soli (e a loro volta sempre ben lontani dai canoni) James Gray (Paper Tiger) e Ira Sachs (The man I love), preferendo invece dare voce e spazio al cinema d’autore asiatico ed europeo, al Centro e Sudamerica, a un cinema d’animazione forse un po’ troppo a trazione francese ma finalmente non più ostracizzato dai grandi Festival (saranno ben 10, trasversali sulle sezioni dalle Séances Spéciales fino ad ACID, i cartoni animati presentati in questa Cannes) e finalmente, a latere delle ormai consuete e come sempre numerosissime co-produzioni transalpine con tutto il mondo, ad almeno qualche produzione africana libera dalle ataviche (e letterali) catene che ancora legano il continente Nero alla Francia. Del resto, è già dalla scelta del cult emancipatorio femminista Thelma e Louise come immagine per il poster sotto il quale si svolgerà l’intera edizione, che il settantanovesimo Festival di Cannes svela i suoi intenti programmatici, più che mai legati alla contemporaneità e all’impotenza del singolo – ma non di un film, non di un Popolo, non di un immaginario, non di una manifestazione culturale realmente in grado di (ri)educare e smuovere coscienze attraverso visioni e linguaggi – di fronte a un senso di apocalisse imminente. Una ben precisa presa di coscienza per cui non è un caso che, a fronte di un concorso che rimette al centro l’Oriente con un coreano (Hope di Na Hong-jin) e ben tre giapponesi (la nuova declinazione nella fantascienza del cinema familiare e umanissimo di Hirokazu Kore-eda con Sheep in the box, il nuovo fluviale Ryusuke Hamaguchi con All of a sudden e il ritorno di Kōji Fukada con Nagi Notes, oltre al maestro Kiyoshi Kurosawa in Cannes Première), affiancandoli a una ricerca europea che dopo Oliver Laxe e il suo Sirât vera e propria bomba dell’anno scorso prosegue ancora una volta in Spagna (con La bola negra di Javier Ambrossi e Javier Calvo a fare da sparring partner all’eterno Almodóvar di Amarga Navidad e all’ascesa ormai inarrestabile di Rodrigo Sorogoyen che a quattro anni da As bestas torna con El ser querido), quasi come un focus in mezzo ai vari Cristian Mungiu, Lukas Dhont, Valeska Grisebach, László Nemes, Marie Kreutzer, Paweł Pawlikowski e Léa Mysius – discorso a parte meritano l’iraniano Asghar Farhadi, alle prese con un film totalmente francese ma appunto esule da un Paese che dall’oggi al domani si è svegliato sotto le bombe in barba a ogni diritto internazionale, e il russo Andrej Zvjagincev che con co-produzione Francia-Lettonia-Germania torna al 2022 per analizzare il suo Paese impegnato in una guerra a sua volta criminale – corrisponda una sezione Un Certain Regard non solo ad altissima percentuale femminile, ma che sin dalla composizione delle griglie guarda apertamente alla Palestina, al Libano, al Ruanda, al Congo, al Nepal, alla Costa Rica, e poi ancora ai Paesi baltici e alla Grecia. E se Radu Jude (Le Journal d’une femme de chambre), Lisandro Alonso (La libertad doble), Bruno Dumont (Les roches rouges) e Kantemir Balagov (Butterfly Jam) – ma pure Alain Cavalier, Dominga Sotomayor, Sébastien Laudenbach e la prima sortita nell’animazione di Quentin Dupieux – troveranno spazio questa volta nella Quinzaine des Cinéastes, il cui livello non sembrava così alto da diversi anni, sarà il fuori concorso ufficiale con le sue varie sottosezioni a presentare i nuovi lavori di Volker Schlöndorff, Yeon Sang-ho e Nicolas Winding Refn, tornato dopo la serialità televisiva a dirigere un lungometraggio. Perfino i corti, provenienti dalla Colombia e dal Vietnam, dal Portogallo e dal Messico, dal Guatemala e perfino da un viaggio a Torino del cinese Jia Zhang-ke, sembrano gridare sin dalla composizione del programma un proprio esplicito posizionamento, e non c’è nulla di casuale nella scelta di affiancare agli ormai consueti Classici presentati semplicemente in base ai nuovi restauri disponibili una ormai rara piccola retrospettiva sul documentarista armeno Artavazd Pelešjan, con cui ritornare ancora una volta e a distanza di oltre mezzo secolo al di là della Cortina di Ferro durante la destalinizzazione. Come a dire, ancora una volta con le parole di Gramsci, che se «crisi è quel momento in cui il vecchio muore ed il nuovo stenta a nascere» è un ben preciso dovere dei Festival aiutare il più possibile il nuovo a nascere, studiando il passato per analizzare il presente e tentare di arginare il futuro, dando voce e spazio a intere culture, (ri)portandole al dibattito pubblico, rompendo insieme a loro ogni schema e ogni consuetudine. Che sia questo, lo spirito (non solo) dei prossimi dodici giorni. Teso a salvare il salvabile, a comprendere, a empatizzare, a lottare insieme. Tutto il resto, bello o brutto che possa essere, in questo momento è davvero “solo” un film.
Marco Romagna